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martedì 12 marzo 2013

La Deutsche Bank e lo sterminio degli ebrei \6

E' difficile quantificare i profitti ricavati dalla Deutsche Bank grazie alla campagna di persecuzione degli ebrei: una valutazione fatta da alcuni storici li ritiene attorno al 14 per cento dei profitti annui della banca, almeno nel periodo 1938-1945. La percentuale però appare sottostimata perché durante la guerra i bilanci dell'istituto venivano falsificati per far figurare perdite maggiori di quelle reali, in modo da pagare meno tasse all'esosissimo Stato nazista ed eventualmente poter richiedere finanziamenti pubblici.

Sappiamo con certezza che nel 1940 il patrimonio della Deutsche Bank venne certificato dall'agenzia Moody's in 4 miliardi di Reichmarks, mentre nel maggio del 1945 i dirigenti  dell'istituto, in vista dell'arrivo dell'Armata Rossa, riuscirono a evacuare in fretta e furia dai forzieri della sede berlinese 7 miliardi di Reichmarks, trasferendoli nella zona di occupazione britannica. A questa somma di denaro va aggiunto un altro miliardo e mezzo di beni custoditi nelle filiali della parte occidentale della Germania, per un totale di 8,4 miliardi. E' arduo tradurre queste cifre in Euro perché i dati degli anni di guerra sono poco affidabili, in particolare quelli del biennio 1944-45, visto che imperversava il mercato nero. L'Ufficio Federale di Statistica indica in 3,70 il fattore di conversione Reichsmark - Euro per il 1940 e in 3,30 per il 1944: otteniamo così la somma di 14,8 miliardi di Euro per il 1940 e di 27,7 miliardi di Euro per il 1945, con un incremento di capitale di quasi 13 miliardi nel giro di cinque anni, nonostante il fatto che il mercato del credito al consumo fosse letteralmente crollato e che la Germania fosse ridotta a un cumulo di macerie.

Secondo lo storico Raul Hillberg, il totale dei beni mobili e immobili posseduti da ebrei nella sola Germania nel 1933 ammontava a una cifra oscillante tra i 10 e i 12 miliardi di Reichmarks. Al cambio  attuale fanno una cifra che oscilla tra i 40 e i 48 miliardi di Euro: è difficile dire quale porzione di questa somma sia stata incamerata dalla Deutsche Bank, che si trovava in competizione sia con la Dresdner Bank che con lo Stato nazista, ma è indubbio che l'istituto berlinese riuscì a sopravvivere al crollo del commercio internazionale solo grazie alla politica di "arianizzazione" promossa dal Terzo Reich.

Subito dopo la guerra il governo di occupazione americano promosse un'inchiesta per fare luce sulle complicità degli ambienti bancari con il nazismo: la Divisione Finanza del Governo Militare (OMGUS) produsse un report di oltre 10.000 pagine, realizzato utilizzando le corrispondenze originali e i registri delle operazioni svolte dagli istituti di credito sotto il regime nazista. Il report dell'OMGUS documentò che le grandi compagnie parteciparono alla campagna di discriminazione e di persecuzione degli ebrei non solo per incrementare il proprio patrimonio, ma anche per mantenere il primato nel proprio particolare settore d'affari, industriale o finanziario che fosse.


Sempre secondo il rapporto, gli uomini di punta delle due maggiori banche, Hermann Abs per la Deutsche Bank e Carl Goetz per la Dresdner, aiutarono le SS a trasferire in Svizzera centinaia di lingotti d'oro ottenuti fondendo i denti strappati agli ebrei morti nei campi di concentramento; finanziarono con appositi mutui la costruzione dei campi di sterminio, compreso quello di Auschwitz, e passarono informazioni alla Gestapo su eventuali oppositori al regime.

Gli investigatori dell'OMGUS concludevano la loro analisi raccomandando che i due istituti venissero smembrati e venduti a pezzi, e che i loro dirigenti fossero processati e incriminati per crimini contro l'umanità. Ma buona parte del governo americano, in particolare gli esponenti legati al Dipartimento di Stato e alla Cia, supportati dal Foreign Office britannico, era convinta che occorresse mettere le industrie tedesche in grado di riprendere al più presto la produzione economica. Gli Stati Uniti, infatti, non erano in grado di sobbarcarsi il peso del mantenimento di un intero continente devastato dalla guerra e inoltre il nemico principale, ora che il conflitto era terminato, era diventata l'Unione Sovietica e il comunismo in generale.
Di conseguenza la posizione degli esponenti più intransigenti verso i criminali di guerra nazisti, come il ministro del Tesoro Henry Morgenthau, rimase isolata e il rapporto dell'OMGUS scivolò presto nell'oblio assieme alla questione dello sfruttamento della manodopera forzata e al contrabbando dei lingotti d'oro.

I russi, dopo avere chiuso tutte le banche private nella parte orientale di Berlino, chiesero inutilmente ad americani e inglesi di fare altrettanto nella parte occidentale: Hermann Abs fu liberato dal carcere nel quale era stato rinchiuso dopo soli pochi mesi e l'unica condanna che subì, a dieci anni di prigione, fu da parte della Jugoslavia, che lo processò per il ruolo avuto nella direzione della filiale di Zagabria della Creditanstalt dal 1942 al 1945, periodo durante il quale Abs si attivò per riciclare i beni delle vittime delle stragi degli Ustascia croati.

Fu così che, nel 1949, subito dopo la fine del blocco sovietico sulla città, la Deutsche Bank riprese l'attività creditizia arrivando in pochi mesi ad avere 1.200 impiegati, contro i poco più dei duecento dell'immediato dopoguerra. Anche il proposito di dividere la banca in tre grandi tronconi, pur se attuato all'inizio del 1947, si rivelò nient'altro che una misura temporanea poiché il 100% del capitale azionario rimase nelle mani dei dirigenti della sede di Amburgo, che nel 1957 riuscirono a ricomporre i tre pezzi in un unico istituto ponendo a direttore proprio Hermann Abs, il responsabile del finanziamento del campo di Auschwitz-Birkenau e degli impianti ad esso adiacenti. Un disegno di legge eliminò i vincoli territoriali voluti da Henry Morgenthau agli investimenti della banca e subito dopo la riunificazione, nel marzo 1957, venne siglato il Trattato di Roma che dava inizio al processo di unificazione europea. Così la Deutsche Bank poté ampliare il suo raggio d'azione all'intera Europa occidentale, come già avvenuto durante la guerra peraltro, anche se con mezzi molto diversi.

