Il 9 novembre del 1979, sul settimanale del Pci Rinascita, apparve un articolo a firma di Giorgio Amendola, leader della corrente riformista del partito alla quale aderiva anche l'attuale Presidente della Repubblica, che denunciava apertamente le debolezze e le connivenze di alcuni esponenti del Partito Comunista verso la violenza politica, sia nei luoghi di lavoro che nelle piazze.
L'articolo fece scalpore perché era la prima volta che un dirigente del Pci ammetteva in pubblico che il suo partito, negli anni passati, avesse soffiato sul fuoco della rabbia popolare, spingendo molti giovani alla rivolta di piazza al fine di mettere in discussione gli equilibri politici esistenti e attaccare frontalmente il principale partito di governo, la Democrazia Cristiana.
Era passato poco più di un anno dal rapimento e dall'uccisione del Presidente della Dc Aldo Moro e, nonostante il fatto che le istituzioni non avessero ceduto al ricatto delle Br, la marea degli atti terroristici era andata gonfiandosi sempre più. Il 24 gennaio del 1979 a Genova le Brigate Rosse avevano ucciso un sindacalista della CGIL, Guido Rossa, che qualche mese prima aveva fatto arrestare un operaio che distribuiva volantini delle Br all'interno della fabbrica nella quale entrambi lavoravano, l'Italsider. Quell'omicidio segnò l'inizio della fine della penetrazione dei terroristi all'interno del proletariato di fabbrica, che fino ad allora aveva simpatizzato più o meno scopertamente con le azioni violente delle Br, soprattutto quando queste colpivano dirigenti o capi squadra particolarmente invisi. I sindacati e la classe operaia si chiusero a riccio e poco alla volta le frange più violente vennero marginalizzate.
Il 7 aprile dello stesso anno il sostituto procuratore Pietro Calogero ordinò una retata di decine di militanti dell'area dell'Autonomia Operaia, tra i quali spiccavano Toni Negri, docente di Scienze Politiche a Padova, Emilio Vesce, direttore di Radio Sherwood, sempre a Padova, e il poeta e scrittore Nanni Balestrini. Parecchi riuscirono a mettersi in salvo espatriando in Francia, ma le retate e gli arresti proseguirono per diversi anni, seguendo il cosiddetto "teorema Calogero", vale a dire, secondo le parole del magistrato, l'ipotesi che "un unico vertice dirige il terrorismo in Italia. Un’unica organizzazione lega le Br e i gruppi armati dell’Autonomia. Un’unica strategia eversiva ispira l’attacco al cuore e alla base dello Stato".
Alla fine dell'iter processuale il teorema risultò infondato e gran parte degli inquisiti venne assolta. Le assoluzioni furono confermate in Cassazione, ma nel periodo a cavallo tra gli anni settanta e ottanta migliaia di semplici militanti di sinistra vennero incarcerati per un anno o più, sulla base di semplici supposizioni indiziarie. In molti casi, infatti, l'accusa si basava su dichiarazioni infondate di qualche pentito, che accusavano il tale o il tal altro di essere stato presente in un dato locale nel giorno in cui erano presenti anche dei brigatisti o di essere amico di qualche soggetto condannato per atti di terrorismo. L'effetto complessivo di questa ondata di arresti ingiustificati fu quello di diffondere il terrore all'interno degli ambienti della sinistra extraparlamentare e di spingere molti militanti a "rifluire" verso la sfera privata, cioè ad abbandonare la militanza politica.
Pietro Calogero sintetizzò la sua azione con un riferimento alla famosa frase di Mao secondo la quale i combattenti comunisti devono muoversi come pesci nelle risaie: visto che non si riesce a prendere il pesce, bisogna prosciugare il mare ... Cioè visto che i gruppi terroristici riuscivano a trovare connivenze, complicità e nuovi adepti negli ambienti dell'Autonomia Operaia, l'unica soluzione era svuotare il mare, cioè procedere ad arresti di massa per intimidire i militanti e convincerli a dedicarsi ad altro.
L'azione giudiziaria, unita alla diffusione dell'eroina che proprio in quegli anni dilagava nei quartieri popolari e non solo, ebbe l'effetto desiderato: stroncò ogni forma di aggregazione popolare che potesse dar luogo a iniziative politiche di sinistra e spianò la strada, negli anni ottanta, all'ascesa politica di Bettino Craxi e del gruppo dirigente del Partito Socialista.
L'articolo di Amendola apparso su Rinascita, pertanto, è da intendere come una svolta del gruppo dirigente del Pci verso destra. Non a caso Amendola aveva sempre inseguito l'alleanza con il Partito Socialista: la dimostrazione di ciò è che l'anno successivo la Fiat procedette ad una massiccia ristrutturazione aziendale che comportò il licenziamento di migliaia di operai e in particolare dei soggetti più attivi sul piano politico e sindacale.
