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martedì 12 marzo 2013

La Deutsche Bank e lo sterminio degli ebrei \6

E' difficile quantificare i profitti ricavati dalla Deutsche Bank grazie alla campagna di persecuzione degli ebrei: una valutazione fatta da alcuni storici li ritiene attorno al 14 per cento dei profitti annui della banca, almeno nel periodo 1938-1945. La percentuale però appare sottostimata perché durante la guerra i bilanci dell'istituto venivano falsificati per far figurare perdite maggiori di quelle reali, in modo da pagare meno tasse all'esosissimo Stato nazista ed eventualmente poter richiedere finanziamenti pubblici.

Sappiamo con certezza che nel 1940 il patrimonio della Deutsche Bank venne certificato dall'agenzia Moody's in 4 miliardi di Reichmarks, mentre nel maggio del 1945 i dirigenti  dell'istituto, in vista dell'arrivo dell'Armata Rossa, riuscirono a evacuare in fretta e furia dai forzieri della sede berlinese 7 miliardi di Reichmarks, trasferendoli nella zona di occupazione britannica. A questa somma di denaro va aggiunto un altro miliardo e mezzo di beni custoditi nelle filiali della parte occidentale della Germania, per un totale di 8,4 miliardi. E' arduo tradurre queste cifre in Euro perché i dati degli anni di guerra sono poco affidabili, in particolare quelli del biennio 1944-45, visto che imperversava il mercato nero. L'Ufficio Federale di Statistica indica in 3,70 il fattore di conversione Reichsmark - Euro per il 1940 e in 3,30 per il 1944: otteniamo così la somma di 14,8 miliardi di Euro per il 1940 e di 27,7 miliardi di Euro per il 1945, con un incremento di capitale di quasi 13 miliardi nel giro di cinque anni, nonostante il fatto che il mercato del credito al consumo fosse letteralmente crollato e che la Germania fosse ridotta a un cumulo di macerie.

Secondo lo storico Raul Hillberg, il totale dei beni mobili e immobili posseduti da ebrei nella sola Germania nel 1933 ammontava a una cifra oscillante tra i 10 e i 12 miliardi di Reichmarks. Al cambio  attuale fanno una cifra che oscilla tra i 40 e i 48 miliardi di Euro: è difficile dire quale porzione di questa somma sia stata incamerata dalla Deutsche Bank, che si trovava in competizione sia con la Dresdner Bank che con lo Stato nazista, ma è indubbio che l'istituto berlinese riuscì a sopravvivere al crollo del commercio internazionale solo grazie alla politica di "arianizzazione" promossa dal Terzo Reich.

Subito dopo la guerra il governo di occupazione americano promosse un'inchiesta per fare luce sulle complicità degli ambienti bancari con il nazismo: la Divisione Finanza del Governo Militare (OMGUS) produsse un report di oltre 10.000 pagine, realizzato utilizzando le corrispondenze originali e i registri delle operazioni svolte dagli istituti di credito sotto il regime nazista. Il report dell'OMGUS documentò che le grandi compagnie parteciparono alla campagna di discriminazione e di persecuzione degli ebrei non solo per incrementare il proprio patrimonio, ma anche per mantenere il primato nel proprio particolare settore d'affari, industriale o finanziario che fosse.


Sempre secondo il rapporto, gli uomini di punta delle due maggiori banche, Hermann Abs per la Deutsche Bank e Carl Goetz per la Dresdner, aiutarono le SS a trasferire in Svizzera centinaia di lingotti d'oro ottenuti fondendo i denti strappati agli ebrei morti nei campi di concentramento; finanziarono con appositi mutui la costruzione dei campi di sterminio, compreso quello di Auschwitz, e passarono informazioni alla Gestapo su eventuali oppositori al regime.