A ciò si aggiunga il fatto che le vittime delle persecuzioni raramente si fecero avanti per ottenere dei risarcimenti, sia perché spesso le famiglie erano state interamente sterminate e quindi non c'era più nessuno in grado di promuovere un'azione legale, sia perché per i sopravvissuti intentare causa ai loro ex-carnefici significava comunque rivivere momenti di grande dolore e di grande sofferenza. Solo alla fine degli anni novanta le industrie tedesche si sono assunte la responsabilità morale e storica di ciò che era accaduto e hanno creato un fondo di circa 5 miliardi di dollari per risarcire le vittime dell'Olocausto. Le 3.527 aziende che hanno aderito al fondo, però, hanno messo in chiaro che non si tratta di una confessione di colpa, ma piuttosto di un simbolo di "riconciliazione". Pertanto il fondo ha uno scopo puramente "caritatevole", anche perché la cifra messa a disposizione è immensamente inferiore a quanto guadagnato dalle stesse aziende con gli investimenti realizzati nei quarant'anni successivi alla fine del Nazismo.
In questo modo le compagnie tedesche e le loro affiliate straniere si sono assicurate la protezione contro eventuali cause legali e la certezza di potersi muovere sui mercati internazionali in condizione stabilmente "sicure".
Hermann Abs

Ma la vicenda più incredibile avvenne proprio nell'immediato dopoguerra: il governo americano decise di nominare Hermann Abs responsabile della gestione degli aiuti del piano Marshall in Germania. Sembra folle ma è veramente così: il banchiere che autorizzò il mutuo per la costruzione del campo di Auschwitz fu messo a capo della ricostruzione economica del paese, anche grazie alle pressioni esercitate dagli ambienti finanziari britannici che avevano fretta di rendere nuovamente efficiente il sistema economico tedesco per recuperare i crediti fatti negli anni tra le due guerre. Anche per questo motivo le pene comminate ai dirigenti delle industrie che collaborarono con il nazismo furono quasi tutte irrisorie e gli stessi dirigenti furono reintegrati ai loro posti di comando dopo avere scontato pochi anni di detenzione. La scelta di Abs come coordinatore degli aiuti del piano Marshall fu dettata proprio dalla rete di conoscenze di cui disponeva, visto il suo passato: a giudizio dei governi americano e britannico, egli era la persona più indicata per far ripartire al più presto l'economia e respingere le pressioni dei militanti comunisti e socialisti che si stavano riorganizzando sui luoghi di lavoro e chiedevano con insistenza l'allontanamento dei manager compromessi con il nazismo. 

Il generale Lucius Clay, il Governatore militare americano in Germania, voleva addirittura nominare Abs Ministro delle Finanze, ma dovette desistere perché l'opinione pubblica negli Stati Uniti non avrebbe mai accettato che un personaggio così compromesso con il regime nazista entrasse a far parte del governo.
Comunque la denazificazione dell'economia e della società tedesca venne di fatto accantonata. Il senatore Kilgore in quei giorni convulsi dichiarò: "In Italia, ho sentito da alcuni ufficiali dell'esercito americano deplorare il fatto che i partigiani abbiano ucciso molti manager fedeli al Fascismo, il che ha reso molto difficile la riorganizzazione della capacità produttiva italiana. In Germania non c'è stata alcuna rivolta partigiana. La gerarchia industriale nazista è rimasta intatta."

Così Hermann Abs potè continuare a esercitare indisturbato la sua attività di banchiere fino al 1967, quando fu nominato presidente onorario della Deutsche Bank. Rockfeller negli anni settanta lo definì "il più grande banchiere al mondo" e la definitiva consacrazione avvenne quando il Vaticano, nel 1982, gli chiese di fare parte della commissione incaricata di fare chiarezza sul crack del Banco Ambrosiano. Da banchiere di Auschwitz a banchiere di Dio, dunque: per un fervente cattolico qual era Abs dev'essere stata una soddisfazione non da poco.

Gli americani, però, non dimenticarono mai il suo passato e nel 1983 lo inserirono nella lista delle persone indesiderate negli Stati Uniti, cioé quelle persone alle quali viene negato il rilascio del visto d'ingresso per alcune ragioni specifiche, la più rilevante delle quali, nel caso di Abs, era la "turpitudine morale dimostrata dalla sua attiva partecipazione nella persecuzione degli ebrei da parte della Germania Nazista e dei suoi alleati."
Il divieto venne ribadito nel 1990 e rimase in vigore fino alla morte di Abs, nel 1994. (continua)