Perché ho ricordato questi avvenimenti? Perché l'impressione è che negli ultimi anni abbiamo vissuto una piccola rivoluzione attraverso il web, nel senso che per la prima volta nella storia di questo paese è stata offerta a tanti comuni cittadini come me ed altri la possibilità di esprimere liberamente la propria opinione attraverso i blog, senza filtri burocratici e senza guadagnarci nulla, almeno per quanto riguarda il sottoscritto, ma disponendo della più ampia e completa libertà di espressione. Io ho vissuto questo periodo con grande entusiasmo, consapevole che prima o poi qualcuno avrebbe chiuso il rubinetto aperto con così munifica generosità, probabilmente per creare un clima favorevole a ridiscutere gli equilibri politici esistenti.
L'Italia, come è noto, è un paese che non è mai pienamente uscito dal Medioevo, perché non ha mai avuto luogo in questa nazione una riforma religiosa o una rivoluzione politica che ponessero su basi autenticamente moderne il rapporto tra cittadino e Stato. In Italia solo chi è vicino al potere può prendersi il diritto di criticare, contestare, insultare, deridere, denigrare o litigare fino allo sfinimento, purché rimanga all'interno del recinto creato dalle classi dirigenti. Agli altri, a noi comuni cittadini, viene lasciata solo la prerogativa di applaudire, ridere quando c'è da ridere e svenarci pagando tasse e bollette. Non so quanto tempo ci vorrà per ridurre al silenzio la schiera di coloro, come il sottoscritto, che ormai hanno preso gusto ad esprimere ciò che pensano su un blog o su qualche social network. Temo che le sberle non saranno sufficienti e allora arriveranno le martellate, e chissà che cos'altro. Fino a quando non spunterà un nuovo Calogero disposto a barattare i propri principi morali con qualche scatto di carriera. E allora il paese tornerà finalmente alla normalità.
Visualizzazione post con etichetta terrorismo. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta terrorismo. Mostra tutti i post
domenica 5 maggio 2013
Mala tempora currunt sed peiora parantur
Etichette:
77,
anni settanta,
arresti,
autonomia,
blog,
boldrini,
calogero,
espressione,
libertà,
movimento,
radio libere,
repressione,
teorema,
terrorismo,
web
venerdì 11 gennaio 2013
La regola del silenzio
Un film che vorrebbe spiegare ai giovani che cos'è stata la politica per la generazione degli anni settanta: questo è "La regola del silenzio", ultima fatica di un attempato ma vitale Robert Redford. Il problema è che i giovani difficilmente lo andranno a vedere (in sala si notavano solo over 50) ed è un peccato perché il tema trattato nel film, il significato dell'esistenza umana in rapporto all'impegno nella sfera pubblica, non ha confini temporali e può suscitare interrogativi e discussioni anche nella società di oggi.
"La regola del silenzio" è un thiller pieno di azione e di colpi di scena, arricchito da una splendida fotografia, con una trama che fa emergere in maniera drammatica le contraddizioni, i rimpianti e i risentimenti dei protagonisti di una stagione politica troppo intensa per essere accantonata semplicemente rintanandosi nel confortevole anonimato della vita privata. Di questa verità fa le spese l'avvocato Jim Grant (Robert Redford), padre single con una figlia che potrebbe essere tranquillamente sua nipote, vista la distanza anagrafica che intercorre fra i due, il quale una mattina scopre che Sharon Solarz (Susan Sarandon), assieme alla quale militava nella formazione dei Weather Underground, è stata arrestata dall'Fbi mentre si recava a costituirsi per l'omicidio di una guardia giurata, avvenuto nel corso di una rapina negli anni settanta.
I componenti del commando sono riusciti a sfuggire alla giustizia per oltre trent'anni, abbandonando l'attività terroristica e assumendo nuove identità, ma un giovane giornalista locale, Ben Shepard, impersonato da Shia LeBeouf, comprende subito che l'arresto di Solarz\Sarandon gli offre la possibilità di fare lo scoop della sua vita e si mette sulle loro tracce, attratto magneticamente da una dimensione della quale ha sempre ignorato l'esistenza: la verità senza compromessi e senza mediazioni, l'affermazione titanica del proprio io fuori dai limiti ristretti della morale convenzionale e dalle regole della società. Shepard\LeBeouf inizia così a rovistare ossessivamente nelle vite private degli ormai anziani reduci del Movimento contro la guerra in Vietnam, i quali pare che non riescano a fare a meno di fornirgli, anche involontariamente, preziose informazioni.
Il colloquio in carcere tra la Solarz\Sarandon in manette e Shepard\LeBeouf, sotto gli occhi degli esterrefatti agenti dell'Fbi, è uno dei momenti più intensi di tutto il film: in quegli attimi è chiaro che, agli occhi del giornalista, la scelta di vita fatta dalla terrorista emana una sorta di magia irrefrenabile, una purezza che sembra scavalcare e travolgere i limiti del buon senso e della ragione, pur nella logica sconclusionata tipica degli ex terroristi ("abbiamo sbagliato, ma avevamo ragione").