Gli investigatori dell'OMGUS concludevano la loro analisi raccomandando che i due istituti venissero smembrati e venduti a pezzi, e che i loro dirigenti fossero processati e incriminati per crimini contro l'umanità. Ma buona parte del governo americano, in particolare gli esponenti legati al Dipartimento di Stato e alla Cia, supportati dal Foreign Office britannico, era convinta che occorresse mettere le industrie tedesche in grado di riprendere al più presto la produzione economica. Gli Stati Uniti, infatti, non erano in grado di sobbarcarsi il peso del mantenimento di un intero continente devastato dalla guerra e inoltre il nemico principale, ora che il conflitto era terminato, era diventata l'Unione Sovietica e il comunismo in generale.
Di conseguenza la posizione degli esponenti più intransigenti verso i criminali di guerra nazisti, come il ministro del Tesoro Henry Morgenthau, rimase isolata e il rapporto dell'OMGUS scivolò presto nell'oblio assieme alla questione dello sfruttamento della manodopera forzata e al contrabbando dei lingotti d'oro.

I russi, dopo avere chiuso tutte le banche private nella parte orientale di Berlino, chiesero inutilmente ad americani e inglesi di fare altrettanto nella parte occidentale: Hermann Abs fu liberato dal carcere nel quale era stato rinchiuso dopo soli pochi mesi e l'unica condanna che subì, a dieci anni di prigione, fu da parte della Jugoslavia, che lo processò per il ruolo avuto nella direzione della filiale di Zagabria della Creditanstalt dal 1942 al 1945, periodo durante il quale Abs si attivò per riciclare i beni delle vittime delle stragi degli Ustascia croati.

Fu così che, nel 1949, subito dopo la fine del blocco sovietico sulla città, la Deutsche Bank riprese l'attività creditizia arrivando in pochi mesi ad avere 1.200 impiegati, contro i poco più dei duecento dell'immediato dopoguerra. Anche il proposito di dividere la banca in tre grandi tronconi, pur se attuato all'inizio del 1947, si rivelò nient'altro che una misura temporanea poiché il 100% del capitale azionario rimase nelle mani dei dirigenti della sede di Amburgo, che nel 1957 riuscirono a ricomporre i tre pezzi in un unico istituto ponendo a direttore proprio Hermann Abs, il responsabile del finanziamento del campo di Auschwitz-Birkenau e degli impianti ad esso adiacenti. Un disegno di legge eliminò i vincoli territoriali voluti da Henry Morgenthau agli investimenti della banca e subito dopo la riunificazione, nel marzo 1957, venne siglato il Trattato di Roma che dava inizio al processo di unificazione europea. Così la Deutsche Bank poté ampliare il suo raggio d'azione all'intera Europa occidentale, come già avvenuto durante la guerra peraltro, anche se con mezzi molto diversi.

A ciò si aggiunga il fatto che le vittime delle persecuzioni raramente si fecero avanti per ottenere dei risarcimenti, sia perché spesso le famiglie erano state interamente sterminate e quindi non c'era più nessuno in grado di promuovere un'azione legale, sia perché per i sopravvissuti intentare causa ai loro ex-carnefici significava comunque rivivere momenti di grande dolore e di grande sofferenza. Solo alla fine degli anni novanta le industrie tedesche si sono assunte la responsabilità morale e storica di ciò che era accaduto e hanno creato un fondo di circa 5 miliardi di dollari per risarcire le vittime dell'Olocausto. Le 3.527 aziende che hanno aderito al fondo, però, hanno messo in chiaro che non si tratta di una confessione di colpa, ma piuttosto di un simbolo di "riconciliazione". Pertanto il fondo ha uno scopo puramente "caritatevole", anche perché la cifra messa a disposizione è immensamente inferiore a quanto guadagnato dalle stesse aziende con gli investimenti realizzati nei quarant'anni successivi alla fine del Nazismo.
In questo modo le compagnie tedesche e le loro affiliate straniere si sono assicurate la protezione contro eventuali cause legali e la certezza di potersi muovere sui mercati internazionali in condizione stabilmente "sicure".
Hermann Abs

