venerdì 1 giugno 2012

Cadaveri reali o virtuali?

I metalmeccanici tedeschi hanno appena raggiunto un accordo con la loro controparte che prevede aumenti salariali del 4,3% per tutti i lavoratori del settore, operai, impiegati o apprendisti che siano. L'accordo prevede anche che gli apprendisti, una volta terminato l'apprendistato, abbiano la garanzia di un contratto a tempo indeterminato. Inoltre il consiglio di fabbrica può proibire l'utilizzo, da parte dell'imprenditore, del lavoro interinale, se c'è il sospetto che questo conduca a un abbassamento salariale o a un peggioramento delle condizioni lavorative oppure ancora alla perdita di posti di lavoro nell'azienda stessa. Inoltre, sempre in conseguenza dell'accordo, i lavoratori interinali che verranno impiegati in un'azienda metalmeccanica o elettrica riceveranno un supplemento salariale rispetto ai loro colleghi assunti a tempo indeterminato, per bilanciare lo svantaggio.
In Francia una delle prime misure adottate dal nuovo primo ministro Ayrault è stato mettere in pratica ciò che Hollande aveva promesso in campagna elettorale e cioè ripristinare la possibilità di andare in pensione a 60 anni per coloro che hanno iniziato a lavorare a 18 anni e hanno maturato 40-41 anni di contributi. Un provvedimento che riguarda circa 150.000 persone e che non ha nulla di demagogico perché coloro che hanno iniziato a lavorare subito dopo la maturità ( in Italia spesso si inizia anche prima ) e hanno raggiunto la soglia dei 60 anni dopo avere versato contributi per 40, hanno tutto il diritto di ritirarsi a godere i frutti delle proprie fatiche.
In Italia, al contrario, il Senato ha appena approvato una versione della riforma del mercato del lavoro addirittura peggiore rispetto a quella originaria presentata dal ministro Fornero, che già era pessima. Il testo, approvato con il voto di fiducia, rende ancora più facile per le aziende licenziare, toglie ogni garanzia di assunzione a tempo indeterminato ai lavoratori precari e indebolisce fortemente gli ammortizzatori sociali, compresa la cassa integrazione. E per quanto riguarda i lavoratori interinali c'è pure la beffa, perché questi possono essere si stabilizzati dopo 36 mesi di lavoro, ma in tal caso il contratto a tempo indeterminato sarà con l'agenzia interinale e non con l'azienda nella quale lavorano.
Tutto ciò in un paese nel quale gli imprenditori possono umiliare i propri dipendenti costringendoli a tornare al lavoro immediatamente dopo una devastante scossa di terremoto, con le conseguenze che tutti sappiamo, spalleggiati da assessori-rettori i quali, non si sa perché, continuano a definirsi di sinistra mentre inneggiano al primato della produzione ad ogni costo, compreso quello di lasciare dei cadaveri sotto le macerie di capannoni costruiti a "regola d'arte".

venerdì 25 maggio 2012

Simmetria infranta

Dopo tre mesi di accanite discussioni con l'editore per dirimere appassionanti questioni attorno al numero di volte che la parola "cazzo" può essere usata in un romanzo poliziesco, ho deciso che non era più il caso di continuare e, non avendo firmato alcun contratto che mi vincolava alla pubblicazione, ho deciso di cercare un altro editore disposto a dare alle stampe il mio secondo romanzo, Simmetria Mortale. Ammesso che ci riesca perché la materia trattata, quella dei politici corrotti, è particolarmente spinosa e temo che sia alla base delle mille ritrosie e impedimenti che hanno definitivamente arenato la pubblicazione del libro.
Per adesso, quindi, sto cercando un altro editore. Se non riuscirò a trovarlo potrò comunque ricorrere ai siti web che offrono di pubblicare a pagamento qualsiasi tipo di testo, letterario e non; oppure potrei metterlo direttamente online, sulle pagine del mio blog, due o tre capitoli alla settimana, a puntate, come avveniva nell'ottocento con il feuilleton.
Nel frattempo mi sono messo a scrivere una sceneggiatura su un soggetto originale di tipo storico, ambientato nell'entroterra della riviera romagnola durante la Seconda Guerra Mondiale. Ne ho già completati due terzi e mi sto divertendo parecchio, quindi penso di arrivare presto alla conclusione. Non si tratta di un thriller questa volta, ma di una specie di saga familiare che ha luogo in un villaggio messo a soqquadro dall'attraversamento del fronte. La materia prima in questo caso è costituita dai ricordi dei miei parenti e in particolare di mio padre il quale, fin da quando ero bambino, ha sempre terminato i pranzi domenicali raccontando le memorie d'infanzia, che per lui hanno coinciso con il passaggio del fronte. A furia di ascoltarlo mi è venuto in mente che tutti quei ricordi potevano comporre una storia e mi sono messo a scriverla, però a lui ancora non ho detto nulla.