Grant\Redford, intanto, più preoccupato di preservare la felicità che si è costruito che di difendere le ragioni del proprio impegno politico di un tempo, decide di affidare la figlia\nipote al fratello e di entrare in clandestinità, chiedendo aiuto ai vecchi compagni del Movimento. Inizia così una corsa a ritroso verso i luoghi e le persone che hanno accompagnato la giovinezza inquieta e sovversiva dell'avvocato, sempre inseguito dagli agenti dell'Fbi e da Shepard\Lebeouf, in un susseguirsi mozzafiato di arresti, fughe, intercettazioni fuori da ogni regola e incontri all'insegna della nostalgia, in preda al timore di venire risucchiati da un passato ormai lontano, ma sempre, drammaticamente vivo.
Ritratto romantico e, forse, eccessivamente indulgente di una generazione, che il regista vuole concludere con l'affermazione dei sentimenti e degli affetti personali sull'aridità delle astrazioni teoriche e intellettuali, quasi a voler chiudere la porta a qualsiasi spiegazione approfondita sui perché di scelte tanto radicali e tanto distruttive. Alla fine, tutto il film lascia trapelare il desiderio di voltare le spalle non solo all'impegno civile, ma anche a qualsiasi legame con la sfera pubblica, come se la dimensione degli affetti privati potesse colmare il bisogno di senso che ogni individuo, uomo o donna, si porta dietro. Un'asserzione quasi ideologica, che fa risaltare vistosamente una delle grandi lacune del film: in tanta celebrazione dei sentimenti, degli affetti e della comprensione umana non viene dedicata neppure una parola alla guardia giurata uccisa durante la rapina alla banca, della quale non si viene a sapere nemmeno il nome. Come se fosse una figurina, invece che una persona in carne e ossa. Forse è un dato casuale, ma questo è esattamente il modo in cui i terroristi vedevano le loro vittime, attraverso le lenti deformate dell'ideologia.
sabato 22 dicembre 2012
Una storia italiana, ma non solo \4
Con la fine del comunismo in Unione Sovietica crolla un intero mondo che, per quarant'anni, grazie all'alleanza tra le forze del laburismo inglese, della sociologia della scuola di Francoforte, delle correnti del cattolicesimo sociale e dei paesi comunisti, ha tenuto in scacco l'economia dei paesi occidentali, mantenendola nel binario più favorevole ad esse, quello costituito dalla grande industria sovvenzionata dallo stato, con il sostegno delle organizzazioni sindacali. Questo modello ha funzionato per oltre quarant'anni e ha garantito all'Occidente la democrazia, la pace e lo sviluppo economico, dopo la tragedia delle due guerre mondiali e dell'olocausto. Il modello però aveva un tarlo, un convitato di pietra costituito dalle forze economiche di estrema destra che, pur sconfitte, erano riuscite a inserirsi nel sistema grazie al ruolo svolto dai mediatori del commercio di armi, di cui l'Unione Sovietica aveva bisogno sia per importare tecnologia militare che per esportarla. Alla fine della Guerra Fredda, quando le potenze vincitrici hanno voluto creare un nuovo tipo di economia, fondata sul rilancio degli scambi commerciali e sull'indebolimento delle tutele sindacali, le forze di estrema destra hanno ottenuto carta bianca per riorganizzare l'intera produzione di armamenti mondiale, perché questa era la base per avviare un nuovo processo di concentrazione del capitale, svincolato dai vecchi equilibri. La tragedia di interi popoli, dalla Jugoslavia alla Somalia al Ruanda, è stato il premio ottenuto non, come la retorica post-guerra fredda ha voluto far credere, per aver combattuto il comunismo ma, al contrario, per aver diligentemente collaborato al mantenimento delle buone relazioni tra Oriente e Occidente, rimanendo in posizione defilata ancorché essenziale per l'economia mondiale.
Una puntata della trasmissione Report, condotta da Milena Gabanelli, dal titolo "Le vie delle armi non sono infinite", del 3/11/1999, prende spunto dal sequestro, avvenuto nel porto di Ancona, di un grosso carico di armi stipato in un camion della Caritas. Nella trasmissione, infarcita di interviste a ex dirigenti dei servizi segreti e a giovani generali dall'accento marcatamente piemontese, si afferma che negli anni novanta il Monte dei Paschi di Siena ha svolto un'intensa attività di mediazione del traffico di armi. Il nocciolo della trasmissione è che alla banca toscana sia stato imposto una sorta di contrappasso per vendicarsi delle passate collaborazioni con i regimi comunisti. Può darsi che ciò sia vero; resta il fatto che il tempismo della puntata di Report in questione è impressionante: il 3 novembre del 1999 non solo era già finita la guerra civile in Jugoslavia, con relativo scannatoio, ma Milosevic aveva anche accettato la proposta di armistizio da parte della diplomazia internazionale sul Kosovo, dietro la garanzia che l'indipendenza della regione non sarebbe stata una delle condizioni necessarie per la pace.