Ma la vicenda più incredibile avvenne proprio nell'immediato dopoguerra: il governo americano decise di nominare Hermann Abs responsabile della gestione degli aiuti del piano Marshall in Germania. Sembra folle ma è veramente così: il banchiere che autorizzò il mutuo per la costruzione del campo di Auschwitz fu messo a capo della ricostruzione economica del paese, anche grazie alle pressioni esercitate dagli ambienti finanziari britannici che avevano fretta di rendere nuovamente efficiente il sistema economico tedesco per recuperare i crediti fatti negli anni tra le due guerre. Anche per questo motivo le pene comminate ai dirigenti delle industrie che collaborarono con il nazismo furono quasi tutte irrisorie e gli stessi dirigenti furono reintegrati ai loro posti di comando dopo avere scontato pochi anni di detenzione. La scelta di Abs come coordinatore degli aiuti del piano Marshall fu dettata proprio dalla rete di conoscenze di cui disponeva, visto il suo passato: a giudizio dei governi americano e britannico, egli era la persona più indicata per far ripartire al più presto l'economia e respingere le pressioni dei militanti comunisti e socialisti che si stavano riorganizzando sui luoghi di lavoro e chiedevano con insistenza l'allontanamento dei manager compromessi con il nazismo. 

Il generale Lucius Clay, il Governatore militare americano in Germania, voleva addirittura nominare Abs Ministro delle Finanze, ma dovette desistere perché l'opinione pubblica negli Stati Uniti non avrebbe mai accettato che un personaggio così compromesso con il regime nazista entrasse a far parte del governo.
Comunque la denazificazione dell'economia e della società tedesca venne di fatto accantonata. Il senatore Kilgore in quei giorni convulsi dichiarò: "In Italia, ho sentito da alcuni ufficiali dell'esercito americano deplorare il fatto che i partigiani abbiano ucciso molti manager fedeli al Fascismo, il che ha reso molto difficile la riorganizzazione della capacità produttiva italiana. In Germania non c'è stata alcuna rivolta partigiana. La gerarchia industriale nazista è rimasta intatta."

Così Hermann Abs potè continuare a esercitare indisturbato la sua attività di banchiere fino al 1967, quando fu nominato presidente onorario della Deutsche Bank. Rockfeller negli anni settanta lo definì "il più grande banchiere al mondo" e la definitiva consacrazione avvenne quando il Vaticano, nel 1982, gli chiese di fare parte della commissione incaricata di fare chiarezza sul crack del Banco Ambrosiano. Da banchiere di Auschwitz a banchiere di Dio, dunque: per un fervente cattolico qual era Abs dev'essere stata una soddisfazione non da poco.

Gli americani, però, non dimenticarono mai il suo passato e nel 1983 lo inserirono nella lista delle persone indesiderate negli Stati Uniti, cioé quelle persone alle quali viene negato il rilascio del visto d'ingresso per alcune ragioni specifiche, la più rilevante delle quali, nel caso di Abs, era la "turpitudine morale dimostrata dalla sua attiva partecipazione nella persecuzione degli ebrei da parte della Germania Nazista e dei suoi alleati."
Il divieto venne ribadito nel 1990 e rimase in vigore fino alla morte di Abs, nel 1994. (continua)