venerdì 22 febbraio 2013

La Deutsche Bank e lo sterminio degli ebrei \5

Hermann Josef Abs
Hermann Josef Abs era l'amministratore delegato di Deutsche Bank incaricato di seguire il processo di "arianizzazione". Elegante e diplomatico, proveniente da una famiglia rigidamente cattolica di Bonn, Abs entrò nel consiglio della banca nel 1937 e vi rimase fino al termine della guerra. Nel 1957 ne divenne direttore, carica che mantenne fino al 1967, quando fu nominato Presidente Onorario. 
Subito dopo il suo ingresso nell'istituto si occupò personalmente dell'acquisizione di una grande banca berlinese, la Mendelssohn, e di altre transazioni riguardanti importanti aziende manifatturiere.
Hermann Abs ricavò dalle transazioni cospicui vantaggi sia per sé che per i propri familiari: nel caso del complesso minerario di proprietà della famiglia Petscheck, che si estendeva anche in Boemia, riuscì ad ottenere per il padre, che già deteneva il 12% delle azioni, la quota azionaria del 50%, rilevando le azioni a un prezzo più basso di quello di mercato.
Tra le tante cariche ricoperte, Abs sedeva anche nel consiglio dei supervisori della IG Farben, azienda della quale la Deutsche Bank deteneva il 38% delle quote azionarie, per un capitale complessivo di 1,5 miliardi di euro attuali. La IG Farben era la più importante industria chimica tedesca: formatasi negli anni venti da un agglomerato di aziende chimiche che operavano in stretta collaborazione tra di loro, negli anni trenta era un colosso del settore e poteva vantare importanti joint-venture con multinazionali americane quali la Standard Oil di John Rockfeller. La politica autarchica ne favorì ulteriormente lo sviluppo poiché il regime nazista cercò di compensare il calo delle importazioni di materie prime da oltreoceano promuovendo la produzione di surrogati sintetici delle stesse.
Nel marzo del 1941, quando era ormai chiaro che la guerra sarebbe durata molto più a lungo del previsto, il regime decise di riorganizzare l'economia restringendo il ruolo del settore pubblico e puntando a  potenziare il settore privato: l'obiettivo era creare un'economia fondata su grandi imprese private, la cui produzione fosse pianificata dallo Stato. Il primo passo in questa direzione fu fondare un'azienda petrolifera che gestisse le risorse del sottosuolo nei territori appena occupati dell'Europa dell'Est e che si impegnasse a commercializzare il carburante prodotto. L'azienda si chiamò Kontinentale Öl e i dirigenti di Deutsche Bank e di IG Farben ebbero un'influenza fondamentale nello sceglierne gli organi dirigenti. La Kontinentale Öl fece abbondante uso di manodopera forzata perché le funzioni da essa svolte (estrazione di greggio, costruzione di oleodotti etc...) erano considerate vitali nel rimettere in moto l'economia tedesca, dopo anni nei quali il ruolo centrale nel sistema produttivo era toccato alla ReichsWerke Hermann Göring, un conglomerato industriale di proprietà pubblica che aveva realizzato una serie imponente di infrastrutture quali porti, ponti, strade, autostrade, ferrovie, stazioni e fortificazioni militari.

Oro confiscato ai deportati
Ora però era giunto il momento di incrementare la produzione per far fronte al prolungato sforzo bellico e le imprese private, attraverso un sistema di quote imposto dallo Stato, furono stimolate ad utilizzare gli impianti al massimo delle loro possibilità.
Il problema era che gran parte della manodopera maschile di origine tedesca in quel momento si trovava al fronte, pertanto l'unica soluzione per aumentare la produzione fu quella di utilizzare gli internati nei campi di concentramento. 
Le SS, che gestivano il sistema dei campi, si occuparono di procurare la manodopera forzata alle singole imprese, le quali pagavano per questo servizio versando un affitto giornaliero per ogni lavoratore impiegato, il quale non percepiva alcuno stipendio per la sua opera. Nei rari casi in cui il lavoratore percepiva qualche forma di salario, questo veniva confiscato dalle SS che attraverso le requisizioni e le ruberie effettuate in tempo di guerra costruirono un vero e proprio impero economico.
Le banche a loro volta incoraggiarono l'utilizzo di schiavi nei luoghi di lavoro perché erano ansiose di recuperare gli ingenti prestiti fatti negli anni precedenti alle aziende per aiutarle a ingrandirsi e a ristrutturarsi, magari acquisendo impianti espropriati a proprietari di origine ebraica. Gli istituti di credito detenevano partecipazioni azionarie delle imprese che finanziavano e visto che, a causa della guerra, i consumi erano sensibilmente calati, l'unica speranza per rilanciare l'economia privata e riprendere a fare profitti era costituita dall'incremento delle spese militari. Rappresentanti delle banche erano presenti nei consigli di amministrazione e di supervisione delle principali imprese: Hermann Abs, per fare un esempio, sedeva nei consigli di ben quaranta aziende tra le quali, oltre a IG Farben, figuravano Siemens, Volkswagen, Degussa, Krupp, Daimler-Benz, Allianz e BMW. 
File di cadaveri trovati all'apertura di un lager
L'avviamento è sempre un'operazione complessa che richiede molto denaro e molti sforzi. L'utilizzo di manodopera gratuita agevolò notevolmente il ricollocamento sul mercato delle aziende appena ristrutturate e minimizzò i rischi relativi all'avviamento d'impresa. Così, l'interesse economico di banchieri e imprenditori si incontrò con la volontà politica di Hitler di sterminare il maggior numero di lavoratori possibile, che si trattasse di ebrei, zingari, oppositori politici oppure prigionieri di guerra. 
I manager delle aziende venivano invitati a recarsi personalmente nei lager per scegliere il personale da impiegare. Questo, una volta selezionato, veniva fatto lavorare in condizioni disumane, al freddo, con poco cibo e orari estenuanti, in modo da spremerne il massimo rendimento possibile. Quando il lavoratore, ormai stremato e incapace di svolgere qualsiasi funzione utile al processo produttivo, si accasciava a terra in mezzo alle linee di produzione, veniva letteralmente raccolto dalle SS e trasportato verso le camere a gas per la definitiva eliminazione.
In totale furono oltre dodici milioni gli individui eliminati all'interno del circuito campo di concentramento - fabbrica - camera a gas: oltre ai sei milioni di ebrei, al mezzo milione di rom e al milione e mezzo di oppositori politici di varia estrazione, ci furono circa tre milioni di prigionieri di guerra sovietici e altri due milioni di civili rastrellati in gran parte nei territori conquistati dell'Europa dell'Est, i cosiddetti "OstArbeitern".
Il processo di Norimberga contro i vertici della IG Farben provò che Hermann Abs era presente alle riunioni del consiglio dei supervisori quando questo, in due occasioni distinte, il 2 luglio del 1941 e il 30 maggio del 1942, votò all'unanimità un'ordine del giorno che ingiungeva ai manager della compagnia di fare tutti gli sforzi possibili per ottenere lavoratori stranieri e prigionieri di guerra da impiegare nel complesso in costruzione presso il campo di Auschwitz.