Qualche anno prima un'altra giornalista, Ilaria Alpi, dotata di meno tempismo della Gabanelli, venne uccisa in Somalia assieme al suo operatore, Miran Hrovatin, per essere andata a mettere il naso in un traffico di armi nel quale erano coinvolti, in maniera poco limpida, anche l'esercito e i servizi segreti italiani.
Da segnalare il commento finale con cui la Gabanelli chiude la trasmissione: "le industrie degli armamenti servono a garantire l'autonomia di un paese. Queste industrie costano e si mantengono anche con l'esportazione delle armi oppure le manteniamo noi con le nostre tasse. Ma questa ipotesi sicuramente, non piace. Allora, quando vediamo gente che soffre, conflitti in giro per il mondo, preferiamo indignarci e ogni tanto, magari, fare un po' di beneficenza."
Da segnalare il commento finale con cui la Gabanelli chiude la trasmissione: "le industrie degli armamenti servono a garantire l'autonomia di un paese. Queste industrie costano e si mantengono anche con l'esportazione delle armi oppure le manteniamo noi con le nostre tasse. Ma questa ipotesi sicuramente, non piace. Allora, quando vediamo gente che soffre, conflitti in giro per il mondo, preferiamo indignarci e ogni tanto, magari, fare un po' di beneficenza."
Oppure, aggiungo io, condurre trasmissioni televisive di denuncia con la collaborazione di soggetti di dubbia reputazione e provenienza, considerato che i servizi segreti italiani non hanno mai odorato di bucato e l'esercito è coinvolto a pieno titolo nella produzione di quel materiale bellico che ha provocato sofferenze immani a milioni di persone innocenti in giro per il mondo. La Jugoslavia produceva ed esportava armi, ma ciò non è servito a garantirne l'autonomia. Al contrario, ne ha garantito solo l'autodistruzione, e al momento opportuno per favorire la riorganizzazione dell'industria degli armamenti italiana e mondiale.
E' vero: le vie delle armi non sono infinite. Speriamo solo che, per quanto riguarda il nostro paese, non si arrestino nelle aule del Tribunale per i Crimini di Guerra nella ex-Jugoslavia. ( fine )
E' vero: le vie delle armi non sono infinite. Speriamo solo che, per quanto riguarda il nostro paese, non si arrestino nelle aule del Tribunale per i Crimini di Guerra nella ex-Jugoslavia. ( fine )
Etichette:
armi,
comunismo,
gabanelli,
genocidio,
guerra civile,
Jugoslavia,
monte dei paschi,
pulizia etnica,
report,
ruanda,
servizi segreti,
terrorismo
giovedì 20 dicembre 2012
Una storia italiana, ma non solo \3
La bilancia dei pagamenti della Jugoslavia è costantemente in rosso: il maresciallo Tito non può contare sull’esportazione di materie prime come l’Unione Sovietica e ha bisogno di accedere continuamente ai prestiti internazionali per sostenere il massiccio apparato militare che costituisce l’ossatura del suo paese, finanziato solo in parte dalla produzione di armi leggere.
La comunità internazionale, però, vuole aiutare la Jugoslavia perché ha bisogno dell’ opera di Tito per accedere al petrolio dei paesi del Terzo Mondo: il nostro paese, avendo un forte partito comunista e un passato di lotta partigiana, è il più adatto a svolgere la funzione di partner economico-commerciale del paese balcanico. La Camera di Commercio di Milano, negli anni settanta, apre una sezione dedicata al commercio italo-jugoslavo e Raif Dizderevic, ultimo presidente della Repubblica Jugoslava, scrive nelle sue memorie, pubblicate da Longo Editore, a Ravenna: “le banche italiane sono state sempre molto generose con la Jugoslavia”.
Un istituto in particolare, che rappresenta la tradizione più prestigiosa della nostra storia nazionale, ha avuto rapporti economici molto intensi con tutti i paesi del blocco comunista, potendo usufruire della condizione di monopolio sul commercio estero del nostro paese. Ogni transazione commerciale, infatti, ha bisogno di una banca d’appoggio e nel caso italiano questa banca è il Monte dei Paschi di Siena.
Affari sicuri e grossi guadagni, perché i regimi comunisti hanno bisogno di tutto e comprano tutto, non solo tecnologia (alla fine degli anni sessanta l’Italia è il maggior esportatore mondiale di macchinari in Unione Sovietica) ma anche beni di prima necessità come il grano, di cui gli Stati Uniti sono i primi fornitori, facendo la fortuna della Bank of America, la principale banca commerciale americana, che finanzia sia l’URSS che i coltivatori americani. In Francia questo ruolo viene esercitato dal Credit Lyonnais, ma quasi tutte le grandi banche, volente o nolente, prestano denaro ai paesi comunisti.
