Sulla (ri)elezione di Giorgio Napolitano è stato detto e scritto di tutto, dopo che nei giorni precedenti si è letteralmente visto di tutto, in Parlamento e fuori, quindi è arduo aggiungere qualcosa di non banale. Tra le analisi proposte per spiegare l'esito delle consultazioni due sono quelle che, a mio avviso, si avvicinano maggiormente alla verità. Divergenti, ma non necessariamente opposte:
a) l'incapacità dei dirigenti del Partito Democratico ha gettato il parlamento in un tale stato di prostrazione e caos che, pur di cavarsene in fretta con il minor danno possibile, la maggioranza dei nostri deputati è stata disposta a votare il primo candidato che fosse in grado di sbrogliare la matassa, purché non odorasse di sinistra. E il caso (?) ha voluto che il primo a offrirsi sia stato il Presidente ancora in carica, il quale pochi giorni prima aveva giurato che non si sarebbe mai ricandidato.
b) tutto il caos e lo sfacelo al quale abbiamo assistito noi cittadini, in uno stato di impotenza reso ancora più frustrante dall'umiliazione di non contare nulla, è stato in realtà voluto da qualcuno che, spinto da un cinismo estremo, da una disperazione estrema, o da entrambi, ha manovrato dentro e fuori il Pd per creare lo sconquasso più totale e mettere i dirigenti, in particolare Bersani, con le spalle al muro. Cioè: o votate la rielezione di Giorgio Napolitano o non ne uscirete vivi.
Da notare che, se questo secondo caso si rivelasse vero, la perfidia sarebbe veramente smisurata perché si tratterebbe di una manovra a tenaglia messa in atto per inchiodare le istituzioni repubblicane alla croce degli equilibri politici degli ultimi vent'anni, spingendosi fino al punto di fare a pezzi il Pd e con in più il "contentino", offerto alla sinistra, della cocente umiliazione di due ex democristiani di lungo corso quali Romano Prodi e Franco Marini. Molti ricorderanno, infatti, che fu un ministro del primo governo Prodi, Tiziano Treu, a introdurre nella legislazione italiana del lavoro la precarietà dei contratti a termine.
Altri hanno ricordato che, nel giugno del 1992, poco dopo la strage di Capaci, ebbe luogo un'analoga competizione per aggiudicarsi la presidenza della Camera dei Deputati, proprio tra Giorgio Napolitano e Stefano Rodotà: in quell'occasione, a spuntarla fu sempre Napolitano, che riuscì a battere il suo rivale grazie ai voti dei cattolici (la destra non era ancora stata sdoganata).
Vent'anni dopo quell'elezione qualcuno, all'interno del Pd, ha temuto che l'elezione di Rodotà a Presidente della Repubblica avrebbe rimesso fatalmente in discussione gli equilibri istituzionali del passato ventennio e ha pensato che fosse meglio fare il possibile, e l'impossibile, per far girare ancora una volta la ruota nel verso desiderato, sfruttando l'incapacità e la vigliaccheria di buona parte del gruppo dirigente del Pd.
A mio parere, quindi, la verità sta in mezzo alle due ipotesi sopra prospettate.
Il colpevole, come in ogni giallo che si rispetti, sembra essere il personaggio fornito di un alibi a prova di bomba. Quello che in teoria non avrebbe mai potuto commettere il delitto perché troppo lontano dalla scena del crimine. Non è difficile da individuare. Berlusconi lo ha accolto a braccia aperte al rientro dalla Cina.
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sabato 27 aprile 2013
Equilibri(smi) istituzionali
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martedì 2 aprile 2013
Stuprata due volte: il caso di A.M.
A.M. è carina, cura molto il suo aspetto e quel giorno indossa una minigonna che la rende ancora più attraente, un particolare che verrà spesso riproposto da tutti coloro che, in seguito, tenteranno di far passare lei, cioè la vittima, per una poco di buono e una "provocatrice".
Nel corso della festa un ragazzo appena conosciuto le chiede di accompagnarlo fuori per fumare una sigaretta, un pretesto grazie al quale invece la trascina in una pineta dove lo aspettano sette amici, suoi coetanei che violentano a turno la ragazzina per tre ore. A.M. è di Tarquinia, ma frequenta il liceo socio-pedagogico di Viterbo. Dopo pochi giorni scoppia a piangere in classe, durante la lezione. I professori la accompagnano dal Preside dell'istituto al quale lei confessa la violenza subita. In seguito ribadisce il racconto dell'accaduto alla polizia di Viterbo e infine alla madre, di nome Agata, alla quale aveva taciuto tutto per timore di darle un dispiacere.
La sua migliore amica conferma che, quella sera, alla festa, non avendo più visto A.M. per oltre due ore si era preoccupata e l'aveva cercata all'esterno del locale, dove aveva riconosciuto gli otto ragazzi che si allontanavano in gruppo dalla pineta. Ma la stessa amica, in seguito, ritratterà la dichiarazione e le volterà le spalle, arrivando a far finta di non conoscerla quando la incontra per strada.
La notizia dell'accaduto, infatti, ha scatenato il finimondo, ma non nel senso che uno si aspetterebbe. Tutto il paese di Montalto di Castro si schiera con i ragazzi mentre sulla vittima fioriscono solo illazioni e aneddoti da caserma: "colpa sua", "lei di certo non è seria", "ma se l'aveva già fatto con altri quattro..." etc... Vittorio Bricca, pensionato settantenne seduto placidamente su una panchina nella piazza principale del paese dichiara: "Avessi avuto diciassette anni, mi sarei messo in fila e anch’io sarei andato con quella". Le mamme degli stupratori si schierano dalla parte dei loro figli, dalle loro bocche non esce neppure una parola di commiserazione per A.M. che nel frattempo, schiacciata dal dolore e dalla vergogna, si chiude in casa e sprofonda nella depressione. Quando esce non si trucca e non indossa più minigonne, ma soltanto jeans e maglie castigate anche perché sa che i ragazzi la accusano di averli provocati. Abbandona la scuola, dimagrisce e passa il tempo leggendo romanzi Harmony "perché hanno un lieto fine".
Gli otto ragazzotti invece ricevono attestati di solidarietà a non finire: "No davvero, avranno pure sbagliato ma mica si possono rovinare la vita... una sera j’è capitata ’sta cosa...". Il sindaco di Montalto di Castro, Salvatore Carai, