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sabato 16 marzo 2013

La Deutsche Bank e lo sterminio degli ebrei \7

Buona parte delle informazioni contenute negli articoli di questa serie sono tratte dalla storia ufficiale della Deutsche Bank.
"The Deutsche Bank 1870-1995" è stato pubblicato in occasione delle celebrazioni per il 125° anniversario della creazione dell'istituto ed è frutto del lavoro di cinque storici, tre tedeschi e due americani: i tre tedeschi sono Lothar Gall, Carl-Ludwig Holtfrerich e Hans E. Buschgen; gli americani sono Gerald D. Feldman e Harold James. I cinque studiosi hanno avuto pieno accesso al materiale presente negli archivi della banca e ai diari privati di molti tra i suoi funzionari e dirigenti. L'opera è indubbiamente di grande spessore e fornisce un punto di vista inedito per ripercorrere le vicende tedesche ed europee degli ultimi centocinquant'anni da una prospettiva inedita. L'unico neo riguarda la trattazione del periodo 1933-1945, che oltre a essere frettolosa e poco approfondita, salta a piedi pari ogni problematica relativa allo sfruttamento della manodopera forzata e al riciclaggio dei lingotti d'oro ottenuti fondendo i denti e gli anelli strappati agli internati nei lager.
Inoltre gli autori tentano di accreditare l'idea, molto discutibile, che i dirigenti della banca abbiano contribuito all'attuazione delle politiche razziali, sia nei confronti dei dipendenti che dei clienti, solo per salvaguardare la propria autonomia professionale e quella dell'istituto, perché in realtà disprezzavano profondamente l'orientamento ideologico e i fini pratici del Nazionalsocialismo.


La verità, naturalmente, è molto diversa e per questo motivo il libro, subito dopo la pubblicazione, ha dato origine a polemiche molto aspre da parte delle associazioni di reduci dai lager e degli studiosi del Nazionalsocialismo, tanto più che nello stesso periodo la Deutsche Bank aveva deciso di sbarcare in grande stile sul mercato del credito americano lanciando un'offerta d'acquisto per una grossa banca, la Bankers Trust, con filiali sparse in tutto il paese.

Le polemiche raggiunsero il culmine quando, nel febbraio del 1999, saltarono fuori dagli archivi della banca alcuni documenti, che i cinque storici avevano ignorato, comprovanti l'erogazione di un mutuo per la costruzione del campo di Auschwitz: la somma, che secondo i giornali ammontava a 250 milioni di dollari del 1999, servì a finanziare la costruzione degli alloggi delle Ss e di alcuni impianti industriali per lo sfruttamento del lavoro degli internati.
A questo punto i vertici dell'istituto, per tacitare le polemiche e per pararsi da eventuali azioni legali, decisero di sborsare altri milioni di dollari in aggiunta a quelli già spesi, per far scrivere un secondo libro dedicato esclusivamente all'analisi delle complicità nell'Olocausto degli ebrei d'Europa.

Il libro si intitola "The Deutsche Bank and the nazi economic war against the jews" e l'autore è Harold James, uno dei cinque storici che hanno collaborato a scrivere la storia ufficiale. Pubblicato nel 2001, il volume, disponibile solo in inglese e in tedesco, descrive in dettaglio le modalità con cui dirigenti, funzionari e semplici impiegati collaborarono con le politiche razziali e di sterminio del Terzo Reich conseguendo enormi profitti: la Deutsche Bank esercitò, attraverso lo strumento delle restrizioni al credito, forti pressioni sulla clientela di origine ebraica per spingerla a cedere le proprie attività a prezzi molto più bassi di quelli di mercato e confiscò i conti correnti intestati ai cittadini deportati nei lager, impadronendosi di tutti i loro beni. Grazie alla collaborazione con le Ss, l'istituto estese il raggio d'azione delle proprie attività criminali mano a mano che le truppe naziste si espandevano per l'Europa, risucchiando le vite di milioni di esseri umani all'interno del gelido anonimato dei bilanci di esercizio.

Nonostante l'indiscutibile completezza dei dettagli riportati segni un passo in avanti rispetto alla storia ufficiale, anche questo testo contiene alcune omissioni tanto fondamentali quanto sgradevoli: innanzitutto si cerca ancora di far passare i vertici dell'istituto come seri professionisti costretti ad agevolare la politica nazista per ragioni di sopravvivenza, ma comunque alieni dall'ideologia del regime e sempre decisi a difendere la propria indipendenza professionale dalle ingerenze del potere politico. Inoltre, ancora una volta, viene completamente ignorata tutta la questione relativa allo sfruttamento della manodopera da parte delle aziende e al trafugamento dei lingotti d'oro da parte delle Ss verso la filiale svizzera della Deutsche Bank.

Il maggior critico di quest'impostazione è uno storico americano di nome Christopher Simpson. Simpson nel 2002 ha curato l'edizione del report dell'OMGUS dal titolo War Crimes of the Deutsche Bank and Dresdner Bank: The OMGUS Report. Il report, scritto subito dopo la fine della guerra dalla Divisione Finanza del Governo Militare Americano, si conclude con la raccomandazione di sciogliere la Deutsche Bank e la Dresdner Bank per le evidenti complicità con le politiche di sterminio del regime nazista e di incriminare i rispettivi management per crimini di guerra.

In particolare Simpson accusa i cinque storici di avere celato il ruolo svolto da uno dei massimi dirigenti della Deutsche Bank, Hermann Abs, quando sedeva nei consigli di amministrazione delle aziende che utilizzavano il lavoro degli internati nei campi di concentramento. Inoltre, sempre secondo Simpson, gli stessi storici avrebbero occultato il fatto che il governo americano, a partire dal 1983, inserì Abs nella lista nera delle persone indesiderate negli Stati Uniti per la "turpitudine morale dimostrata dalla sua attiva partecipazione nella persecuzione degli ebrei da parte della Germania Nazista e dei suoi alleati."

Simpson afferma esplicitamente che i cinque storici incaricati di scrivere la storia della banca presiedono dipartimenti, enti di ricerca e fondazioni lautamente finanziate dalla Deutsche Bank e da altre grandi aziende tedesche, quali la Daimler Chrysler e la compagnia di assicurazioni Allianz: tutte queste imprese versano annualmente milioni di dollari ai dipartimenti delle università nelle quali insegnano Gerald Feldman e Lothar Gall, ad esempio, e ciò ha influenzato pesantemente la loro obiettività di giudizio.

Christopher Simpson, a sua volta, ha scritto un bellissimo libro sulle complicità delle compagnie americane e tedesche con il Nazionalsocialismo: "The Splendid Blond Beast. Money, Law, and  Genocide in the Twentieth Century". Il libro, il cui titolo è ispirato ad una frase di Nietzsche, è interessante perché allarga notevolmente lo spettro di analisi del fenomeno dell'Olocausto, sia in senso storico che geo-politico: prende le mosse dal genocidio degli Armeni in Turchia durante la Prima Guerra Mondiale e si conclude nel secondo dopoguerra con gli sforzi del Dipartimento di Stato americano e del Foreign Office britannico per evitare ai dirigenti delle banche e delle grandi aziende tedesche una severa condanna per crimini di guerra (alcune condanne ci furono, ma di lieve entità). La tesi di fondo è che le condizioni che resero possibile l'Olocausto e la successiva impunità dei principali responsabili siano stati preparate dalla diplomazia americana e britannica fin dalla Prima Guerra Mondiale, allestendo una ragnatela giuridica che impedisse nei fatti la prosecuzione e la condanna di coloro che, nel mezzo di un conflitto bellico, si fossero macchiati di gravi reati contro la popolazione civile.


"La splendida belva bionda" è la definizione che Friedrich Nietzsche diede degli aristocratici predatori che scrivono le leggi della società, muovendosi oltre i limiti imposti dalla morale convenzionale, in modo da esercitare liberamente il loro potere praticando il delitto, la razzia, lo stupro e la tortura, senza alcun rimorso di coscienza e senza temere alcun giudizio. Al di là del bene e del male, dove il cittadino comune non è in grado di spingersi. (fine)

martedì 12 marzo 2013

La Deutsche Bank e lo sterminio degli ebrei \6

E' difficile quantificare i profitti ricavati dalla Deutsche Bank grazie alla campagna di persecuzione degli ebrei: una valutazione fatta da alcuni storici li ritiene attorno al 14 per cento dei profitti annui della banca, almeno nel periodo 1938-1945. La percentuale però appare sottostimata perché durante la guerra i bilanci dell'istituto venivano falsificati per far figurare perdite maggiori di quelle reali, in modo da pagare meno tasse all'esosissimo Stato nazista ed eventualmente poter richiedere finanziamenti pubblici.