sabato 12 maggio 2012

Déjà vu

Coloro che speravano che la parabola discendente imboccata dalla Lega potesse aprire una nuova stagione della politica italiana hanno dovuto subito ricredersi: il vuoto creato dal gregge padano ormai sbandato e disperso è stato immediatamente occupato da un nuovo soggetto che, per quanto simpatico e spumeggiante, di politica da l'impressione di capirne meno del Trota.
Beppe Grillo non può nemmeno definirsi un demagogo perché la demagogia, cioè l'arte di illudere la gente utilizzando argomenti affascinanti ma irrealizzabili e fasulli, richiede comunque la conoscenza degli strumenti classici della retorica e della dialettica politica. Umberto Bossi lo è certamente un demagogo, poiché ha saputo allettare per quasi vent'anni i suoi elettori facendo leva sulle loro ansie, le loro insicurezze e le loro ambizioni, proponendo ricette magiche che di certo non ne hanno risolto i problemi ma che, in compenso, hanno fatto prosperare tutti i componenti del suo entourage, familiari e non.
In Beppe Grillo di tutto ciò non si scorge neanche l'ombra: si vede chiaramente che è una brava persona, anche se in passato ha avuto qualche grana giudiziaria, che è animato da un sincero disgusto verso lo stato attuale, davvero miserabile, in cui versa la politica italiana e che, come tanti, auspica una radicale opera di pulizia verso quel recinto chiuso dominato dalle ambizioni e dalle rivalità che è ormai divenuto il nostro parlamento.
A parte questi sentimenti, più che condivisibili, Grillo non ha saputo mettere in campo nessuna idea concreta per riformare il cadavere in putrefazione della politica italiana. La sua verve brillante e spiritata lo aiuta a strappare applausi ogni volta che appare in pubblico, ma il diktat emanato dopo il felice risultato di domenica scorsa ai rappresentanti del suo movimento di non accettare inviti ai dibattiti televisivi lascia trapelare il timore che questi ultimi facciano emergere il vuoto propositivo che regna tra gli adepti del comico genovese.
L'unica cosa che abbiamo capito chiaramente è che Grillo è un grande sostenitore delle energie rinnovabili e che vorrebbe coprire i tetti delle abitazioni e degli edifici di questo paese con centinaia di migliaia di pannelli solari, sia per abbassare la bolletta energetica nazionale sia per consentire ai proprietari degli immobili di guadagnare qualche soldino vendendo l'energia così prodotta. Nobile intendimento, sicuramente, ma che andrebbe articolato ed esposto in maniera più concreta e che comunque da solo non basta a formare un programma di un partito politico, né di opposizione né di governo. Invece fino ad ora abbiamo sentito solo gag.