La Distensione, per questi istituti, si rivela un colossale affare e alcuni di essi possono permettersi il lusso di svolgere un’attività di mecenatismo che difficilmente riuscirebbero a esercitare sotto le normali condizioni dell’economia di mercato. Gli anni della Distensione, infatti, sono quelli del grande boom dell’industria culturale: musica, cinema, televisione, fumetti, arte. La cultura di massa raggiunge il suo apogeo. Gli istituti di credito possono permettersi di finanziare artisti di talento alle prime armi senza preoccuparsi più di tanto se questi raggiungono subito il successo o meno, tanto il denaro affluisce con generosità nelle loro casse, più o meno come il grano nei depositi dell’Unione Sovietica e della Jugoslavia. La Bank of America finanzia il primo film di Walt Disney e il lavoro di due giovani laureati dell’Università di Stanford, Bill Hewlett e David Packard, i quali, dopo aver brevettato un oscillatore audio che lo stesso Disney utilizzerà nel film Fantasia, fonderanno la Hewlett-Packard, che diverrà un colosso nel settore dell’elettronica e, in seguito, dell’informatica. La filiale olandese del Credit Lyonnais sborsa quattrini a ripetizione per sostenere il cinema indipendente di Hollywood. Sono questi gli anni d’oro del cinema italiano, che oggi fatica a trovare fonti di finanziamento, ma che all’epoca riusciva a sfornare in continuazione film di alto livello grazie a registi e attori di talento.
Fu forse per questo motivo (chissà?) che quando nel 1977 la Biennale di Venezia decide di dedicare la mostra al tema del dissenso nei paesi dell’Europa dell’Est, si dovrà scontrare non solo con l’opposizione di Mosca, espressa chiaramente dall’ambasciatore sovietico a Roma, ma anche con quella di attori, letterati, registi, critici d’arte, giornalisti, editori, musicisti e politici di varia estrazione, appartenenti al Pci e non. La Biennale del Dissenso è organizzata da Carlo Ripa di Meana, notoriamente in quota Psi, il che presumibilmente spinge in tanti a pensare che ci sia qualcosa di strumentale nella scelta del tema centrale della mostra. Ma a parte ciò, è innegabile che per il mondo dell’arte e della cultura è troppo importante lasciare aperto il corridoio di comunicazione con i regimi comunisti. E non sempre in maniera innocua, perché capita anche che grosse partite di armi lascino il nostro paese con destinazione Bulgaria, per citare un esempio, e poi finiscano nelle mani di qualche movimento marxista rivoluzionario o addirittura di qualche organizzazione terroristica.
Il gioco funziona fino a quando Ronald Reagan non viene eletto presidente degli Stati Uniti. L’ex attore decide di rilanciare con forza il confronto militare con l’Unione Sovietica, anche in seguito all’invasione dell’Afghanistan da parte di quest’ultima, tagliando bruscamente i trasferimenti di grano e di tecnologia verso i paesi comunisti: un intero mondo, che si è impegnato a fondo e in qualche caso ha costruito le sue fortune sul dialogo con i regimi dell’Europa dell’Est e del Terzo Mondo, entra in crisi. Non a caso, durante gli anni ottanta si assiste al declino sia della creatività artistica nei prodotti della cultura di massa che della frequenza e intensità delle azioni terroristiche. (continua)
La comunità internazionale, però, vuole aiutare la Jugoslavia perché ha bisogno dell’ opera di Tito per accedere al petrolio dei paesi del Terzo Mondo: il nostro paese, avendo un forte partito comunista e un passato di lotta partigiana, è il più adatto a svolgere la funzione di partner economico-commerciale del paese balcanico. La Camera di Commercio di Milano, negli anni settanta, apre una sezione dedicata al commercio italo-jugoslavo e Raif Dizderevic, ultimo presidente della Repubblica Jugoslava, scrive nelle sue memorie, pubblicate da Longo Editore, a Ravenna: “le banche italiane sono state sempre molto generose con la Jugoslavia”.
Un istituto in particolare, che rappresenta la tradizione più prestigiosa della nostra storia nazionale, ha avuto rapporti economici molto intensi con tutti i paesi del blocco comunista, potendo usufruire della condizione di monopolio sul commercio estero del nostro paese. Ogni transazione commerciale, infatti, ha bisogno di una banca d’appoggio e nel caso italiano questa banca è il Monte dei Paschi di Siena.
Affari sicuri e grossi guadagni, perché i regimi comunisti hanno bisogno di tutto e comprano tutto, non solo tecnologia (alla fine degli anni sessanta l’Italia è il maggior esportatore mondiale di macchinari in Unione Sovietica) ma anche beni di prima necessità come il grano, di cui gli Stati Uniti sono i primi fornitori, facendo la fortuna della Bank of America, la principale banca commerciale americana, che finanzia sia l’URSS che i coltivatori americani. In Francia questo ruolo viene esercitato dal Credit Lyonnais, ma quasi tutte le grandi banche, volente o nolente, prestano denaro ai paesi comunisti.