Sappiamo con certezza che nel 1940 il patrimonio della Deutsche Bank venne certificato dall'agenzia Moody's in 4 miliardi di Reichmarks, mentre nel maggio del 1945 i dirigenti  dell'istituto, in vista dell'arrivo dell'Armata Rossa, riuscirono a evacuare in fretta e furia dai forzieri della sede berlinese 7 miliardi di Reichmarks, trasferendoli nella zona di occupazione britannica. A questa somma di denaro va aggiunto un altro miliardo e mezzo di beni custoditi nelle filiali della parte occidentale della Germania, per un totale di 8,4 miliardi. E' arduo tradurre queste cifre in Euro perché i dati degli anni di guerra sono poco affidabili, in particolare quelli del biennio 1944-45, visto che imperversava il mercato nero. L'Ufficio Federale di Statistica indica in 3,70 il fattore di conversione Reichsmark - Euro per il 1940 e in 3,30 per il 1944: otteniamo così la somma di 14,8 miliardi di Euro per il 1940 e di 27,7 miliardi di Euro per il 1945, con un incremento di capitale di quasi 13 miliardi nel giro di cinque anni, nonostante il fatto che il mercato del credito al consumo fosse letteralmente crollato e che la Germania fosse ridotta a un cumulo di macerie.

Secondo lo storico Raul Hillberg, il totale dei beni mobili e immobili posseduti da ebrei nella sola Germania nel 1933 ammontava a una cifra oscillante tra i 10 e i 12 miliardi di Reichmarks. Al cambio  attuale fanno una cifra che oscilla tra i 40 e i 48 miliardi di Euro: è difficile dire quale porzione di questa somma sia stata incamerata dalla Deutsche Bank, che si trovava in competizione sia con la Dresdner Bank che con lo Stato nazista, ma è indubbio che l'istituto berlinese riuscì a sopravvivere al crollo del commercio internazionale solo grazie alla politica di "arianizzazione" promossa dal Terzo Reich.

Subito dopo la guerra il governo di occupazione americano promosse un'inchiesta per fare luce sulle complicità degli ambienti bancari con il nazismo: la Divisione Finanza del Governo Militare (OMGUS) produsse un report di oltre 10.000 pagine, realizzato utilizzando le corrispondenze originali e i registri delle operazioni svolte dagli istituti di credito sotto il regime nazista. Il report dell'OMGUS documentò che le grandi compagnie parteciparono alla campagna di discriminazione e di persecuzione degli ebrei non solo per incrementare il proprio patrimonio, ma anche per mantenere il primato nel proprio particolare settore d'affari, industriale o finanziario che fosse.


Sempre secondo il rapporto, gli uomini di punta delle due maggiori banche, Hermann Abs per la Deutsche Bank e Carl Goetz per la Dresdner, aiutarono le SS a trasferire in Svizzera centinaia di lingotti d'oro ottenuti fondendo i denti strappati agli ebrei morti nei campi di concentramento; finanziarono con appositi mutui la costruzione dei campi di sterminio, compreso quello di Auschwitz, e passarono informazioni alla Gestapo su eventuali oppositori al regime.

