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sabato 16 marzo 2013

La Deutsche Bank e lo sterminio degli ebrei \7

Buona parte delle informazioni contenute negli articoli di questa serie sono tratte dalla storia ufficiale della Deutsche Bank.
"The Deutsche Bank 1870-1995" è stato pubblicato in occasione delle celebrazioni per il 125° anniversario della creazione dell'istituto ed è frutto del lavoro di cinque storici, tre tedeschi e due americani: i tre tedeschi sono Lothar Gall, Carl-Ludwig Holtfrerich e Hans E. Buschgen; gli americani sono Gerald D. Feldman e Harold James. I cinque studiosi hanno avuto pieno accesso al materiale presente negli archivi della banca e ai diari privati di molti tra i suoi funzionari e dirigenti. L'opera è indubbiamente di grande spessore e fornisce un punto di vista inedito per ripercorrere le vicende tedesche ed europee degli ultimi centocinquant'anni da una prospettiva inedita. L'unico neo riguarda la trattazione del periodo 1933-1945, che oltre a essere frettolosa e poco approfondita, salta a piedi pari ogni problematica relativa allo sfruttamento della manodopera forzata e al riciclaggio dei lingotti d'oro ottenuti fondendo i denti e gli anelli strappati agli internati nei lager.
Inoltre gli autori tentano di accreditare l'idea, molto discutibile, che i dirigenti della banca abbiano contribuito all'attuazione delle politiche razziali, sia nei confronti dei dipendenti che dei clienti, solo per salvaguardare la propria autonomia professionale e quella dell'istituto, perché in realtà disprezzavano profondamente l'orientamento ideologico e i fini pratici del Nazionalsocialismo.


La verità, naturalmente, è molto diversa e per questo motivo il libro, subito dopo la pubblicazione, ha dato origine a polemiche molto aspre da parte delle associazioni di reduci dai lager e degli studiosi del Nazionalsocialismo, tanto più che nello stesso periodo la Deutsche Bank aveva deciso di sbarcare in grande stile sul mercato del credito americano lanciando un'offerta d'acquisto per una grossa banca, la Bankers Trust, con filiali sparse in tutto il paese.

Le polemiche raggiunsero il culmine quando, nel febbraio del 1999, saltarono fuori dagli archivi della banca alcuni documenti, che i cinque storici avevano ignorato, comprovanti l'erogazione di un mutuo per la costruzione del campo di Auschwitz: la somma, che secondo i giornali ammontava a 250 milioni di dollari del 1999, servì a finanziare la costruzione degli alloggi delle Ss e di alcuni impianti industriali per lo sfruttamento del lavoro degli internati.
A questo punto i vertici dell'istituto, per tacitare le polemiche e per pararsi da eventuali azioni legali, decisero di sborsare altri milioni di dollari in aggiunta a quelli già spesi, per far scrivere un secondo libro dedicato esclusivamente all'analisi delle complicità nell'Olocausto degli ebrei d'Europa.

Il libro si intitola "The Deutsche Bank and the nazi economic war against the jews" e l'autore è Harold James, uno dei cinque storici che hanno collaborato a scrivere la storia ufficiale. Pubblicato nel 2001, il volume, disponibile solo in inglese e in tedesco, descrive in dettaglio le modalità con cui dirigenti, funzionari e semplici impiegati collaborarono con le politiche razziali e di sterminio del Terzo Reich conseguendo enormi profitti: la Deutsche Bank esercitò, attraverso lo strumento delle restrizioni al credito, forti pressioni sulla clientela di origine ebraica per spingerla a cedere le proprie attività a prezzi molto più bassi di quelli di mercato e confiscò i conti correnti intestati ai cittadini deportati nei lager, impadronendosi di tutti i loro beni. Grazie alla collaborazione con le Ss, l'istituto estese il raggio d'azione delle proprie attività criminali mano a mano che le truppe naziste si espandevano per l'Europa, risucchiando le vite di milioni di esseri umani all'interno del gelido anonimato dei bilanci di esercizio.