La Distensione, per questi istituti, si rivela un colossale affare e alcuni di essi possono permettersi il lusso di svolgere un’attività di mecenatismo che difficilmente riuscirebbero a esercitare sotto le normali condizioni dell’economia di mercato. Gli anni della Distensione, infatti, sono quelli del grande boom dell’industria culturale: musica, cinema, televisione, fumetti, arte. La cultura di massa raggiunge il suo apogeo. Gli istituti di credito possono permettersi di finanziare artisti di talento alle prime armi senza preoccuparsi più di tanto se questi raggiungono subito il successo o meno, tanto il denaro affluisce con generosità nelle loro casse, più o meno come il grano nei depositi dell’Unione Sovietica e della Jugoslavia. La Bank of America finanzia il primo film di Walt Disney e il lavoro di due giovani laureati dell’Università di Stanford, Bill Hewlett e David Packard, i quali, dopo aver brevettato un oscillatore audio che lo stesso Disney utilizzerà nel film Fantasia, fonderanno la Hewlett-Packard, che diverrà un colosso nel settore dell’elettronica e, in seguito, dell’informatica. La filiale olandese del Credit Lyonnais sborsa quattrini a ripetizione per sostenere il cinema indipendente di Hollywood. Sono questi gli anni d’oro del cinema italiano, che oggi fatica a trovare fonti di finanziamento, ma che all’epoca riusciva a sfornare in continuazione film di alto livello grazie a registi e attori di talento.
Fu forse per questo motivo (chissà?) che quando nel 1977 la Biennale di Venezia decide di dedicare la mostra al tema del dissenso nei paesi dell’Europa dell’Est, si dovrà scontrare non solo con l’opposizione di Mosca, espressa chiaramente dall’ambasciatore sovietico a Roma, ma anche con quella di attori, letterati, registi, critici d’arte, giornalisti, editori, musicisti e politici di varia estrazione, appartenenti al Pci e non. La Biennale del Dissenso è organizzata da Carlo Ripa di Meana, notoriamente in quota Psi, il che presumibilmente spinge in tanti a pensare che ci sia qualcosa di strumentale nella scelta del tema centrale della mostra. Ma a parte ciò, è innegabile che per il mondo dell’arte e della cultura è troppo importante lasciare aperto il corridoio di comunicazione con i regimi comunisti. E non sempre in maniera innocua, perché capita anche che grosse partite di armi lascino il nostro paese con destinazione Bulgaria, per citare un esempio, e poi finiscano nelle mani di qualche movimento marxista rivoluzionario o addirittura di qualche organizzazione terroristica.
Il gioco funziona fino a quando Ronald Reagan non viene eletto presidente degli Stati Uniti. L’ex attore decide di rilanciare con forza il confronto militare con l’Unione Sovietica, anche in seguito all’invasione dell’Afghanistan da parte di quest’ultima, tagliando bruscamente i trasferimenti di grano e di tecnologia verso i paesi comunisti: un intero mondo, che si è impegnato a fondo e in qualche caso ha costruito le sue fortune sul dialogo con i regimi dell’Europa dell’Est e del Terzo Mondo, entra in crisi. Non a caso, durante gli anni ottanta si assiste al declino sia della creatività artistica nei prodotti della cultura di massa che della frequenza e intensità delle azioni terroristiche. (continua)
domenica 16 dicembre 2012
Una storia italiana, ma non solo \2
L'Unione Sovietica ha bisogno di importare grano e tecnologia dall'Occidente: il grano viene venduto a prezzo di favore dagli Stati Uniti e le banche occidentali sono felici di concedere alla potenza del socialismo mondiale crediti a lungo termine che vengono regolarmente ripagati. L'URSS infatti, fino alla sua fine, ha sempre avuto un eccellente record per quanto riguarda la restituzione dei debiti contratti con le banche, potendo contare su abbondanti riserve di valuta pregiata (dollari e sterline) che le derivano dall'esportazione di materie prime pregiate come petrolio e gas.
Come già detto, negli anni settanta tutte le grandi corporations stipulano contratti con l'Unione Sovietica per la vendita o la fornitura di tecnologia all'avanguardia, oppure per la realizzazione di impianti “chiavi in mano”, cioè completi di macchinari e attrezzatura. Nel 1974 il Congresso degli Stati Uniti approva il Trade Act, cioè una nuova legislazione sul commercio che concede al presidente in carica una sorta di binario privilegiato per negoziare accordi commerciali che il Congresso può solo approvare e disapprovare, ma non emendare. All'epoca il presidente americano era il repubblicano Gerald Ford, che il 26 marzo 1976 saluta l'accordo per la realizzazione del complesso petrolchimico nel porto di Fiume da parte della Dow Chemical con un messaggio augurale nel quale auspica “un'ulteriore intensificazione dei rapporti di collaborazione economica tra Stati Uniti e Jugoslavia”. Il Washington Post scrive che l'iniziativa “è di fondamentale importanza nel trasferimento, passo per passo, della tecnologia statunitense in uno stato del socialismo”.