Gli investigatori dell'OMGUS concludevano la loro analisi raccomandando che i due istituti venissero smembrati e venduti a pezzi, e che i loro dirigenti fossero processati e incriminati per crimini contro l'umanità. Ma buona parte del governo americano, in particolare gli esponenti legati al Dipartimento di Stato e alla Cia, supportati dal Foreign Office britannico, era convinta che occorresse mettere le industrie tedesche in grado di riprendere al più presto la produzione economica. Gli Stati Uniti, infatti, non erano in grado di sobbarcarsi il peso del mantenimento di un intero continente devastato dalla guerra e inoltre il nemico principale, ora che il conflitto era terminato, era diventata l'Unione Sovietica e il comunismo in generale.
Di conseguenza la posizione degli esponenti più intransigenti verso i criminali di guerra nazisti, come il ministro del Tesoro Henry Morgenthau, rimase isolata e il rapporto dell'OMGUS scivolò presto nell'oblio assieme alla questione dello sfruttamento della manodopera forzata e al contrabbando dei lingotti d'oro.

I russi, dopo avere chiuso tutte le banche private nella parte orientale di Berlino, chiesero inutilmente ad americani e inglesi di fare altrettanto nella parte occidentale: Hermann Abs fu liberato dal carcere nel quale era stato rinchiuso dopo soli pochi mesi e l'unica condanna che subì, a dieci anni di prigione, fu da parte della Jugoslavia, che lo processò per il ruolo avuto nella direzione della filiale di Zagabria della Creditanstalt dal 1942 al 1945, periodo durante il quale Abs si attivò per riciclare i beni delle vittime delle stragi degli Ustascia croati.

Fu così che, nel 1949, subito dopo la fine del blocco sovietico sulla città, la Deutsche Bank riprese l'attività creditizia arrivando in pochi mesi ad avere 1.200 impiegati, contro i poco più dei duecento dell'immediato dopoguerra. Anche il proposito di dividere la banca in tre grandi tronconi, pur se attuato all'inizio del 1947, si rivelò nient'altro che una misura temporanea poiché il 100% del capitale azionario rimase nelle mani dei dirigenti della sede di Amburgo, che nel 1957 riuscirono a ricomporre i tre pezzi in un unico istituto ponendo a direttore proprio Hermann Abs, il responsabile del finanziamento del campo di Auschwitz-Birkenau e degli impianti ad esso adiacenti. Un disegno di legge eliminò i vincoli territoriali voluti da Henry Morgenthau agli investimenti della banca e subito dopo la riunificazione, nel marzo 1957, venne siglato il Trattato di Roma che dava inizio al processo di unificazione europea. Così la Deutsche Bank poté ampliare il suo raggio d'azione all'intera Europa occidentale, come già avvenuto durante la guerra peraltro, anche se con mezzi molto diversi.

A ciò si aggiunga il fatto che le vittime delle persecuzioni raramente si fecero avanti per ottenere dei risarcimenti, sia perché spesso le famiglie erano state interamente sterminate e quindi non c'era più nessuno in grado di promuovere un'azione legale, sia perché per i sopravvissuti intentare causa ai loro ex-carnefici significava comunque rivivere momenti di grande dolore e di grande sofferenza. Solo alla fine degli anni novanta le industrie tedesche si sono assunte la responsabilità morale e storica di ciò che era accaduto e hanno creato un fondo di circa 5 miliardi di dollari per risarcire le vittime dell'Olocausto. Le 3.527 aziende che hanno aderito al fondo, però, hanno messo in chiaro che non si tratta di una confessione di colpa, ma piuttosto di un simbolo di "riconciliazione". Pertanto il fondo ha uno scopo puramente "caritatevole", anche perché la cifra messa a disposizione è immensamente inferiore a quanto guadagnato dalle stesse aziende con gli investimenti realizzati nei quarant'anni successivi alla fine del Nazismo.
In questo modo le compagnie tedesche e le loro affiliate straniere si sono assicurate la protezione contro eventuali cause legali e la certezza di potersi muovere sui mercati internazionali in condizione stabilmente "sicure".
Hermann Abs