sabato 22 dicembre 2012

Una storia italiana, ma non solo \4

Con la fine del comunismo in Unione Sovietica crolla un intero mondo che, per quarant'anni, grazie all'alleanza tra le forze del laburismo inglese, della sociologia della scuola di Francoforte, delle correnti del cattolicesimo sociale e dei paesi comunisti, ha tenuto in scacco l'economia dei paesi occidentali, mantenendola nel binario più favorevole ad esse, quello costituito dalla grande industria sovvenzionata dallo stato, con il sostegno delle organizzazioni sindacali. Questo modello ha funzionato per oltre quarant'anni e ha garantito all'Occidente la democrazia, la pace e lo sviluppo economico, dopo la tragedia delle due guerre mondiali e dell'olocausto. Il modello però aveva un tarlo, un convitato di pietra costituito dalle forze economiche di estrema destra che, pur sconfitte, erano riuscite a inserirsi nel sistema grazie al ruolo svolto dai mediatori del commercio di armi, di cui l'Unione Sovietica aveva bisogno sia per importare tecnologia militare che per esportarla. Alla fine della Guerra Fredda, quando le potenze vincitrici hanno voluto creare un nuovo tipo di economia, fondata sul rilancio degli scambi commerciali e sull'indebolimento delle tutele sindacali, le forze di estrema destra hanno ottenuto carta bianca per riorganizzare l'intera produzione di armamenti mondiale, perché questa era la base per avviare un nuovo processo di concentrazione del capitale, svincolato dai vecchi equilibri. La tragedia di interi popoli, dalla Jugoslavia alla Somalia al Ruanda, è stato il premio ottenuto non, come la retorica post-guerra fredda ha voluto far credere, per aver combattuto il comunismo ma, al contrario, per aver diligentemente collaborato al mantenimento delle buone relazioni tra Oriente e Occidente, rimanendo in posizione defilata ancorché essenziale per l'economia mondiale.



Una puntata della trasmissione Report, condotta da Milena Gabanelli, dal titolo "Le vie delle armi non sono infinite", del 3/11/1999, prende spunto dal sequestro, avvenuto nel porto di Ancona, di un grosso carico di armi stipato in un camion della Caritas. Nella trasmissione, infarcita di interviste a ex dirigenti dei servizi segreti e a giovani generali dall'accento marcatamente piemontese, si afferma che negli anni novanta il Monte dei Paschi di Siena ha svolto un'intensa attività di mediazione del traffico di armi. Il nocciolo della trasmissione è che alla banca toscana sia stato imposto una sorta di contrappasso per vendicarsi delle passate collaborazioni con i regimi comunisti. Può darsi che ciò sia vero; resta il fatto che il tempismo della puntata di Report in questione è impressionante: il 3 novembre del 1999 non solo era già finita la guerra civile in Jugoslavia, con relativo scannatoio, ma Milosevic aveva anche accettato la proposta di armistizio da parte della diplomazia internazionale sul Kosovo, dietro la garanzia che l'indipendenza della regione non sarebbe stata una delle condizioni necessarie per la pace.
Qualche anno prima un'altra giornalista, Ilaria Alpi, dotata di meno tempismo della Gabanelli, venne uccisa in Somalia assieme al suo operatore, Miran Hrovatin, per essere andata a mettere il naso in un traffico di armi nel quale erano coinvolti, in maniera poco limpida, anche l'esercito e i servizi segreti italiani.
Da segnalare il commento finale con cui la Gabanelli chiude la trasmissione: "le industrie degli armamenti servono a garantire l'autonomia di un paese. Queste industrie costano e si mantengono anche con l'esportazione delle armi oppure le manteniamo noi con le nostre tasse. Ma questa ipotesi sicuramente, non piace. Allora, quando vediamo gente che soffre, conflitti in giro per il mondo, preferiamo indignarci e ogni tanto, magari, fare un po' di beneficenza." 
Oppure, aggiungo io, condurre trasmissioni televisive di denuncia con la collaborazione di soggetti di dubbia reputazione e provenienza, considerato che i servizi segreti italiani non hanno mai odorato di bucato e l'esercito è coinvolto a pieno titolo nella produzione di quel materiale bellico che ha provocato sofferenze immani a milioni di persone innocenti in giro per il mondo. La  Jugoslavia produceva ed esportava armi, ma ciò non è servito a garantirne l'autonomia. Al contrario, ne ha garantito solo l'autodistruzione, e al momento opportuno per favorire la riorganizzazione dell'industria degli armamenti italiana e mondiale.
E' vero: le vie delle armi non sono infinite. Speriamo solo che, per quanto riguarda il nostro paese, non si arrestino nelle aule del Tribunale per i Crimini di Guerra nella ex-Jugoslavia. ( fine )