Tutta la tecnologia? No, perché in realtà non tutto è liberamente trasferibile nei paesi comunisti: mentre la lista delle aziende americane disposte a cooperare con le autorità sovietiche cresce giorno per giorno il trasferimento di tecnologia militare non decolla. I colossi del settore non sembrano intenzionati a sfidare i veti governativi che, per quanto riguarda il settore strategico degli armamenti, sono ancora molto rigidi. Il clima della Distensione, però, ha favorito ormai l'apertura di canali per il trasferimento di questo tipo di tecnologia: è sufficiente trovare il modo per aggirare l'embargo istituito dal governo americano.
La soluzione si trova con l'aiuto di uno dei paesi che fanno parte del Movimento dei Paesi Non-Allineati, un raggruppamento di nazioni del Terzo Mondo che si sono appena scrollate di dosso il dominio coloniale. Grazie alla mediazione di Tito e della Jugoslavia (e del Partito Laburista britannico), l'India si dice disposta a far giungere le armi dall'Occidente all'Unione Sovietica e a far compiere agli armamenti il percorso inverso, cioè dalla patria del socialismo ai paesi dell'Africa e dell'Asia impegnati in guerre di liberazione o in guerre civili tout-court.
Grazie a questi canali informali e privilegiati, l'Unione Sovietica diventa il primo paese esportatore di armi al mondo e incassa così un'ulteriore quantità di valuta pregiata che potrà utilizzare per ripianare il deficit della bilancia dei pagamenti. Ancora nel 1987, alla vigilia della crollo del comunismo, l'URSS risulterà esportare più armi di Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia e Italia messi assieme. Nel 1974 vede la luce anche il Comitato di Basilea per la vigilanza bancaria, che alla fine degli anni ottanta darà vita agli Accordi di Basilea in materia di requisiti patrimoniali delle banche, la base per la riforma del commercio mondiale.
Ma la verità più amara, che alla fine della Guerra Fredda si ritorcerà contro la Jugoslavia, è che i paesi comunisti, per poter acquistare e vendere armi in giro per il mondo, hanno bisogno di affidarsi a mediatori d'affari che, ideologicamente, si trovano agli estremi opposti rispetto alla cultura politica del Movimento dei Paesi Non Allineati. Tanto è vero che negli anni settanta alcuni paesi, come l'Angola, verranno letteralmente fatti a pezzi da una sanguinosissima guerra civile. D'altra parte, senza i proventi derivanti dalla vendita di armi, né l'Unione Sovietica, né la Jugoslavia sarebbero in grado di pagare le forniture di tecnologia militare provenienti dall'Occidente. Quando il presidente Bush, nel quadriennio 1988-1992, rinegozierà gli accordi commerciali con un'Unione Sovietica i cui dirigenti sono ansiosi di approdare alle sponde del capitalismo, una delle condizioni imposte dal presidente americano sarà proprio che gli Stati Uniti riprendano in mano il traffico di armi mondiale: non a caso nel 1994 le statistiche sull'export di armamenti vedono il capovolgimento della situazione del 1987, con il crollo da parte della Russia e la leadership mondiale ormai saldamente in mano agli Stati Uniti. Il prezzo della riorganizzazione del mercato delle armi verrà fatto pagare, secondo un crudele contrappasso, ai popoli della ex Jugoslavia. (continua)
Nella foto Gerald Ford, presidente americano dal 1974 al 1976
Etichette:
armi,
commercio,
comunismo,
ford,
gabanelli,
guerra fredda,
Jugoslavia,
monte dei paschi,
nixon,
presidenza,
report,
ruanda,
servizi segreti,
stati uniti,
terrorismo
venerdì 14 dicembre 2012
Una storia italiana, ma non solo \1
Nel
1975 i ministri degli esteri di Italia e Jugoslavia, Mariano Rumor e
Milos Minic, siglano il Trattato di Osimo che chiude definitivamente
la partita degli indennizzi agli esuli dell’Istria e della
Dalmazia, nel senso che nega definitivamente agli italiani la
possibilità di rientrare in possesso dei beni a loro espropriati dal
regime di Tito.
Per il
leader jugoslavo il Trattato è un successo che gli spalanca le porte
del capitalismo internazionale: siamo nell’epoca della Distensione
e pochi mesi prima, in agosto, il Trattato di Helsinki aveva sancito
l’inviolabilità delle conquiste territoriali fatte dall’Unione
Sovietica durante la Seconda Guerra Mondiale nell’Europa dell’Est.