Nonostante l'indiscutibile completezza dei dettagli riportati segni un passo in avanti rispetto alla storia ufficiale, anche questo testo contiene alcune omissioni tanto fondamentali quanto sgradevoli: innanzitutto si cerca ancora di far passare i vertici dell'istituto come seri professionisti costretti ad agevolare la politica nazista per ragioni di sopravvivenza, ma comunque alieni dall'ideologia del regime e sempre decisi a difendere la propria indipendenza professionale dalle ingerenze del potere politico. Inoltre, ancora una volta, viene completamente ignorata tutta la questione relativa allo sfruttamento della manodopera da parte delle aziende e al trafugamento dei lingotti d'oro da parte delle Ss verso la filiale svizzera della Deutsche Bank.

Il maggior critico di quest'impostazione è uno storico americano di nome Christopher Simpson. Simpson nel 2002 ha curato l'edizione del report dell'OMGUS dal titolo War Crimes of the Deutsche Bank and Dresdner Bank: The OMGUS Report. Il report, scritto subito dopo la fine della guerra dalla Divisione Finanza del Governo Militare Americano, si conclude con la raccomandazione di sciogliere la Deutsche Bank e la Dresdner Bank per le evidenti complicità con le politiche di sterminio del regime nazista e di incriminare i rispettivi management per crimini di guerra.

In particolare Simpson accusa i cinque storici di avere celato il ruolo svolto da uno dei massimi dirigenti della Deutsche Bank, Hermann Abs, quando sedeva nei consigli di amministrazione delle aziende che utilizzavano il lavoro degli internati nei campi di concentramento. Inoltre, sempre secondo Simpson, gli stessi storici avrebbero occultato il fatto che il governo americano, a partire dal 1983, inserì Abs nella lista nera delle persone indesiderate negli Stati Uniti per la "turpitudine morale dimostrata dalla sua attiva partecipazione nella persecuzione degli ebrei da parte della Germania Nazista e dei suoi alleati."

Simpson afferma esplicitamente che i cinque storici incaricati di scrivere la storia della banca presiedono dipartimenti, enti di ricerca e fondazioni lautamente finanziate dalla Deutsche Bank e da altre grandi aziende tedesche, quali la Daimler Chrysler e la compagnia di assicurazioni Allianz: tutte queste imprese versano annualmente milioni di dollari ai dipartimenti delle università nelle quali insegnano Gerald Feldman e Lothar Gall, ad esempio, e ciò ha influenzato pesantemente la loro obiettività di giudizio.

Christopher Simpson, a sua volta, ha scritto un bellissimo libro sulle complicità delle compagnie americane e tedesche con il Nazionalsocialismo: "The Splendid Blond Beast. Money, Law, and  Genocide in the Twentieth Century". Il libro, il cui titolo è ispirato ad una frase di Nietzsche, è interessante perché allarga notevolmente lo spettro di analisi del fenomeno dell'Olocausto, sia in senso storico che geo-politico: prende le mosse dal genocidio degli Armeni in Turchia durante la Prima Guerra Mondiale e si conclude nel secondo dopoguerra con gli sforzi del Dipartimento di Stato americano e del Foreign Office britannico per evitare ai dirigenti delle banche e delle grandi aziende tedesche una severa condanna per crimini di guerra (alcune condanne ci furono, ma di lieve entità). La tesi di fondo è che le condizioni che resero possibile l'Olocausto e la successiva impunità dei principali responsabili siano stati preparate dalla diplomazia americana e britannica fin dalla Prima Guerra Mondiale, allestendo una ragnatela giuridica che impedisse nei fatti la prosecuzione e la condanna di coloro che, nel mezzo di un conflitto bellico, si fossero macchiati di gravi reati contro la popolazione civile.


