Il 9 novembre del 1979, sul settimanale del Pci Rinascita, apparve un articolo a firma di Giorgio Amendola, leader della corrente riformista del partito alla quale aderiva anche l'attuale Presidente della Repubblica, che denunciava apertamente le debolezze e le connivenze di alcuni esponenti del Partito Comunista verso la violenza politica, sia nei luoghi di lavoro che nelle piazze.
L'articolo fece scalpore perché era la prima volta che un dirigente del Pci ammetteva in pubblico che il suo partito, negli anni passati, avesse soffiato sul fuoco della rabbia popolare, spingendo molti giovani alla rivolta di piazza al fine di mettere in discussione gli equilibri politici esistenti e attaccare frontalmente il principale partito di governo, la Democrazia Cristiana.
Era passato poco più di un anno dal rapimento e dall'uccisione del Presidente della Dc Aldo Moro e, nonostante il fatto che le istituzioni non avessero ceduto al ricatto delle Br, la marea degli atti terroristici era andata gonfiandosi sempre più. Il 24 gennaio del 1979 a Genova le Brigate Rosse avevano ucciso un sindacalista della CGIL, Guido Rossa, che qualche mese prima aveva fatto arrestare un operaio che distribuiva volantini delle Br all'interno della fabbrica nella quale entrambi lavoravano, l'Italsider. Quell'omicidio segnò l'inizio della fine della penetrazione dei terroristi all'interno del proletariato di fabbrica, che fino ad allora aveva simpatizzato più o meno scopertamente con le azioni violente delle Br, soprattutto quando queste colpivano dirigenti o capi squadra particolarmente invisi. I sindacati e la classe operaia si chiusero a riccio e poco alla volta le frange più violente vennero marginalizzate.
Il 7 aprile dello stesso anno il sostituto procuratore Pietro Calogero ordinò una retata di decine di militanti dell'area dell'Autonomia Operaia, tra i quali spiccavano Toni Negri, docente di Scienze Politiche a Padova, Emilio Vesce, direttore di Radio Sherwood, sempre a Padova, e il poeta e scrittore Nanni Balestrini. Parecchi riuscirono a mettersi in salvo espatriando in Francia, ma le retate e gli arresti proseguirono per diversi anni, seguendo il cosiddetto "teorema Calogero", vale a dire, secondo le parole del magistrato, l'ipotesi che "un unico vertice dirige il terrorismo in Italia. Un’unica organizzazione lega le Br e i gruppi armati dell’Autonomia. Un’unica strategia eversiva ispira l’attacco al cuore e alla base dello Stato".
Alla fine dell'iter processuale il teorema risultò infondato e gran parte degli inquisiti venne assolta. Le assoluzioni furono confermate in Cassazione, ma nel periodo a cavallo tra gli anni settanta e ottanta migliaia di semplici militanti di sinistra vennero incarcerati per un anno o più, sulla base di semplici supposizioni indiziarie. In molti casi, infatti, l'accusa si basava su dichiarazioni infondate di qualche pentito, che accusavano il tale o il tal altro di essere stato presente in un dato locale nel giorno in cui erano presenti anche dei brigatisti o di essere amico di qualche soggetto condannato per atti di terrorismo. L'effetto complessivo di questa ondata di arresti ingiustificati fu quello di diffondere il terrore all'interno degli ambienti della sinistra extraparlamentare e di spingere molti militanti a "rifluire" verso la sfera privata, cioè ad abbandonare la militanza politica.
Pietro Calogero sintetizzò la sua azione con un riferimento alla famosa frase di Mao secondo la quale i combattenti comunisti devono muoversi come pesci nelle risaie: visto che non si riesce a prendere il pesce, bisogna prosciugare il mare ... Cioè visto che i gruppi terroristici riuscivano a trovare connivenze, complicità e nuovi adepti negli ambienti dell'Autonomia Operaia, l'unica soluzione era svuotare il mare, cioè procedere ad arresti di massa per intimidire i militanti e convincerli a dedicarsi ad altro.
L'azione giudiziaria, unita alla diffusione dell'eroina che proprio in quegli anni dilagava nei quartieri popolari e non solo, ebbe l'effetto desiderato: stroncò ogni forma di aggregazione popolare che potesse dar luogo a iniziative politiche di sinistra e spianò la strada, negli anni ottanta, all'ascesa politica di Bettino Craxi e del gruppo dirigente del Partito Socialista.
L'articolo di Amendola apparso su Rinascita, pertanto, è da intendere come una svolta del gruppo dirigente del Pci verso destra. Non a caso Amendola aveva sempre inseguito l'alleanza con il Partito Socialista: la dimostrazione di ciò è che l'anno successivo la Fiat procedette ad una massiccia ristrutturazione aziendale che comportò il licenziamento di migliaia di operai e in particolare dei soggetti più attivi sul piano politico e sindacale.