giovedì 20 dicembre 2012

Una storia italiana, ma non solo \3

La bilancia dei pagamenti della Jugoslavia è costantemente in rosso: il maresciallo Tito non può contare sull’esportazione di materie prime come l’Unione Sovietica e ha bisogno di accedere continuamente ai prestiti internazionali per sostenere il massiccio apparato militare che costituisce l’ossatura del suo paese, finanziato solo in parte dalla produzione di armi leggere. 
La comunità internazionale, però, vuole aiutare la Jugoslavia perché ha bisogno dell’ opera di Tito per accedere al petrolio dei paesi del Terzo Mondo: il nostro paese, avendo un forte partito comunista e un passato di lotta partigiana, è il  più adatto a svolgere la funzione di partner economico-commerciale del paese balcanico. La Camera di Commercio di Milano, negli anni settanta, apre una sezione dedicata al commercio italo-jugoslavo e Raif Dizderevic, ultimo presidente della Repubblica Jugoslava, scrive nelle sue memorie, pubblicate da Longo Editore, a Ravenna: “le banche italiane sono state sempre molto generose con la Jugoslavia”.
Un istituto in particolare, che rappresenta la tradizione più prestigiosa della nostra storia nazionale, ha avuto rapporti economici molto intensi con tutti i paesi del blocco comunista, potendo usufruire della condizione di monopolio sul commercio estero del nostro paese. Ogni transazione commerciale, infatti, ha bisogno di una banca d’appoggio e nel caso italiano questa banca è il Monte dei Paschi di Siena.
Affari sicuri e grossi guadagni, perché i regimi comunisti hanno bisogno di tutto e comprano tutto, non solo tecnologia (alla fine degli anni sessanta l’Italia è il maggior esportatore mondiale di macchinari in Unione Sovietica) ma anche beni di prima necessità come il grano, di cui gli Stati Uniti sono i primi fornitori, facendo la fortuna della Bank of America, la principale banca commerciale americana, che finanzia sia l’URSS che i coltivatori americani. In Francia questo ruolo viene esercitato dal Credit Lyonnais, ma quasi tutte le grandi banche, volente o nolente, prestano denaro ai paesi comunisti.
La Distensione, per questi istituti, si rivela un colossale affare e alcuni di essi possono permettersi il lusso di svolgere un’attività  di mecenatismo che difficilmente riuscirebbero a esercitare sotto le normali condizioni dell’economia di mercato. Gli anni della Distensione, infatti, sono quelli del grande boom dell’industria culturale: musica, cinema, televisione, fumetti, arte. La cultura di massa raggiunge il suo apogeo. Gli istituti di credito possono permettersi di finanziare artisti di talento alle prime armi senza preoccuparsi più di tanto se questi raggiungono