Ma la vicenda più incredibile avvenne proprio nell'immediato dopoguerra: il governo americano decise di nominare Hermann Abs responsabile della gestione degli aiuti del piano Marshall in Germania. Sembra folle ma è veramente così: il banchiere che autorizzò il mutuo per la costruzione del campo di Auschwitz fu messo a capo della ricostruzione economica del paese, anche grazie alle pressioni esercitate dagli ambienti finanziari britannici che avevano fretta di rendere nuovamente efficiente il sistema economico tedesco per recuperare i crediti fatti negli anni tra le due guerre. Anche per questo motivo le pene comminate ai dirigenti delle industrie che collaborarono con il nazismo furono quasi tutte irrisorie e gli stessi dirigenti furono reintegrati ai loro posti di comando dopo avere scontato pochi anni di detenzione. La scelta di Abs come coordinatore degli aiuti del piano Marshall fu dettata proprio dalla rete di conoscenze di cui disponeva, visto il suo passato: a giudizio dei governi americano e britannico, egli era la persona più indicata per far ripartire al più presto l'economia e respingere le pressioni dei militanti comunisti e socialisti che si stavano riorganizzando sui luoghi di lavoro e chiedevano con insistenza l'allontanamento dei manager compromessi con il nazismo. 

Il generale Lucius Clay, il Governatore militare americano in Germania, voleva addirittura nominare Abs Ministro delle Finanze, ma dovette desistere perché l'opinione pubblica negli Stati Uniti non avrebbe mai accettato che un personaggio così compromesso con il regime nazista entrasse a far parte del governo.
Comunque la denazificazione dell'economia e della società tedesca venne di fatto accantonata. Il senatore Kilgore in quei giorni convulsi dichiarò: "In Italia, ho sentito da alcuni ufficiali dell'esercito americano deplorare il fatto che i partigiani abbiano ucciso molti manager fedeli al Fascismo, il che ha reso molto difficile la riorganizzazione della capacità produttiva italiana. In Germania non c'è stata alcuna rivolta partigiana. La gerarchia industriale nazista è rimasta intatta."

Così Hermann Abs potè continuare a esercitare indisturbato la sua attività di banchiere fino al 1967, quando fu nominato presidente onorario della Deutsche Bank. Rockfeller negli anni settanta lo definì "il più grande banchiere al mondo" e la definitiva consacrazione avvenne quando il Vaticano, nel 1982, gli chiese di fare parte della commissione incaricata di fare chiarezza sul crack del Banco Ambrosiano. Da banchiere di Auschwitz a banchiere di Dio, dunque: per un fervente cattolico qual era Abs dev'essere stata una soddisfazione non da poco.

Gli americani, però, non dimenticarono mai il suo passato e nel 1983 lo inserirono nella lista delle persone indesiderate negli Stati Uniti, cioé quelle persone alle quali viene negato il rilascio del visto d'ingresso per alcune ragioni specifiche, la più rilevante delle quali, nel caso di Abs, era la "turpitudine morale dimostrata dalla sua attiva partecipazione nella persecuzione degli ebrei da parte della Germania Nazista e dei suoi alleati."
Il divieto venne ribadito nel 1990 e rimase in vigore fino alla morte di Abs, nel 1994. (continua)