domenica 6 maggio 2012

Avere vent'anni - Storia di un collettivo studentesco

Resoconto a più mani, a tratti spumeggiante e a tratti malinconico, di un periodo storico che mi sta particolarmente a cuore. Enrico Franceschini è un giornalista di Repubblica che nel 1977 frequentava la facoltà di Giurisprudenza, a Bologna. In quegli anni di grande fermento politico, la vita universitaria è particolarmente movimentata e alcuni studenti di Legge decidono di dare vita ad un collettivo studentesco con l'obiettivo di promuovere un approccio diverso allo studio del sapere accademico. In realtà si studia poco, e più che altro in gruppo, e ci si diverte molto: tra occupazioni, amori, partite a tressette, spaghettate notturne, discussioni interminabili seduti sugli scalini della cattedrale di San Petronio, manifestazioni, slogan, spinelli, vacanze alternative e grandi raduni, il tempo dell'università trascorre in fretta e diventa una grandiosa occasione di maturazione collettiva, finalmente liberi dai confini angusti dei luoghi di provenienza, che per alcuni significa una realtà contadina ancora immersa nella ripetitività della sussistenza economica e per altri un clima familiare magari più moderno, ma ancorato a schemi di comportamento ormai logori e invecchiati.
Per tutti quanti, l'impatto con Bologna ha il sapore della scoperta di infiniti mondi dei quali non si sospettava neppure l'esistenza: ragazzi e ragazze provenienti da ogni parte d'Italia si rendono conto all'improvviso di non essere così distanti tra loro, di nutrire gli stessi sogni e le stesse preoccupazioni. Per i protagonisti di questo libro collettivo l'esperienza universitaria rappresenta una svolta a livello esistenziale, la realizzazione concreta di un vissuto quotidiano che è prima di tutto rivoluzione dei rapporti inter-personali, felicità di esistere e di partecipare ai cambiamenti esprimendo una carica di ironia trasgressiva e liberatoria.
La Bologna di allora mal digerì le manifestazioni contestatarie di quel Movimento, dalle auto riduzioni nei cinema e nei ristoranti fino alle barricate in piazza contro i blindati della Polizia, e nel breve volgere di qualche mese gli studenti, protagonisti dell'assalto al cielo, si trovarono sbattuti a terra, stretti nella morsa della repressione militar-poliziesca e delle lusinghe degli spacciatori che all'improvviso fecero la loro lugubre comparsa a Piazza Verdi e dintorni. I quaranta che hanno accettato di partecipare alla redazione del libro sono tra coloro che hanno avuto la forza, il coraggio o la fortuna di non lasciarsi tentare né dal sogno folle del "grande salto" verso la lotta armata, né di sprofondare nel circolo autodistruttivo del consumo di eroina, riuscendo a inserirsi, spesso brillantemente, nel mondo del lavoro ( trent'anni fa la laurea contava ancora qualcosa ), pur con il loro bagaglio di nostalgia e amarezza per essere stati privati di una stagione tanto breve e felice.
Le brevi note autobiografiche raccolte da Franceschini, tutte diverse tra loro anche se incentrate sugli stessi temi, l'amore e la felicità, testimoniano di un universo umano che, pur avendo vissuto la disillusione e la fine degli ideali giovanili, è stato comunque in grado di costruirsi un'esistenza serena e ricca di soddisfazioni, sia sul piano personale che su quello professionale. L'unico appunto che si può muovere a coloro che hanno accettato di raccontarsi è l'eccesso autocritico che in taluni casi sfiora l'autoflagellazione: è vero che il comunismo è finito come è finito, ma alcune conquiste di civiltà di cui ancora oggi andiamo fieri, come la legge 194 sull'interruzione di gravidanza, sono frutto delle lotte e dell'impegno di quella generazione, il cui slancio, come testimonia il resoconto più lungo e più amaro della raccolta, è stato stroncato precocemente dal furore di certi magistrati che, nel loro accanimento repressivo, non hanno fatto nulla per distinguere le mele marce da quelle sane.
Il libro merita di essere letto perché fornisce uno sguardo "diverso" su quegli anni: innanzitutto per la cultura giuridica di cui sono permeati i quaranta narratori, che deve aver contribuito notevolmente a temperare gli eccessi ideologici di cui gli anni settanta sono stati pieni; poi per lo spiccato buonsenso che, anche nel clima di radicalismo politico, li ha tenuti lontani dalla violenza e, in seguito, sembra avere guidato le loro scelte di vita.