Adolescenti internati in un campo
Nel febbraio del 1999, in seguito alle pressioni del Congresso Mondiale Ebraico, alcuni storici trovarono negli archivi della Deutsche Bank la prova che la banca aveva finanziato la costruzione del campo di sterminio: gli archivisti, infatti, trovarono una descrizione dettagliata di un mutuo erogato alle imprese che edificarono le strutture destinate a ospitare la polizia di sicurezza del campo, le "Waffen-SS Auschwitz,". Dall'archivio della banca saltarono fuori anche le pratiche di altri mutui erogati ad imprese che costruirono i loro impianti adiacenti al campo di Auschwitz, per poter sfruttare il lavoro degli internati. I dirigenti della IG Farben erano talmente entusiasti della prospettiva di utilizzare manodopera gratuita che vollero costruire un loro campo ad alcuni chilometri da quello principale, a Monowitz, a fianco dello stabilimento per la produzione di gomma sintetica e la Deutsche Bank finanziò l'iniziativa.
L'aspettativa di vita di coloro che lavoravano nell'impianto di Monowitz non superava i tre o quattro mesi, perché i turni di lavoro erano massacranti e i lavoratori costantemente denutriti. Nelle miniere vicino al campo le cose andavano persino peggio perché l'aspettativa di vita era solo di un mese. Quando gli internati non erano più giudicati abili al lavoro venivano "spediti a Birkenau", come si legge sui registri dell'azienda, e passati nelle camere a gas. (continua)


CategoriaNumero di vittimeFonte
Ebrei5,9 milioni Dawidowicz, LucyThe War Against the Jews, Bantam, 1986,
Prigionieri di guerra sovietici2–3 milioniBerenbaum, Michael. The World Must Know,
United States Holocaust Memorial Museum, 2006
Polacchi non Ebrei1,8–2 milioniPoles: Victims of the Nazi Era
Rom e Sinti220.000-500.000 "Sinti and Roma"
Disabili e Pentecostali200.000–250.000 Deaf People in Hitler's Europe
Massoni80.000–200.000Hodapp, Christopher, Freemasons for Dummies, For Dummies, 2005
Omosessuali5.000–15.000The Holocaust Chronicle, Publications International Ltd., p. 108
Testimoni di Geova2.500–5.000Shulman, William L., A State of Terror: Germany 1933–1939, Bayside, New York, Holocaust Resource Center and Archives.
Dissidenti politici1-1,5 milioni
Slavi1-2,5 milioniDawidowicz, LucyThe War Against the Jews, Bantam, 1986,
Totale12,25 - 17,37 milioni

martedì 5 febbraio 2013

La Deutsche Bank e lo sterminio degli ebrei \4

L'arrivo dei nazisti a Vienna
Con l'espansione militare del Terzo reich aumentarono le possibilità per le due maggiori banche tedesche di concludere buoni affari. Nonostante le iniziali resistenze da parte austriaca, nel 1942 fu concesso alla Deutsche Bank di acquistare la quota di maggioranza nella più grande banca del paese, la Creditanstalt, dopo aver detenuto per oltre tre anni quote di minoranza. Nel caso della Cecoslovacchia il governo tedesco insistette fin dall'inizio perché la Deutsche Bank e la Dresdner Bank rilevassero gli istituti di credito del paese, in particolare quelli con la clientela di lingua tedesca.

Le banche dovevano essere le messaggere del Nuovo Ordine Tedesco: un funzionario della Deutsche Bank si recò a Praga due giorni prima dell'invasione per negoziare il futuro bancario della Cecoslovacchia. In questo modo, l'istituto fu in grado di gestire "l'arianizzazione" dei paesi occupati, guadagnando la fiducia e la cooperazione degli industriali tedeschi, avidi di investimenti a buon mercato nell'Europa dell'Est.

La Creditanstalt era la più famosa banca di investimenti austriaca, con partecipazioni azionarie in molte aziende del settore siderurgico. Fondata nel 1855 dai Rotschild, acquisì risonanza internazionale nel 1931, quando il suo fallimento provocò una crisi bancaria e finanziaria in tutta l'Europa centrale, con ripercussioni anche in Germania. La banca, oltre a possedere quote delle principali aziende austriache, aveva una fitta ragnatela di contatti negli ex territori dell'Impero Asburgico, in Ungheria e nei Balcani. Per la banca berlinese, l'acquisizione della Creditanstalt sarebbe stato l'inizio di un percorso di espansione nelle aree d'Europa soggette alla pressione politica ed economica tedesca.

Subito dopo l'acquisto, le maggiori partecipazioni industriali della banca vennero vendute all'azienda pubblica Reichwerke "Hermann Goring", che acquisì così industrie strategiche nel settore della carta, delle costruzioni, della siderurgia, degli armamenti e del commercio.
La riorganizzazione della vita economica austriaca fu veloce e brutale: venne istituita una "tassa di arianizzazione" per costringere gli ebrei a vendere le loro imprese, ma i proprietari non ricevettero quasi alcun compenso. In totale, furono più le attività costrette a chiudere di quelle rilevate: su un totale di 13.046 imprese artigiane, di cui 12.550 solo a Vienna, 11.357 chiusero i battenti mentre 1.689 vennero "arianizzate". Le imprese commerciali, invece, erano 10.992 (7.900 a Vienna): 9.112 furono chiuse e 1.870 trasferite a proprietari "ariani".

La Creditanstalt svolse un ruolo significativo in questo processo: inventariò tutti i beni posseduti da cittadini ebrei depositati nei propri conti correnti e nelle cassette di sicurezza, erogò prestiti agevolati alle aziende "arianizzate" e intervenne per confiscare le quote azionarie in mano ad ebrei e trasferirle in mani più "pure", cioè di religione cristiana. Prima della vendita veniva nominato dallo Stato una sorta di curatore fallimentare incaricato di esprimere una valutazione generale che tenesse conto dell'inventario dei beni e dei costi necessari all'avvio dell'attività: di solito una delle motivazioni addotte per far abbassare il prezzo d'acquisto era "che un'azienda non-ariana non avrebbe potuto prendere parte alla ripresa economica" e quindi andava svenduta.

In seguito all'invasione della Cecoslovacchia il governo nazista intraprese una riorganizzazione complessiva dei rapporti di proprietà al fine di integrare la regione della Boemia-Moravia all'interno dell'economia bellica tedesca. Dopo l'annessione dei Sudeti, Deutsche Bank rilevò le filiali della Bohmische Union-Bank (BUB), una banca con una clientela prevalentemente di lingua tedesca che possedeva partecipazioni azionarie in molte grosse aziende della regione. Il problema era che la BUB era considerata una banca "ebraica" da parte delle autorità naziste, sia per la composizione degli azionisti che per la quota di ebrei presenti tra i dipendenti.