venerdì 22 febbraio 2013

La Deutsche Bank e lo sterminio degli ebrei \5

Hermann Josef Abs
Hermann Josef Abs era l'amministratore delegato di Deutsche Bank incaricato di seguire il processo di "arianizzazione". Elegante e diplomatico, proveniente da una famiglia rigidamente cattolica di Bonn, Abs entrò nel consiglio della banca nel 1937 e vi rimase fino al termine della guerra. Nel 1957 ne divenne direttore, carica che mantenne fino al 1967, quando fu nominato Presidente Onorario. 
Subito dopo il suo ingresso nell'istituto si occupò personalmente dell'acquisizione di una grande banca berlinese, la Mendelssohn, e di altre transazioni riguardanti importanti aziende manifatturiere.
Hermann Abs ricavò dalle transazioni cospicui vantaggi sia per sé che per i propri familiari: nel caso del complesso minerario di proprietà della famiglia Petscheck, che si estendeva anche in Boemia, riuscì ad ottenere per il padre, che già deteneva il 12% delle azioni, la quota azionaria del 50%, rilevando le azioni a un prezzo più basso di quello di mercato.
Tra le tante cariche ricoperte, Abs sedeva anche nel consiglio dei supervisori della IG Farben, azienda della quale la Deutsche Bank deteneva il 38% delle quote azionarie, per un capitale complessivo di 1,5 miliardi di euro attuali. La IG Farben era la più importante industria chimica tedesca: formatasi negli anni venti da un agglomerato di aziende chimiche che operavano in stretta collaborazione tra di loro, negli anni trenta era un colosso del settore e poteva vantare importanti joint-venture con multinazionali americane quali la Standard Oil di John Rockfeller. La politica autarchica ne favorì ulteriormente lo sviluppo poiché il regime nazista cercò di compensare il calo delle importazioni di materie prime da oltreoceano promuovendo la produzione di surrogati sintetici delle stesse.
Nel marzo del 1941, quando era ormai chiaro che la guerra sarebbe durata molto più a lungo del previsto, il regime decise di riorganizzare l'economia restringendo il ruolo del settore pubblico e puntando a  potenziare il settore privato: l'obiettivo era creare un'economia fondata su grandi imprese private, la cui produzione fosse pianificata dallo Stato. Il primo passo in questa direzione fu fondare un'azienda petrolifera che gestisse le risorse del sottosuolo nei territori appena occupati dell'Europa dell'Est e che si impegnasse a commercializzare il carburante prodotto. L'azienda si chiamò Kontinentale Öl e i dirigenti di Deutsche Bank e di IG Farben ebbero un'influenza fondamentale nello sceglierne gli organi dirigenti. La Kontinentale Öl fece abbondante uso di manodopera forzata perché le funzioni da essa svolte (estrazione di greggio, costruzione di oleodotti etc...) erano considerate vitali nel rimettere in moto l'economia tedesca, dopo anni nei quali il ruolo centrale nel sistema produttivo era toccato alla ReichsWerke Hermann Göring, un conglomerato industriale di proprietà pubblica che aveva realizzato una serie imponente di infrastrutture quali porti, ponti, strade, autostrade, ferrovie, stazioni e fortificazioni militari.

Oro confiscato ai deportati
Ora però era giunto il momento di incrementare la produzione per far fronte al prolungato sforzo bellico e le imprese private, attraverso un sistema di quote imposto dallo Stato, furono stimolate ad utilizzare gli impianti al massimo delle loro possibilità.
Il problema era che gran parte della manodopera maschile di origine tedesca in quel momento si trovava al fronte, pertanto l'unica soluzione per aumentare la produzione fu quella di utilizzare gli internati nei campi di concentramento. 
Le SS, che gestivano il sistema dei campi, si occuparono di procurare la manodopera forzata alle singole imprese, le quali pagavano per questo servizio versando un affitto giornaliero per ogni lavoratore impiegato, il quale non percepiva alcuno stipendio per la sua opera. Nei rari casi in cui il lavoratore percepiva qualche forma di salario, questo veniva confiscato dalle SS che attraverso le requisizioni e le ruberie effettuate in tempo di guerra costruirono un vero e proprio impero economico.
Le banche a loro volta incoraggiarono l'utilizzo di schiavi nei luoghi di lavoro perché erano ansiose di recuperare gli ingenti prestiti fatti negli anni precedenti alle aziende per aiutarle a ingrandirsi e a ristrutturarsi, magari acquisendo impianti espropriati a proprietari di origine ebraica. Gli istituti di credito detenevano partecipazioni azionarie delle imprese che finanziavano e visto che, a causa della guerra, i consumi erano sensibilmente calati, l'unica speranza per rilanciare l'economia privata e riprendere a fare profitti era costituita dall'incremento delle spese militari. Rappresentanti delle banche erano presenti nei consigli di amministrazione e di supervisione delle principali imprese: Hermann Abs, per fare un esempio, sedeva nei consigli di ben quaranta aziende tra le quali, oltre a IG Farben, figuravano Siemens, Volkswagen, Degussa, Krupp, Daimler-Benz, Allianz e BMW. 
File di cadaveri trovati all'apertura di un lager
L'avviamento è sempre un'operazione complessa che richiede molto denaro e molti sforzi. L'utilizzo di manodopera gratuita agevolò notevolmente il ricollocamento sul mercato delle aziende appena ristrutturate e minimizzò i rischi relativi all'avviamento d'impresa. Così, l'interesse economico di banchieri e imprenditori si incontrò con la volontà politica di Hitler di sterminare il maggior numero di lavoratori possibile, che si trattasse di ebrei, zingari, oppositori politici oppure prigionieri di guerra. 
I manager delle aziende venivano invitati a recarsi personalmente nei lager per scegliere il personale da impiegare. Questo, una volta selezionato, veniva fatto lavorare in condizioni disumane, al freddo, con poco cibo e orari estenuanti, in modo da spremerne il massimo rendimento possibile. Quando il lavoratore, ormai stremato e incapace di svolgere qualsiasi funzione utile al processo produttivo, si accasciava a terra in mezzo alle linee di produzione, veniva letteralmente raccolto dalle SS e trasportato verso le camere a gas per la definitiva eliminazione.
In totale furono oltre dodici milioni gli individui eliminati all'interno del circuito campo di concentramento - fabbrica - camera a gas: oltre ai sei milioni di ebrei, al mezzo milione di rom e al milione e mezzo di oppositori politici di varia estrazione, ci furono circa tre milioni di prigionieri di guerra sovietici e altri due milioni di civili rastrellati in gran parte nei territori conquistati dell'Europa dell'Est, i cosiddetti "OstArbeitern".
Il processo di Norimberga contro i vertici della IG Farben provò che Hermann Abs era presente alle riunioni del consiglio dei supervisori quando questo, in due occasioni distinte, il 2 luglio del 1941 e il 30 maggio del 1942, votò all'unanimità un'ordine del giorno che ingiungeva ai manager della compagnia di fare tutti gli sforzi possibili per ottenere lavoratori stranieri e prigionieri di guerra da impiegare nel complesso in costruzione presso il campo di Auschwitz.