venerdì 27 aprile 2012

Diaz

Un film ad alta tensione che ricostruisce il pestaggio avvenuto alla scuola Diaz durante le manifestazioni organizzate in occasione del G8 a Genova, nel luglio 2001. La notte del 21 luglio, dopo la morte di Carlo Giuliani, un centinaio di persone si ritrovano nel dormitorio improvvisato nel complesso scolastico Diaz-Pascoli. La Polizia decide di fare irruzione nel complesso, ufficialmente per arrestare alcuni black-block responsabili delle violenze avvenute durante il giorno, in realtà per eseguire un pestaggio in piena regola. Le immagini che mostrano i poliziotti in tenuta antisommossa avventarsi contro gli occupanti inermi che tengono le mani alzate in segno di resa è una delle scene più agghiaccianti che si siano viste al cinema negli ultimi anni. Nonostante alcune esagerazioni propagandistiche ( "la più grave sospensione dei diritti democratici in un paese occidentale dopo la seconda guerra mondiale" ), il film colpisce nel segno e tiene avvinghiato lo spettatore al vortice di tensione generato dagli scontri di piazza e culminante nell'esplosione di violenza alla scuola Diaz prima e alla caserma di Bolzaneto, in seguito.
L'unico rilievo che si può fare a Daniele Vicari riguarda l'espediente di ricostruire l'intera vicenda attraverso gli occhi di più protagonisti che la notte del 21 luglio si ritrovano a condividere lo stesso fatale destino nella scuola, tra i quali spicca un poliziotto integerrimo che non accetta di farsi coinvolgere nel clima di abusi: a volte si ha l'impressione che il regista perda il controllo del meccanismo da lui creato e non riesca a padroneggiarlo con adeguata maestria, cosi che la trama sembra precipitare nel caos.
Per il resto però il film è senz'altro da vedere. Qualcuno ha accusato Vicari di essersi fermato alla rappresentazione delle violenze senza cercare di delineare le responsabilità politiche, con particolare riferimento alla figura di Gianfranco Fini, all'epoca vicepresidente del consiglio e probabile regista ( per quanto riguarda l'Italia ) di tutta  l'operazione. Resta il fatto che, sottotraccia, il film spiega veramente tanto. Un'inquadratura in particolare colpisce nel segno: una ragazza seduta alla scrivania nell'ufficio del Genova Social Forum, sta cercando disperatamente di mettersi in contatto telefonicamente con gli altri militanti per comprendere cosa sta accadendo. Alle sue spalle campeggia un grande manifesto bianco con una scritta in rosso: "The debt!", riferito ovviamente al problema della cancellazione del debito dei paesi del Terzo Mondo. Ovviamente.

venerdì 20 aprile 2012

Anteprima del nuovo romanzo


Visto che la pubblicazione del nuovo romanzo va per le lunghe, ne approfitto per pubblicare in anteprima il primo capitolo. Buona lettura!