L'ingresso del campo di Theresienstadt
Il nuovo manager nominato dalla Deutsche Bank, Walther Pohle, era un protetto della Gestapo e come primo atto licenziò immediatamente tutti i dirigenti e i direttori di filiale ebrei. I 18 membri del consiglio dei supervisori si dimisero in blocco per protesta. Il direttore generale appena licenziato fu arrestato dalla polizia tedesca e morì in carcere, presumibilmente dopo essersi suicidato.
Il personale epurato fu rimpiazzato da funzionari della Deutsche Bank provenienti dalla Germania, così che Pohle potè annunciare trionfalmente al consiglio supremo delle SS "le dimissioni di tutti i membri non-ariani della banca".
Il 5 luglio 1939 finalmente il Ministero dell'Economia del Reich garantì alla BUB un "certificato di arianità" che le permise di iniziare ad operare.
Il nuovo management, nonostante il certificato di purezza razziale che avrebbe dovuto attestarne anche la moralità, fece subito figurare nel bilancio abbondanti perdite, in modo da poter richiedere e ottenere dei sussidi dallo Stato.
In effetti i profitti della banca andarono male durante i primi due-tre anni e cominciarono a crescere solo nel 1943: la principale fonte di guadagno derivò dalla partecipazione alla riorganizzazione dell'economia del Centro Europa.

Il 27 settembre 1941, il maggiore delle SS Reinhard Heydrich assunse il ruolo di "Reich protector in Boemia-Moravia". Il 24 novembre ebbe luogo la prima deportazione di ebrei verso il ghetto di Theresienstadt, un campo di transito vicino al confine con la Polonia nel quale le condizioni di vita degli internati erano abbastanza buone, ma non certo per ragioni umanitarie: il campo era stato creato da Adolf Eichmann con lo scopo di occultare la realtà dei campi di sterminio, ai quali venivano avviati i detenuti di Theresienstadt dopo un breve periodo di permanenza che serviva ad illuderli sulla loro sorte. Il 9 gennaio del 1942, infatti, iniziarono le deportazioni verso est, in particolare verso Auschwitz.

Le deportazioni avevano delle notevoli implicazioni finanziarie: alle banche come la BUB veniva fornita una lista numerata dei loro clienti, preparata dall'"Ufficio Centrale per la sistemazione della questione ebraica in  Boemia e Moravia". In  quelle liste, agli ebrei venivano assegnati dei numeri di registrazione particolari con lo scopo di identificarli. Le banche ricevevano istruzioni di non intraprendere alcuna azione sui loro conti correnti fino a quando una seconda cifra non veniva associata al nome: il numero segnalava l'avvenuta deportazione. A questo punto il conto corrente veniva svuotato e il suo contenuto trasferito in un fondo speciale, destinato ad accogliere i ricavi del processo di "arianizzazione".

Nel novembre del 1943 il totale del deposito delle vittime di Therensienstadt ammontava a circa 360 milioni di euro, ai quali vanno aggiunti altri 400 milioni di euro appartenenti a ebrei "resettled" [uccisi].
L'Olocausto era divenuto la principale fonte di entrate della banca  boema. Verso la fine della guerra, quando Praga stava per essere liberata, i vertici della BUB trasferirono quasi tutti i beni e i titoli presenti sul fondo dei deportati in Germania. Questi beni furono inventariati nel 1957, quando la Deutsche Bank fu riorganizzata come un singolo istituto dopo essere stata temporaneamente divisa in tre tronconi dalle potenze vincitrici, ma non furono utilizzati per risarcire i vecchi proprietari dei conti sopravvissuti allo sterminio, bensì per pagare le pensioni ai dipendenti della banca.


La folla saluta l'arrivo di Hitler in Austria

mercoledì 30 gennaio 2013

La Deutsche Bank e lo sterminio degli ebrei \3

Il 1938 segnò un cambio di passo nelle persecuzioni antiebraiche. Tra il 9 e il 10 novembre, nella cosiddetta Notte dei Cristalli, i nazisti lanciarono un pogrom violentissimo che portò alla distruzione di oltre 7500 negozi e alla devastazione e all'incendio di quasi tutte le sinagoghe della Germania. La polizia ricevette l'ordine di non intervenire e i vigili del fuoco fecero attenzione solo a che il fuoco non si trasmettesse agli edifici vicini. Gli squadristi ebbero via libera: il numero delle vittime decedute in seguito ai pestaggi fu di varie centinaia, senza contare i suicidi. Circa 30.000 ebrei vennero deportati nei campi di concentramento di Dachau, Buchenwald e Sachsenshausen.

In tale occasione il Ministro della Propaganda Joseph Goebbels trascrisse nel suo diario una conversazione avuta con Hitler: "Il Fuhrer desidera prendere misure molto dure contro gli ebrei. Devono rimettere in piedi i loro negozi da soli. Le compagnie di assicurazione non pagheranno un soldo. Dopodiche il Fuhrer vuole gradualmente espropriare le imprese ebraiche, pagandole con titoli di stato che potremo rendere nulli in qualsiasi momento."

Il giorno successivo Hermann Goring, numero due del regime, in un discorso di fronte a un'assemblea di capi sezione del partito, manifestò la chiara intenzione del regime nazista di gestire i profitti del processo di "arianizzazione" al fine di finanziare lo sforzo bellico: "E' sottinteso che un controllo sulle arianizzazioni passate e future può essere imposto in qualsiasi momento. E' altrettanto sottinteso che i casi particolarmente importanti di arianizzazione o almeno le negoziazioni più rilevanti fin dall'inizio saranno effettuate al vertice, così che ogni possibile controllo garantisca che i benefici vadano realmente al Reich."