subito il successo o meno, tanto il denaro affluisce con generosità nelle loro casse, più o meno come il grano nei depositi dell’Unione Sovietica e della Jugoslavia. La Bank of America finanzia il primo film di Walt Disney e il lavoro di due giovani laureati dell’Università di Stanford, Bill Hewlett e David Packard, i quali, dopo aver brevettato un oscillatore audio che lo stesso Disney utilizzerà nel film Fantasia, fonderanno la Hewlett-Packard, che diverrà un colosso nel settore dell’elettronica e, in seguito, dell’informatica. La filiale olandese del Credit Lyonnais sborsa quattrini a ripetizione per sostenere il cinema indipendente di Hollywood. Sono questi gli anni d’oro del cinema italiano, che oggi fatica a trovare fonti di finanziamento, ma che all’epoca riusciva a sfornare in continuazione film di alto livello grazie a registi e attori di talento.
Fu forse per questo motivo (chissà?) che quando nel 1977 la Biennale di Venezia decide di dedicare la mostra al tema del dissenso nei paesi dell’Europa dell’Est, si dovrà scontrare non solo con l’opposizione di Mosca, espressa chiaramente dall’ambasciatore sovietico a Roma, ma anche con quella di attori, letterati, registi, critici d’arte, giornalisti, editori, musicisti e politici di varia estrazione, appartenenti al Pci e non. La Biennale del Dissenso è organizzata da Carlo Ripa di Meana, notoriamente in quota Psi, il che presumibilmente spinge in tanti a pensare che ci sia qualcosa di strumentale nella scelta del tema centrale della mostra. Ma a parte ciò, è innegabile che per il mondo dell’arte e della cultura è troppo importante lasciare aperto il corridoio di comunicazione con i regimi comunisti.  E non sempre in maniera innocua, perché capita anche che grosse partite di armi lascino il nostro paese con destinazione Bulgaria, per citare un esempio, e poi finiscano nelle mani di qualche movimento marxista rivoluzionario o addirittura di qualche organizzazione terroristica.
Il gioco funziona fino a quando Ronald Reagan non viene eletto presidente degli Stati Uniti. L’ex attore decide di rilanciare con forza il confronto militare con l’Unione Sovietica, anche in seguito all’invasione dell’Afghanistan da parte di quest’ultima, tagliando bruscamente i trasferimenti di grano e di tecnologia verso i paesi comunisti: un intero mondo, che si è impegnato a fondo e in qualche caso ha costruito le sue fortune sul dialogo con i regimi dell’Europa dell’Est e del Terzo Mondo, entra in crisi. Non a caso, durante gli anni ottanta si assiste al declino sia della creatività artistica nei prodotti della cultura di massa che della frequenza e intensità delle azioni terroristiche. (continua)