sabato 14 aprile 2012

La caccia \4

Ruanda e Jugoslavia facevano parte del Movimento dei Paesi Non Allineati, fondato nel 1961 a Belgrado, anche se già nel 1955 alla Conferenza di Bandung, in Indonesia, i leader politici di Jugoslavia, India, Egitto, Ghana e Indonesia avevano annunciato al mondo l'intenzione di costituire un'alleanza di paesi intenzionati a non schierarsi con nessuno dei due blocchi della Guerra Fredda. Lo scopo dell'alleanza era di garantire ai paesi costituenti "l'indipendenza nazionale, la sovranità, l'integrità territoriale e la sicurezza". In altre parole, di preservarne l'autonomia appena ottenuta dopo la fine dei grandi imperi coloniali, con particolare riferimento alla questione cruciale del controllo e della gestione delle materie prime presenti nel loro sottosuolo.
La guida politica dell'alleanza era un paese montagnoso e chiuso, dotato di grande prestigio internazionale grazie all'epica lotta di liberazione condotta dal suo popolo contro il nazifascismo, ma completamente privo di risorse naturali di un qualche valore: la Jugoslavia. L'abilità diplomatica di Tito, benedetta dal Partito Laburista britannico e dall'intera sinistra europea, aveva saputo coalizzare all'interno dell'Assemblea delle Nazioni Unite gran parte dei paesi in via di sviluppo, creando una sorta di contro-potere rispetto alle organizzazioni internazionali come il Fondo Monetario o il WTO.
Tito morì il 4 maggio 1980, tre giorni prima del suo 88° compleanno, nel momento in cui una parte del mondo industrialmente sviluppato aveva già deciso di sbarazzarsi dell'enorme serie di vincoli che l'antifascismo mondiale, nel corso della Guerra Fredda, aveva posto al "libero dispiegarsi delle forze produttive". I suoi funerali furono i più partecipati della storia: erano presenti 4 re, 31 presidenti, 6 principi, 22 primi ministri e 47 ministri degli esteri, provenienti da 128 paesi. Solo 12 anni dopo, quando la Jugoslavia precipiterà nella sanguinosa guerra civile, tutte queste personalità si terranno ben alla larga dai luoghi del conflitto, con l'eccezione di qualcuno, come il presidente francese Mitterand, che, sotto la pressione dei militanti del Centro André Malraux, rimasti a Sarajevo per tutta la durata dell'assedio, si recherà per qualche ora nella città assediata per fare un po' di passerella.
Il resto dell'elite del potere mondiale ha già deciso che le limitazioni al commercio internazionale e alla libera circolazione dei capitali devono saltare, e con esse debba saltare anche la Jugoslavia che nel 1992, allo scoppio della guerra, verrà immediatamente esclusa dal Movimento dei Paesi Non-Allineati, pur essendone uno dei fondatori. L'Armata Federale Jugoslava, che i cittadini della Jugoslavia credevano essere a loro protezione, si rivelerà solo un fantoccio nelle mani dei generali dell'Armata Rossa, alcuni dei quali, secondo il giornalista e scrittore Paolo Rumiz, in quei giorni siedono direttamente sulle poltrone di comando della Nato a Bruxelles per dirigere le operazioni di sterminio, in particolare nella Bosnia, la regione simbolo della politica di Tito, il tramite tra Occidente e Islam, tra Europa, Asia e Africa.
E' una grande festa crudele. Tutto il mondo ( le classi dirigenti, per lo meno ) assistono al massacro in corso nei Balcani senza fare nulla per fermarlo, aspettando solo il momento buono per scatenare la follia distruttiva che farà a pezzi il Ruanda, il vero obiettivo di tutta l'operazione. Lo stato cuscinetto, nato dalla decolonizzazione, nel corso della sua breve esistenza ha protetto le immense risorse minerarie del Congo Orientale dalla rapacità delle multinazionali.  Dopo la guerra civile e il genocidio, numerose bande armate sconfineranno per schiavizzare la popolazione locale e costringerla a lavorare nelle miniere, al fine di estrarre artigianalmente i preziosi minerali che, contrabbandati attraverso il Ruanda ormai pacificato, giungono fino ai porti della Tanzania, con destinazione ( probabilmente ) Sud - Est Asiatico, in particolare la Thailandia, dove, nel giro di qualche anno, una tempesta finanziaria provocata ad arte dal Fondo Monetario e dalla Banca Mondiale farà a pezzi il pre-esistente tessuto economico industriale, basato in larga misura sull'industria meccanica, e favorirà l'ascesa di una classe dirigente corrotta e bendisposta verso i grandi interessi esterni.
Se volete saperne di più, non dovete fare altro che seguire questo link e accedere alla relativa pagina di wikipedia sull'argomento: se non conoscete l'inglese potete aiutarvi con il traduttore di google. Sfortunatamente le pagine in italiano di wikipedia contengono meno di un terzo delle informazioni contenute in quelle di lingua inglese e alcune non vengono neppure tradotte: quella riguardante i pasticci del Comitato sull'Etica del Fondo Petrolifero Norvegese, per esempio, è disponibile in tutte le principali lingue del mondo tranne che in italiano.
Infine, se proprio ci tenete a togliervi tutti i dubbi e le curiosità riguardanti il genocidio nella ex-Jugoslavia, provate a rispondere alla seguente domanda: che cosa produceva la fabbrica di Srebrenica ( oggi ovviamente smantellata ) nella quale, nel luglio 1995, furono rinchiusi gli oltre 8.000 civili in attesa dell'esecuzione?
( fine )