Mentre il numero di attività "non-ariane" messe in vendita aumentava costantemente, la gente si lasciava andare, anche in pieno giorno, a saccheggi di abitazioni e negozi "ebraici": ad Amburgo, la villa di un ricco commerciante venne svuotata di tutto e gli oggetti furono posti immediatamente all'asta sulla pubblica via. Per gettare benzina sul fuoco il governo emise l'Ordinanza sull'Esclusione degli Ebrei dalla Vita Economica Tedesca, che impediva a ogni cittadino ebreo di gestire negozi o di amministrare imprese e che autorizzava ogni imprenditore a licenziare un dipendente ebreo senza dover temere alcuna conseguenza sul piano giuridico. La misura fu aggravata dall'imposizione di una tassa aggiuntiva del 25 per cento sui tutti i beni "ebraici". Quelli che avessero cercato di portare i loro averi all'estero sarebbero stati perseguiti per legge e se per caso fossero riusciti a emigrare, avrebbero perso automaticamente la nazionalità tedesca e tutti i loro beni sarebbero stati confiscati dallo Stato.
Secondo una stima fatta da un dirigente della banca alla fine degli anni trenta, il valore dei beni immobili posseduti da ebrei in Germania ammontava a circa 8-9 miliardi di marchi. Visto che un Reichmark nel 1939 valeva circa quattro euro del 2008, la cifra ammonterebbe a 30-35 miliardi di euro, ma è probabile che vada ritoccata per eccesso perché le proprietà possedute da "non-ariani" erano ingenti e includevano anche due grandi banche, la Mendelssohn & Co. di Berlino e la Simon Hirschland di Essen, svariate banche minori, grandi aziende minerarie con relativi possedimenti, case editrici, fabbriche di ceramiche e di porcellana, più una miriade di negozi e piccole imprese. Quello che è certo è che la prospettiva di incamerare tali beni suscitò una feroce competizione tra le due principali banche private, la Dresdner Bank e la Deutsche Bank, che spinte dall'avidità tentarono di inserirsi nel processo di "arianizzazione" per impedire che tutte le ricchezze venissero incamerate dallo Stato.
Già nell'agosto del 1937, la Deutsche Bank aveva chiesto a tutte le filiali di riferire i casi di aziende "non ariane" che avessero un'elevata posizione debitoria, in modo da poter spingere facilmente i proprietari a vendere. Nel 1938 questi sforzi vennero sistematizzati. In una lettera del 4 gennaio, inviata dal Cda della banca ai direttori delle filiali, si chiedeva di stilare una lista di tutta la clientela "non ariana": "Recentemente abbiamo avuto numerose discussioni con voi circa il fatto di intrattenere rapporti d'affari con committenti non-ariani, e vi abbiamo detto solo pochi giorni fa come vediamo il futuro sviluppo di questo tipo di azienda. In seguito abbiamo avuto notizia da parte vostra che siete in costante contatto con tali imprese e che avete offerto loro i vostri servizi, o intendete offrire i vostri servizi in connessione con l'arianizzazione. [...] L'obiettivo della lista che vi chiediamo è quello di metterci in grado di considerare se [...] possiamo aiutarvi nei vostri sforzi, benché noi siamo consapevoli che, nell'immediato, le negoziazioni vadano condotte da voi stessi.[...] In questo senso, noi siamo interessati in quelle aziende non-ariane di dimensioni maggiori presenti sul vostro territorio che non sono vostre clienti ma sono lo stesso  potenziali candidate per l'arianizzazione, siano esse imprese private oppure società per azioni [...]così da essere in grado di offrire i nostri servizi nel caso di un possibile trasferimento."

L'obiettivo principale era trovare dei compratori per le aziende in vendita, possibilmente facendo in modo che non si scatenassero delle aste per quelle più ambite: questa ricerca divenne una vera e propria attività specializzata che le banche condussero cercando di promuovere un processo di concentrazione industriale, perché dopo la vendita avrebbero sostenuto il rilancio dell'impresa collocando sul mercato eventuali prestiti. La "caccia" ai possibili compratori, dunque, si rivelava un modo per incrementare il parco clienti della banca.
Nei casi in cui si realizzò una stretta collaborazione Stato-banche l'intero processo divenne ancora più efficiente. Il direttore della regione della Saar-Palatinato della Deutsche Bank, il giorno dopo la Notte dei Cristalli scriveva: "Da questa sera tutti i beni di proprietà di ebrei nel distretto amministrativo verrano trasferiti a questa compagnia (Saar-Palatinate Asset Realization Company), la procedura usuale è che il proprietario ebreo irrevocabilmente autorizzi la compagnia ad amministrare i suoi beni e a trasferirli in mani ariane; [...] La compagnia effettuerà velocemente la vendita dei beni ad essa trasferiti, mentre le banche ad essa collegate potranno offrire crediti ai compratori."

La Deutsche Bank compilò una lista di 700 imprese delle quali 200 furono vendute entro il luglio e altre 260 entro la fine di Agosto 1938. L'istituto di credito fu particolarmente attivo in settori quali il tessile e tabacco, entrambi fortemente dipendenti dall'importazione di materie prime da paesi esteri nei quali la banca aveva forti interessi, vista la sua vocazione originaria di finanziatrice del commercio internazionale. Come già detto, l'acquisizione di due grandi banche riuscì nonostante l'opposizione del governo nazista, che non voleva che la Deutsche Bank acquisisse troppo potere rispetto alla concorrente Dresdner Bank, privilegiata da esponenti del regime e soprattutto dalla Gestapo. Tra gli acquisti ci furono anche molte banche minori, aziende del settore minerario-carbonifero con proprietà nell'Europa Centrale e una casa editrice, la cui "arianizzazione" si rivelò particolarmente ambita dai vertici del Partito NazionalSocialista, vista l'importanza accordata dal regime alla propaganda.