domenica 16 dicembre 2012

Una storia italiana, ma non solo \2


L'Unione Sovietica ha bisogno di importare grano e tecnologia dall'Occidente: il grano viene venduto a prezzo di favore dagli Stati Uniti e le banche occidentali sono felici di concedere alla potenza del socialismo mondiale crediti a lungo termine che vengono regolarmente ripagati. L'URSS infatti, fino alla sua fine, ha sempre avuto un eccellente record per quanto riguarda la restituzione dei debiti contratti con le banche, potendo contare su abbondanti riserve di valuta pregiata (dollari e sterline) che le derivano dall'esportazione di materie prime pregiate come petrolio e gas. 
Come già detto, negli anni settanta tutte le grandi corporations stipulano contratti con l'Unione Sovietica per la vendita o la fornitura di tecnologia all'avanguardia, oppure per la realizzazione di impianti “chiavi in mano”, cioè completi di macchinari e attrezzatura. Nel 1974 il Congresso degli Stati Uniti approva il Trade Act, cioè una nuova legislazione sul commercio che concede al presidente in carica una sorta di binario privilegiato per negoziare accordi commerciali che il Congresso può solo approvare e disapprovare, ma non emendare. All'epoca il presidente americano era il repubblicano Gerald Ford, che il 26 marzo 1976 saluta l'accordo per la realizzazione del complesso petrolchimico nel porto di Fiume da parte della Dow Chemical con un messaggio augurale nel quale auspica “un'ulteriore intensificazione dei rapporti di collaborazione economica tra Stati Uniti e Jugoslavia”. Il Washington Post scrive che l'iniziativa “è di fondamentale importanza nel trasferimento, passo per passo, della tecnologia statunitense in uno stato del socialismo”.
Tutta la tecnologia? No, perché in realtà non tutto è liberamente trasferibile nei paesi comunisti: mentre la lista delle aziende americane disposte a cooperare con le autorità sovietiche cresce giorno per giorno il trasferimento di tecnologia militare non decolla. I colossi del settore non sembrano intenzionati a sfidare i veti governativi che, per quanto riguarda il settore strategico degli armamenti, sono ancora molto rigidi.  Il clima della Distensione, però, ha favorito ormai l'apertura di canali per il trasferimento di questo tipo di tecnologia: è sufficiente trovare il modo per aggirare l'embargo istituito dal governo americano.
La soluzione si trova con l'aiuto di uno dei paesi che fanno parte del Movimento dei Paesi Non-Allineati, un raggruppamento di nazioni del Terzo Mondo che si sono appena scrollate di dosso il dominio coloniale. Grazie alla mediazione di Tito e della Jugoslavia (e del Partito Laburista britannico), l'India si dice disposta a far giungere le armi dall'Occidente all'Unione Sovietica e a far compiere agli armamenti il percorso inverso, cioè dalla patria del socialismo ai paesi dell'Africa e dell'Asia impegnati in guerre di liberazione o in guerre civili tout-court.
Grazie a questi canali informali e privilegiati, l'Unione Sovietica diventa il primo paese esportatore di armi al mondo e incassa così un'ulteriore quantità di valuta pregiata che potrà utilizzare per ripianare il deficit della bilancia dei pagamenti. Ancora nel 1987, alla vigilia della crollo del comunismo, l'URSS risulterà esportare più armi di Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia e Italia messi assieme. Nel 1974 vede la luce anche il Comitato di Basilea per la vigilanza bancaria, che alla fine degli anni ottanta darà vita agli Accordi di Basilea in materia di requisiti patrimoniali delle banche, la base per la riforma del commercio mondiale.
Ma la verità più amara, che alla fine della Guerra Fredda si ritorcerà contro la Jugoslavia, è che i paesi comunisti, per poter acquistare e vendere armi in giro per il mondo, hanno bisogno di affidarsi a mediatori d'affari che, ideologicamente, si trovano agli estremi opposti rispetto alla cultura politica del Movimento dei Paesi Non Allineati. Tanto è vero che negli anni settanta alcuni paesi, come l'Angola, verranno letteralmente fatti a pezzi da una sanguinosissima guerra civile. D'altra parte, senza i proventi derivanti dalla vendita di armi, né l'Unione Sovietica, né la Jugoslavia sarebbero in grado di pagare le forniture di tecnologia militare provenienti dall'Occidente. Quando il presidente Bush, nel quadriennio 1988-1992, rinegozierà gli accordi commerciali con un'Unione Sovietica i cui dirigenti sono ansiosi di approdare alle sponde del capitalismo, una delle condizioni imposte dal presidente americano sarà proprio che gli Stati Uniti riprendano in mano il traffico di armi mondiale: non a caso nel 1994 le statistiche sull'export di armamenti vedono il capovolgimento della situazione del 1987, con il crollo da parte della Russia e la leadership mondiale ormai saldamente in mano agli Stati Uniti. Il prezzo della riorganizzazione del mercato delle armi verrà fatto pagare, secondo un crudele contrappasso, ai popoli della ex Jugoslavia. (continua)