"La splendida belva bionda" è la definizione che Friedrich Nietzsche diede degli aristocratici predatori che scrivono le leggi della società, muovendosi oltre i limiti imposti dalla morale convenzionale, in modo da esercitare liberamente il loro potere praticando il delitto, la razzia, lo stupro e la tortura, senza alcun rimorso di coscienza e senza temere alcun giudizio. Al di là del bene e del male, dove il cittadino comune non è in grado di spingersi. (fine)

martedì 5 febbraio 2013

La Deutsche Bank e lo sterminio degli ebrei \4

L'arrivo dei nazisti a Vienna
Con l'espansione militare del Terzo reich aumentarono le possibilità per le due maggiori banche tedesche di concludere buoni affari. Nonostante le iniziali resistenze da parte austriaca, nel 1942 fu concesso alla Deutsche Bank di acquistare la quota di maggioranza nella più grande banca del paese, la Creditanstalt, dopo aver detenuto per oltre tre anni quote di minoranza. Nel caso della Cecoslovacchia il governo tedesco insistette fin dall'inizio perché la Deutsche Bank e la Dresdner Bank rilevassero gli istituti di credito del paese, in particolare quelli con la clientela di lingua tedesca.

Le banche dovevano essere le messaggere del Nuovo Ordine Tedesco: un funzionario della Deutsche Bank si recò a Praga due giorni prima dell'invasione per negoziare il futuro bancario della Cecoslovacchia. In questo modo, l'istituto fu in grado di gestire "l'arianizzazione" dei paesi occupati, guadagnando la fiducia e la cooperazione degli industriali tedeschi, avidi di investimenti a buon mercato nell'Europa dell'Est.

La Creditanstalt era la più famosa banca di investimenti austriaca, con partecipazioni azionarie in molte aziende del settore siderurgico. Fondata nel 1855 dai Rotschild, acquisì risonanza internazionale nel 1931, quando il suo fallimento provocò una crisi bancaria e finanziaria in tutta l'Europa centrale, con ripercussioni anche in Germania. La banca, oltre a possedere quote delle principali aziende austriache, aveva una fitta ragnatela di contatti negli ex territori dell'Impero Asburgico, in Ungheria e nei Balcani. Per la banca berlinese, l'acquisizione della Creditanstalt sarebbe stato l'inizio di un percorso di espansione nelle aree d'Europa soggette alla pressione politica ed economica tedesca.

Subito dopo l'acquisto, le maggiori partecipazioni industriali della banca vennero vendute all'azienda pubblica Reichwerke "Hermann Goring", che acquisì così industrie strategiche nel settore della carta, delle costruzioni, della siderurgia, degli armamenti e del commercio.
La riorganizzazione della vita economica austriaca fu veloce e brutale: venne istituita una "tassa di arianizzazione" per costringere gli ebrei a vendere le loro imprese, ma i proprietari non ricevettero quasi alcun compenso. In totale, furono più le attività costrette a chiudere di quelle rilevate: su un totale di 13.046 imprese artigiane, di cui 12.550 solo a Vienna, 11.357 chiusero i battenti mentre 1.689 vennero "arianizzate". Le imprese commerciali, invece, erano 10.992 (7.900 a Vienna): 9.112 furono chiuse e 1.870 trasferite a proprietari "ariani".

La Creditanstalt svolse un ruolo significativo in questo processo: inventariò tutti i beni posseduti da cittadini ebrei depositati nei propri conti correnti e nelle cassette di sicurezza, erogò prestiti agevolati alle aziende "arianizzate" e intervenne per confiscare le quote azionarie in mano ad ebrei e trasferirle in mani più "pure", cioè di religione cristiana. Prima della vendita veniva nominato dallo Stato una sorta di curatore fallimentare incaricato di esprimere una valutazione generale che tenesse conto dell'inventario dei beni e dei costi necessari all'avvio dell'attività: di solito una delle motivazioni addotte per far abbassare il prezzo d'acquisto era "che un'azienda non-ariana non avrebbe potuto prendere parte alla ripresa economica" e quindi andava svenduta.