Nella bozza di una lettera conservata negli archivi dell'istituto, risalente a questo periodo, si legge: "Al fine di creare un definitivo stato di pace nell'economia prima possibile, le autorità del Reich stanno discutendo l'idea di una completa soluzione del problema non ariano nell'economia." (continua)

domenica 27 gennaio 2013

La Deutsche Bank e lo sterminio degli ebrei \2

L'ascesa al potere del Partito Nazionalsocialista (NSDAP) modificò profondamente il clima interno alla Deutsche Bank: gli impiegati erano uno dei ceti più colpiti dalla depressione economica e dal taglio dei salari, il che provocò in loro la paura di perdere la propria posizione sociale, accompagnata da un sentimento di ostilità verso le colleghe di sesso femminile, oltre che verso gli ebrei.
All'inizio del 1932, circa un decimo del personale era membro della NSDAP e dopo il gennaio 1933, quando Hitler venne eletto Cancelliere, il management dell'istituto di credito pensò che fare sempre più concessioni a questa componente politicizzata fosse il modo giusto per ingraziarsi i favori del nuovo governo.
Il 30 novembre 1933, il congresso generale della banca fu aperto da una parata degli impiegati membri delle SA, delle SS e delle associazioni paramilitari di estrema destra. L'orchestra della banca suonò "Deutschland, Deutschland über alles" e il preludio all'opera di Richard Wagner "Die MeisterSinger von Nürnberg" (I Maestri Cantori di Norimberga).
Un membro del cda, nel suo messaggio inaugurale disse che "il nuovo spirito dell'epoca aveva già permeato l'intera banca" e promise di creare nuovi posti di lavoro attraverso il licenziamento del personale di sesso femminile e di origine ebraica (solo nel 1933 si aprirono 324 "vuoti" nell'organico aziendale).
I dipendenti di origine ebraica, che si trattasse di personale subordinato o dirigenziale, furono rimossi con decisione dai loro posti, anche in seguito ad assalti fisici da parte di squadre di nazisti contro le filiali nei quali questi lavoravano. Improvvisamente la Germania era diventata una nazione di informatori, pronti a rivelare alla Gestapo ogni possibile dubbio o sospetto riguardo all'origine razziale e alle tendenze politiche dei loro vicini di casa o colleghi di lavoro.
Uno degli esponenti di alto livello della banca, Georg Solmssen, portavoce ufficiale dell'istituto, in una lettera indirizzata al Presidente del Consiglio dei Supervisori, il 6 aprile del 1933 scriveva: "L'esclusione degli ebrei dallo stato di servizio, ottenuta attraverso misure legislative, solleva la questione di quali conseguenze questa misura - che è stata accettata come evidente da parte della classe dirigente - porterà per il settore privato. Temo che siamo soltanto all'inizio di una consapevole e pianificata evoluzione, diretta all'indiscriminata distruzione morale ed economica di tutti i membri della razza ebraica che vivono in Germania. La totale passività di quelle classi non appartenenti al Partito NazionalSocialista, la manifesta mancanza di ogni sentimento di solidarietà da parte di tutti coloro che, nelle aziende interessate, hanno lavorato fianco a fianco con colleghi ebrei, la sempre più chiara prontezza ad approfittare dei posti rimasti vacanti e il silenzio tombale che accompagna l'ignominia e la vergogna irrimediabilmente inflitta a coloro che, benché innocenti, vedono le fondazioni del loro onore e e della loro rispettabilità minate da un giorno all'altro [...] Ho la sensazione che [...] anche io sarò scaricato appena arriverà dall'esterno il richiamo deciso ad includermi nella "campagna di pulizia"."
Il giorno dopo che Solmssen aveva scritto la sua lettera, il governo promulgò la legge sul risanamento della funzione pubblica che ebbe l'effetto di cacciare circa  5.000 "non-ariani" dai loro posti di lavoro nella settore pubblico. Nel 1933 la popolazione di origine ebraica in Germania contava circa 600.000 persone, gran parte delle quali occupate nel settore privato. Licenziarli non era per niente facile perché non esisteva ancora una chiara definizione che aiutasse a distinguere un ebreo da un ariano: questa giunse solo nel 1935, con le famigerate leggi di Norimberga.
Oltre a ciò, esistevano dei vincoli legali che impedivano ai datori di lavoro di licenziare i propri dipendenti ebrei, che spesso erano tra i migliori. Per cui lo Stato, coadiuvato dalle banche, iniziò a esercitare delle pressioni fortissime su tutte quelle aziende che avevano membri di origine ebraica tra i dipendenti oppure tra il management. Le pressioni erano di vario genere e consistevano nel boicottaggio dei prodotti sul mercato interno, nelle restrizioni alla fornitura di materie prime oppure nella minaccia, da parte delle banche, di revocare l'apertura di credito fatta in precedenza al proprietario. Questa in particolare risultava particolarmente efficace perché, vista la perdurante crisi economica e l'aumento delle tasse imposto dal regime per finanziare il riarmo, molte imprese riuscivano a tirare avanti solo grazie al credito fatto dalle banche.

Per quanto riguarda le aziende possedute da ebrei, si arrivava anche alle minacce fisiche e alla deportazione in campo di concentramento. Nel 1932 in Germania c'erano circa 100.000 aziende di proprietà "non-ariana"; nel 1935 questa cifra era calata a un numero tra 75.000 e 80.000. Alla fine del 1937, i due terzi delle piccole imprese di proprietà di ebrei avevano già chiuso i battenti ed erano state rilevate a prezzi di svendita, di solito meno di un sesto del loro valore, da esponenti "ariani", cioè membri o simpatizzanti del Partito NazionalSocialista.

I proprietari delle aziende più grandi, avendo più risorse a disposizione, riuscirono a resistere fino al 1938, ma già alla fine del 1936, 360 di essi erano stati costretti a svendere i loro beni a persone di origine "ariana".
Va tenuto presente che in questa fase la cessione era ancora "volontaria", cioè teoricamente dipendeva dalla libera volontà del proprietario. Solo dopo il 1938 l'arianizzazione divenne "coatta", cioè imposta con la forza e con la violenza fisica dallo Stato.