Nella foto Gerald Ford, presidente americano dal 1974 al 1976

venerdì 14 dicembre 2012

Una storia italiana, ma non solo \1


Nel 1975 i ministri degli esteri di Italia e Jugoslavia, Mariano Rumor e Milos Minic, siglano il Trattato di Osimo che chiude definitivamente la partita degli indennizzi agli esuli dell’Istria e della Dalmazia, nel senso che nega definitivamente agli italiani la possibilità di rientrare in possesso dei beni a loro espropriati dal regime di Tito.
Per il leader jugoslavo il Trattato è un successo che gli spalanca le porte del capitalismo internazionale: siamo nell’epoca della Distensione e pochi mesi prima, in agosto, il Trattato di Helsinki aveva sancito l’inviolabilità delle conquiste territoriali fatte dall’Unione Sovietica durante la Seconda Guerra Mondiale nell’Europa dell’Est. I due trattati creano le condizioni perché le multinazionali di tutto il mondo, americane e non, possano investire nei paesi comunisti esportando così tecnologia all’avanguardia, che i sovietici non sono riusciti ad acquisire neppure attraverso il canale dello spionaggio: computer e relativi componenti ( processori, memorie, semiconduttori, periferiche etc...); elettrodomestici di ogni tipo tra cui videoregistratori di ultimo modello; macchinari e attrezzature per fabbriche di automezzi; sistemi radar e componentistica elettronica allora costosissima. Tutto ciò finisce per incrementare il livello delle conoscenze degli ingegneri russi e le capacità dei lavoratori che ottengono la possibilità di essere addestrati dai dipendenti delle aziende multinazionali.
Anche in Jugoslavia, che è un po’ la sorella minore dell’Unione Sovietica, nella seconda metà degli anni settanta tutti i principali gruppi europei e americani fanno la fila per investire. Grazie ad essi, Tito intende coronare il suo sogno di rendere Fiume il primo porto dell’Adriatico, espropriando Trieste del primato storico.
Infatti, il Trattato di Osimo contiene una clausola che stabilisce la creazione di una zona franca alle spalle del porto di Trieste, una grande area industriale che dovrebbe estendersi per un terzo in Italia e per due terzi in Slovenia, con la funzione di gestire il flusso di merci in entrata e in uscita dal porto di Trieste, compresa quindi l’eventuale lavorazione, oltre che lo stoccaggio. Questa zona, che non verrà mai realizzata, nelle intenzioni dei firmatari del Trattato doveva ospitare il nuovo tessuto industriale della città triestina: in pratica, Tito intende espropriare Trieste delle sue aziende per trasferirle in Slovenia, sfruttando la remissività del governo italiano di allora, che, almeno a giudicare dalla relazione al parlamento del ministro Rumor, sembra accondiscendere al progetto del leader jugoslavo.
I cittadini di Trieste, intuendo il pericolo, si ribellano all’accordo e danno il via a una raccolta di firme, che sancirà l’inizio di un braccio di ferro protrattosi fino all’inizio degli anni ottanta. Alla fine la zona franca rimarrà solo sulla carta, ma nel frattempo la comunità internazionale si fa in quattro per aiutare la Jugoslavia a colmare il deficit della bilancia dei pagamenti che risulta perennemente in rosso. Nel 1979, ad esempio, i ministri degli esteri della CEE riescono a far approvare dalla Banca Europea degli Investimenti un prestito di 220 miliardi di lire a favore del paese balcanico. La somma viene giudicata troppo modesta dai rappresentanti del governo italiano, che dichiarano di essersi battuti invano per ottenere un trattamento più generoso e si lamentano che alla fine abbia prevalso la linea del risparmio. Ormai si parla apertamente di far entrare la Jugoslavia nella CEE.
In effetti il prestito di 220 miliardi di lire è troppo esiguo. Ma per cosa? Troppo esiguo per pagare tutte le opere che le multinazionali stanno per realizzare nei pressi del porto di Fiume per renderlo in grado di reggere la concorrenza dei grandi porti internazionali: autostrade, ferrovie, oleodotti, impianti di trasporto e di stoccaggio delle merci, svincoli ferroviari e autostradali, raffinerie e gasdotti. Il progetto prevede che Fiume diventi il collegamento tra i porti del Centro Europa e i paesi del Terzo Mondo, con i quali Tito ha stabilito da tempo legami fortissimi, anche economici, oltre che politici: i cantieri navali di Fiume hanno costruito il 40% della flotta mercantile dell’India e la totalità di quella del Sudan.
La Dow Chemicals, colosso americano della chimica, costruisce nel porto istriano un intero impianto petrolchimico; la Citroen vi apre uno stabilimento per fabbricare auto; la Fiat, che ha già inaugurato uno stabilimento in Serbia, concede alla Jugoslavia la licenza di costruire motori per le navi su un proprio brevetto.
Tutta l’economia dell’Europa Centro-Orientale viene riorganizzata per soddisfare le esigenze e le ambizioni di Tito: le merci della Cecoslovacchia, che potrebbero raggiungere comodamente i porti sul Mar Baltico, vengono inviate a Fiume via treno. E a Fiume arriva anche il petrolio dalla Libia, che un oleodotto nuovo di zecca costruito dalle multinazionali del settore trasportano verso l’Europa Centrale, accentuandone la dipendenza dalla Jugoslavia.