Perché ho ricordato questi avvenimenti? Perché l'impressione è che negli ultimi anni abbiamo vissuto una piccola rivoluzione attraverso il web, nel senso che per la prima volta nella storia di questo paese è stata offerta a tanti comuni cittadini come me ed altri la possibilità di esprimere liberamente la propria opinione attraverso i blog, senza filtri burocratici e senza guadagnarci nulla, almeno per quanto riguarda il sottoscritto, ma disponendo della più ampia e completa libertà di espressione. Io ho vissuto questo periodo con grande entusiasmo, consapevole che prima o poi qualcuno avrebbe chiuso il rubinetto aperto con così munifica generosità, probabilmente per creare un clima favorevole a ridiscutere gli equilibri politici esistenti.
L'Italia, come è noto, è un paese che non è mai pienamente uscito dal Medioevo, perché non ha mai avuto luogo in questa nazione una riforma religiosa o una rivoluzione politica che ponessero su basi autenticamente moderne il rapporto tra cittadino e Stato. In Italia solo chi è vicino al potere può prendersi il diritto di criticare, contestare, insultare, deridere, denigrare o litigare fino allo sfinimento, purché rimanga all'interno del recinto creato dalle classi dirigenti. Agli altri, a noi comuni cittadini, viene lasciata solo la prerogativa di applaudire, ridere quando c'è da ridere e svenarci pagando tasse e bollette. Non so quanto tempo ci vorrà per ridurre al silenzio la schiera di coloro, come il sottoscritto, che ormai hanno preso gusto ad esprimere ciò che pensano su un blog o su qualche social network. Temo che le sberle non saranno sufficienti e allora arriveranno le martellate, e chissà che cos'altro. Fino a quando non spunterà un nuovo Calogero disposto a barattare i propri principi morali con qualche scatto di carriera. E allora il paese tornerà finalmente alla normalità.
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domenica 5 maggio 2013
Mala tempora currunt sed peiora parantur
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domenica 6 maggio 2012
Avere vent'anni - Storia di un collettivo studentesco
Resoconto a più mani, a tratti spumeggiante e a tratti malinconico, di un periodo storico che mi sta particolarmente a cuore. Enrico Franceschini è un giornalista di Repubblica che nel 1977 frequentava la facoltà di Giurisprudenza, a Bologna. In quegli anni di grande fermento politico, la vita universitaria è particolarmente movimentata e alcuni studenti di Legge decidono di dare vita ad un collettivo studentesco con l'obiettivo di promuovere un approccio diverso allo studio del sapere accademico. In realtà si studia poco, e più che altro in gruppo, e ci si diverte molto: tra occupazioni, amori, partite a tressette, spaghettate notturne, discussioni interminabili seduti sugli scalini della cattedrale di San Petronio, manifestazioni, slogan, spinelli, vacanze alternative e grandi raduni, il tempo dell'università trascorre in fretta e diventa una grandiosa occasione di maturazione collettiva, finalmente liberi dai confini angusti dei luoghi di provenienza, che per alcuni significa una realtà contadina ancora immersa nella ripetitività della sussistenza economica e per altri un clima familiare magari più moderno, ma ancorato a schemi di comportamento ormai logori e invecchiati.
Per tutti quanti, l'impatto con Bologna ha il sapore della scoperta di infiniti mondi dei quali non si sospettava neppure l'esistenza: ragazzi e ragazze provenienti da ogni parte d'Italia si rendono conto all'improvviso di non essere così distanti tra loro, di nutrire gli stessi sogni e le stesse preoccupazioni. Per i protagonisti di questo libro collettivo l'esperienza universitaria rappresenta una svolta a livello esistenziale, la realizzazione concreta di un vissuto quotidiano che è prima di tutto rivoluzione dei rapporti inter-personali, felicità di esistere e di partecipare ai cambiamenti esprimendo una carica di ironia trasgressiva e liberatoria.
La Bologna di allora mal digerì le manifestazioni contestatarie di quel Movimento, dalle auto riduzioni nei cinema e nei ristoranti fino alle barricate in piazza contro i blindati della Polizia, e nel breve volgere di qualche mese gli studenti, protagonisti dell'assalto al cielo, si trovarono sbattuti a terra, stretti nella morsa della repressione militar-poliziesca e delle lusinghe degli spacciatori che all'improvviso fecero la loro lugubre comparsa a Piazza Verdi e dintorni. I quaranta che hanno accettato di partecipare alla redazione del libro sono tra coloro che hanno avuto la forza, il coraggio o la fortuna di non lasciarsi tentare né dal sogno folle del "grande salto" verso la lotta armata, né di sprofondare nel circolo autodistruttivo del consumo di eroina, riuscendo a inserirsi, spesso brillantemente, nel mondo del lavoro ( trent'anni fa la laurea contava ancora qualcosa ), pur con il loro bagaglio di nostalgia e amarezza per essere stati privati di una stagione tanto breve e felice.