I due trattati creano le condizioni perché le multinazionali di
tutto il mondo, americane e non, possano investire nei paesi
comunisti esportando così tecnologia all’avanguardia, che i
sovietici non sono riusciti ad acquisire neppure attraverso il
canale dello spionaggio: computer e relativi componenti ( processori,
memorie, semiconduttori, periferiche etc...); elettrodomestici di
ogni tipo tra cui videoregistratori di ultimo modello; macchinari e
attrezzature per fabbriche di automezzi; sistemi radar e componentistica elettronica allora costosissima. Tutto ciò finisce
per incrementare il livello delle conoscenze degli ingegneri russi e le
capacità dei lavoratori che ottengono la possibilità di essere
addestrati dai dipendenti delle aziende multinazionali.
Anche
in Jugoslavia, che è un po’ la sorella minore dell’Unione
Sovietica, nella seconda metà degli anni settanta tutti i principali
gruppi europei e americani fanno la fila per investire. Grazie ad
essi, Tito intende coronare il suo sogno di rendere Fiume il primo
porto dell’Adriatico, espropriando Trieste del primato storico.
Infatti,
il Trattato di Osimo contiene una clausola che stabilisce la
creazione di una zona franca alle spalle del porto di Trieste, una
grande area industriale che dovrebbe estendersi per un terzo in
Italia e per due terzi in Slovenia, con la funzione di gestire il
flusso di merci in entrata e in uscita dal porto di Trieste, compresa
quindi l’eventuale lavorazione, oltre che lo stoccaggio. Questa
zona, che non verrà mai realizzata, nelle intenzioni dei firmatari
del Trattato doveva ospitare il nuovo tessuto industriale della città
triestina: in pratica, Tito intende espropriare Trieste delle sue
aziende per trasferirle in Slovenia, sfruttando la remissività del
governo italiano di allora, che, almeno a giudicare dalla relazione
al parlamento del ministro Rumor, sembra accondiscendere al progetto
del leader jugoslavo.
I
cittadini di Trieste, intuendo il pericolo, si ribellano all’accordo
e danno il via a una raccolta di firme, che sancirà l’inizio di un
braccio di ferro protrattosi fino all’inizio degli anni ottanta.
Alla fine la zona franca rimarrà solo sulla carta, ma nel frattempo
la comunità internazionale si fa in quattro per aiutare la
Jugoslavia a colmare il deficit della bilancia dei pagamenti che
risulta perennemente in rosso. Nel 1979, ad esempio, i ministri degli
esteri della CEE riescono a far approvare dalla Banca Europea degli
Investimenti un prestito di 220 miliardi di lire a favore del paese
balcanico. La somma viene giudicata troppo modesta dai rappresentanti del
governo italiano, che dichiarano di essersi battuti invano per
ottenere un trattamento più generoso e si lamentano che alla fine
abbia prevalso la linea del risparmio. Ormai si parla apertamente di
far entrare la Jugoslavia nella CEE.
In
effetti il prestito di 220 miliardi di lire è troppo esiguo. Ma per
cosa? Troppo esiguo per pagare tutte le opere che le multinazionali
stanno per realizzare nei pressi del porto di Fiume per renderlo in
grado di reggere la concorrenza dei grandi porti internazionali:
autostrade, ferrovie, oleodotti, impianti di trasporto e di
stoccaggio delle merci, svincoli ferroviari e autostradali, raffinerie e gasdotti.
Il progetto prevede che Fiume diventi il collegamento tra i porti del
Centro Europa e i paesi del Terzo Mondo, con i quali Tito ha
stabilito da tempo legami fortissimi, anche economici, oltre che
politici: i cantieri navali di Fiume hanno costruito il 40% della
flotta mercantile dell’India e la totalità di quella del Sudan.
La Dow
Chemicals, colosso americano della chimica, costruisce nel porto
istriano un intero impianto petrolchimico; la Citroen vi apre uno
stabilimento per fabbricare auto; la Fiat, che ha già inaugurato uno
stabilimento in Serbia, concede alla Jugoslavia la licenza di
costruire motori per le navi su un proprio brevetto.
Tutta
l’economia dell’Europa Centro-Orientale viene riorganizzata per
soddisfare le esigenze e le ambizioni di Tito: le merci della
Cecoslovacchia, che potrebbero raggiungere comodamente i porti sul
Mar Baltico, vengono inviate a Fiume via treno. E a Fiume arriva
anche il petrolio dalla Libia, che un oleodotto nuovo di zecca
costruito dalle multinazionali del settore trasportano verso l’Europa
Centrale, accentuandone la dipendenza dalla Jugoslavia.
Etichette:
armi,
commercio,
comunismo,
ford,
gabanelli,
guerra fredda,
Jugoslavia,
monte dei paschi,
nixon,
presidenza,
report,
ruanda,
servizi segreti,
stati uniti,
terrorismo
Iscriviti a:
Post (Atom)