In seguito all'invasione della Cecoslovacchia il governo nazista intraprese una riorganizzazione complessiva dei rapporti di proprietà al fine di integrare la regione della Boemia-Moravia all'interno dell'economia bellica tedesca. Dopo l'annessione dei Sudeti, Deutsche Bank rilevò le filiali della Bohmische Union-Bank (BUB), una banca con una clientela prevalentemente di lingua tedesca che possedeva partecipazioni azionarie in molte grosse aziende della regione. Il problema era che la BUB era considerata una banca "ebraica" da parte delle autorità naziste, sia per la composizione degli azionisti che per la quota di ebrei presenti tra i dipendenti.

L'ingresso del campo di Theresienstadt
Il nuovo manager nominato dalla Deutsche Bank, Walther Pohle, era un protetto della Gestapo e come primo atto licenziò immediatamente tutti i dirigenti e i direttori di filiale ebrei. I 18 membri del consiglio dei supervisori si dimisero in blocco per protesta. Il direttore generale appena licenziato fu arrestato dalla polizia tedesca e morì in carcere, presumibilmente dopo essersi suicidato.
Il personale epurato fu rimpiazzato da funzionari della Deutsche Bank provenienti dalla Germania, così che Pohle potè annunciare trionfalmente al consiglio supremo delle SS "le dimissioni di tutti i membri non-ariani della banca".
Il 5 luglio 1939 finalmente il Ministero dell'Economia del Reich garantì alla BUB un "certificato di arianità" che le permise di iniziare ad operare.
Il nuovo management, nonostante il certificato di purezza razziale che avrebbe dovuto attestarne anche la moralità, fece subito figurare nel bilancio abbondanti perdite, in modo da poter richiedere e ottenere dei sussidi dallo Stato.
In effetti i profitti della banca andarono male durante i primi due-tre anni e cominciarono a crescere solo nel 1943: la principale fonte di guadagno derivò dalla partecipazione alla riorganizzazione dell'economia del Centro Europa.

Il 27 settembre 1941, il maggiore delle SS Reinhard Heydrich assunse il ruolo di "Reich protector in Boemia-Moravia". Il 24 novembre ebbe luogo la prima deportazione di ebrei verso il ghetto di Theresienstadt, un campo di transito vicino al confine con la Polonia nel quale le condizioni di vita degli internati erano abbastanza buone, ma non certo per ragioni umanitarie: il campo era stato creato da Adolf Eichmann con lo scopo di occultare la realtà dei campi di sterminio, ai quali venivano avviati i detenuti di Theresienstadt dopo un breve periodo di permanenza che serviva ad illuderli sulla loro sorte. Il 9 gennaio del 1942, infatti, iniziarono le deportazioni verso est, in particolare verso Auschwitz.

Le deportazioni avevano delle notevoli implicazioni finanziarie: alle banche come la BUB veniva fornita una lista numerata dei loro clienti, preparata dall'"Ufficio Centrale per la sistemazione della questione ebraica in  Boemia e Moravia". In  quelle liste, agli ebrei venivano assegnati dei numeri di registrazione particolari con lo scopo di identificarli. Le banche ricevevano istruzioni di non intraprendere alcuna azione sui loro conti correnti fino a quando una seconda cifra non veniva associata al nome: il numero segnalava l'avvenuta deportazione. A questo punto il conto corrente veniva svuotato e il suo contenuto trasferito in un fondo speciale, destinato ad accogliere i ricavi del processo di "arianizzazione".

Nel novembre del 1943 il totale del deposito delle vittime di Therensienstadt ammontava a circa 360 milioni di euro, ai quali vanno aggiunti altri 400 milioni di euro appartenenti a ebrei "resettled" [uccisi].
L'Olocausto era divenuto la principale fonte di entrate della banca  boema. Verso la fine della guerra, quando Praga stava per essere liberata, i vertici della BUB trasferirono quasi tutti i beni e i titoli presenti sul fondo dei deportati in Germania. Questi beni furono inventariati nel 1957, quando la Deutsche Bank fu riorganizzata come un singolo istituto dopo essere stata temporaneamente divisa in tre tronconi dalle potenze vincitrici, ma non furono utilizzati per risarcire i vecchi proprietari dei conti sopravvissuti allo sterminio, bensì per pagare le pensioni ai dipendenti della banca.


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