Adolescenti internati in un campo
Nel febbraio del 1999, in seguito alle pressioni del Congresso Mondiale Ebraico, alcuni storici trovarono negli archivi della Deutsche Bank la prova che la banca aveva finanziato la costruzione del campo di sterminio: gli archivisti, infatti, trovarono una descrizione dettagliata di un mutuo erogato alle imprese che edificarono le strutture destinate a ospitare la polizia di sicurezza del campo, le "Waffen-SS Auschwitz,". Dall'archivio della banca saltarono fuori anche le pratiche di altri mutui erogati ad imprese che costruirono i loro impianti adiacenti al campo di Auschwitz, per poter sfruttare il lavoro degli internati. I dirigenti della IG Farben erano talmente entusiasti della prospettiva di utilizzare manodopera gratuita che vollero costruire un loro campo ad alcuni chilometri da quello principale, a Monowitz, a fianco dello stabilimento per la produzione di gomma sintetica e la Deutsche Bank finanziò l'iniziativa.
L'aspettativa di vita di coloro che lavoravano nell'impianto di Monowitz non superava i tre o quattro mesi, perché i turni di lavoro erano massacranti e i lavoratori costantemente denutriti. Nelle miniere vicino al campo le cose andavano persino peggio perché l'aspettativa di vita era solo di un mese. Quando gli internati non erano più giudicati abili al lavoro venivano "spediti a Birkenau", come si legge sui registri dell'azienda, e passati nelle camere a gas. (continua)


CategoriaNumero di vittimeFonte
Ebrei5,9 milioni Dawidowicz, LucyThe War Against the Jews, Bantam, 1986,
Prigionieri di guerra sovietici2–3 milioniBerenbaum, Michael. The World Must Know,
United States Holocaust Memorial Museum, 2006
Polacchi non Ebrei1,8–2 milioniPoles: Victims of the Nazi Era
Rom e Sinti220.000-500.000 "Sinti and Roma"
Disabili e Pentecostali200.000–250.000 Deaf People in Hitler's Europe
Massoni80.000–200.000Hodapp, Christopher, Freemasons for Dummies, For Dummies, 2005
Omosessuali5.000–15.000The Holocaust Chronicle, Publications International Ltd., p. 108
Testimoni di Geova2.500–5.000Shulman, William L., A State of Terror: Germany 1933–1939, Bayside, New York, Holocaust Resource Center and Archives.
Dissidenti politici1-1,5 milioni
Slavi1-2,5 milioniDawidowicz, LucyThe War Against the Jews, Bantam, 1986,
Totale12,25 - 17,37 milioni