Le brevi note autobiografiche raccolte da Franceschini, tutte diverse tra loro anche se incentrate sugli stessi temi, l'amore e la felicità, testimoniano di un universo umano che, pur avendo vissuto la disillusione e la fine degli ideali giovanili, è stato comunque in grado di costruirsi un'esistenza serena e ricca di soddisfazioni, sia sul piano personale che su quello professionale. L'unico appunto che si può muovere a coloro che hanno accettato di raccontarsi è l'eccesso autocritico che in taluni casi sfiora l'autoflagellazione: è vero che il comunismo è finito come è finito, ma alcune conquiste di civiltà di cui ancora oggi andiamo fieri, come la legge 194 sull'interruzione di gravidanza, sono frutto delle lotte e dell'impegno di quella generazione, il cui slancio, come testimonia il resoconto più lungo e più amaro della raccolta, è stato stroncato precocemente dal furore di certi magistrati che, nel loro accanimento repressivo, non hanno fatto nulla per distinguere le mele marce da quelle sane.
Il libro merita di essere letto perché fornisce uno sguardo "diverso" su quegli anni: innanzitutto per la cultura giuridica di cui sono permeati i quaranta narratori, che deve aver contribuito notevolmente a temperare gli eccessi ideologici di cui gli anni settanta sono stati pieni; poi per lo spiccato buonsenso che, anche nel clima di radicalismo politico, li ha tenuti lontani dalla violenza e, in seguito, sembra avere guidato le loro scelte di vita.
Per tutti quanti, l'impatto con Bologna ha il sapore della scoperta di infiniti mondi dei quali non si sospettava neppure l'esistenza: ragazzi e ragazze provenienti da ogni parte d'Italia si rendono conto all'improvviso di non essere così distanti tra loro, di nutrire gli stessi sogni e le stesse preoccupazioni. Per i protagonisti di questo libro collettivo l'esperienza universitaria rappresenta una svolta a livello esistenziale, la realizzazione concreta di un vissuto quotidiano che è prima di tutto rivoluzione dei rapporti inter-personali, felicità di esistere e di partecipare ai cambiamenti esprimendo una carica di ironia trasgressiva e liberatoria.
La Bologna di allora mal digerì le manifestazioni contestatarie di quel Movimento, dalle auto riduzioni nei cinema e nei ristoranti fino alle barricate in piazza contro i blindati della Polizia, e nel breve volgere di qualche mese gli studenti, protagonisti dell'assalto al cielo, si trovarono sbattuti a terra, stretti nella morsa della repressione militar-poliziesca e delle lusinghe degli spacciatori che all'improvviso fecero la loro lugubre comparsa a Piazza Verdi e dintorni. I quaranta che hanno accettato di partecipare alla redazione del libro sono tra coloro che hanno avuto la forza, il coraggio o la fortuna di non lasciarsi tentare né dal sogno folle del "grande salto" verso la lotta armata, né di sprofondare nel circolo autodistruttivo del consumo di eroina, riuscendo a inserirsi, spesso brillantemente, nel mondo del lavoro ( trent'anni fa la laurea contava ancora qualcosa ), pur con il loro bagaglio di nostalgia e amarezza per essere stati privati di una stagione tanto breve e felice.
Le brevi note autobiografiche raccolte da Franceschini, tutte diverse tra loro anche se incentrate sugli stessi temi, l'amore e la felicità, testimoniano di un universo umano che, pur avendo vissuto la disillusione e la fine degli ideali giovanili, è stato comunque in grado di costruirsi un'esistenza serena e ricca di soddisfazioni, sia sul piano personale che su quello professionale. L'unico appunto che si può muovere a coloro che hanno accettato di raccontarsi è l'eccesso autocritico che in taluni casi sfiora l'autoflagellazione: è vero che il comunismo è finito come è finito, ma alcune conquiste di civiltà di cui ancora oggi andiamo fieri, come la legge 194 sull'interruzione di gravidanza, sono frutto delle lotte e dell'impegno di quella generazione, il cui slancio, come testimonia il resoconto più lungo e più amaro della raccolta, è stato stroncato precocemente dal furore di certi magistrati che, nel loro accanimento repressivo, non hanno fatto nulla per distinguere le mele marce da quelle sane.
Il libro merita di essere letto perché fornisce uno sguardo "diverso" su quegli anni: innanzitutto per la cultura giuridica di cui sono permeati i quaranta narratori, che deve aver contribuito notevolmente a temperare gli eccessi ideologici di cui gli anni settanta sono stati pieni; poi per lo spiccato buonsenso che, anche nel clima di radicalismo politico, li ha tenuti lontani dalla violenza e, in seguito, sembra avere guidato le loro scelte di vita.
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