La Deutsche Bank svolse un ruolo importante sia nella fase di "persuasione", negando crediti ad aziende in difficoltà gestite da ebrei e ai loro clienti o fornitori, sia sforzandosi di trovare sul mercato dei possibili acquirenti disposti a rilevare l'impresa. Naturalmente, il gioco di sponda con le autorità naziste nel vessare le aziende "non-ariane" durava fino a quando il proprietario non si diceva disposto a svendere il suo bene a un prezzo largamente inferiore a quello di mercato. La banca guadagnava comunque dalla transazione perché, oltre a percepire una commissione sul prezzo di vendita, riusciva a entrare con dei suoi rappresentanti nel consiglio di amministrazione e finanziava la ristrutturazione dell'azienda con un corposo mutuo. E' superfluo aggiungere che tale ristrutturazione prevedeva l'espulsione dal posto di lavoro di tutto il personale di origine ebraica, oltreché dei sindacalisti e, in generale, di tutti coloro che erano invisi al regime. (continua)

sabato 26 gennaio 2013

La Deutsche Bank e lo sterminio degli ebrei \1

Fondata nel 1870, pochi mesi prima dell'unificazione tedesca, grazie a una licenza concessa dallo stato prussiano, la Deutsche Bank venne concepita con l'intento patriottico di sfidare l'egemonia del mercato londinese nel finanziamento del commercio d'oltremare e, pertanto, di svincolare i mercanti tedeschi dalla dipendenza da Londra per quanto riguarda l'accesso al credito.
Nei primi anni della sua esistenza la banca berlinese conobbe un'espansione molto rapida, stabilendo nuove filiali a Londra, New York, Parigi, Shangai e Yokohama. Nel 1874 creò un'istituzione sorella per il mercato del Sud America: la Deutsch Ubersee Bank. Oltre a finanziare il commercio, l'istituto svolse importanti operazioni per conto del neonato governo tedesco quali, ad esempio, la vendita sul mercato asiatico di gran parte delle riserve d'argento della Prussia, nel momento in cui l'Impero Guglielmino si apprestava ad abbracciare il sistema valutario basato sull'oro, abbandonando definitivamente quello legato all'argento.
La Deutsche Bank contribuì fortemente allo sviluppo e al consolidamento della grande industria tedesca, specialmente nel settore elettrotecnico (uno dei soci fondatori era parente di Siemens, socio fondatore dell'omonima azienda), promuovendo un processo di concentrazione che, alla vigilia della Prima Guerra Mondiale, lasciò sul mercato solo due soggetti: la Siemens, per l'appunto, e l'AEG.
Agli inizi degli anni Trenta, la Deutsche Bank era la più grande banca tedesca, ma il suo potere economico era divenuto oggetto di aspre controversie: la crisi economica del 1929 aveva messo a rischio la liquidità dell' istituto bancario il quale, per tutelarsi, era stato costretto a chiedere il rientro dei crediti concessi alle piccole e medie imprese, attirandosi così l'odio di molti piccoli imprenditori gettati sul lastrico dall'improvvisa restrizione creditizia.
Inoltre molti governi, per cercare di arginare le conseguenze della crisi, avevano messo in atto politiche protezionistiche, con l'effetto di far calare bruscamente il volume di scambi del commercio mondiale. Così il giro d'affari della Deutsche Bank era notevolmente diminuito, con la conseguenza che i dirigenti furono costretti a chiedere sussidi allo Stato per sopravvivere, rendendo l'istituto di credito succube del potere politico.
I nazisti nutrivano un particolare odio per le grandi banche come la Deutsche Bank, sia per ragioni ideologiche (erano contrari al libero mercato e convinti che le ragioni dell'economia dovessero essere subordinate alle necessità della "comunità nazionale") sia per ragioni pratiche (molti affiliati al partito nazista provenivano dalle file di quella piccola borghesia rovinata dalle restrizioni creditizie degli anni successivi alla Grande Crisi) e quando giunsero al potere si impegnarono per incrementare la rete di controlli ereditata dai governi passati, al fine di estendere l'influenza governativa, e quindi del Partito Nazista, sulle banche e sulle loro dinamiche interne.
Nel 1934, l'anno successivo all'elezione di Hitler a Cancelliere, venne inaugurato un sistema generale di gestione pubblica del commercio, che prevedeva la regolamentazione del flusso delle materie prime verso le aziende e restrizioni al pagamento dei dividendi; dopo il 1936 fu introdotta la regolamentazione dei prezzi, che furono pertanto sottratti alle fluttuazioni del libero mercato.
Nel frattempo l'economia continuava a declinare: il volume dei crediti nel bilancio della Deutsche Bank scese dal 55,4 per cento nel 1932 al 35,4 per cento nel 1937. Nonostante una breve ripresa nel 1938, il mercato dei mutui bancari continuò ad andare male per tutta la durata della Seconda Guerra Mondiale. Inoltre, lo Stato nazista aveva un continuo bisogno di finanziamenti per poter estendere le proprie attività di controllo sull'economia e le grandi banche erano pertanto costrette, se volevano ricevere i sussidi essenziali alla propria sopravvivenza, a investire forti somme nell'acquisto di titoli pubblici emessi dal Ministero del Tesoro. Per non parlare del fatto che, a partire dal 1936, lo sforzo per il riarmo generale in previsione della guerra indusse i vertici del governo a esercitare ulteriori pressioni sugli istituti di credito per ottenere altri finanziamenti attraverso l'acquisto di buoni del Tesoro.
Nonostante ciò, se osserviamo il grafico che raffigura l'andamento del bilancio patrimoniale della Deutsche Bank, notiamo che, a partire dal 1938, il volume degli affari inizia a salire costantemente per poi impennarsi addirittura negli ultimi tre-quattro anni del conflitto bellico. Che cosa ha provocato questa improvvisa ascesa del volume d'affari della Deutsche Bank negli anni che vanno dal 1938 al 1945? La risposta è semplice e brutale allo stesso tempo: messa alle strette dalla crisi economica e dalle richieste dello Stato di finanziare il riarmo dell'economia tedesca, i dirigenti dell'istituto berlinese scelsero di percorrere l'unica strada che avrebbe consentito loro di sopravvivere all'ostilità dei vertici del Partito Nazista, cioè partecipare attivamente al saccheggio e alla spoliazione dei beni della popolazione ebraica, in Germania prima e nei territori occupati dalle armate del Terzo Reich, dopo, collaborando con la Gestapo e le SS nella persecuzione e nello sterminio degli ebrei attraverso la creazione dei campi di concentramento, il più grande dei quali, quello di Auschwitz, fu finanziato con un mutuo proprio dalla Deutsche Bank. (continua)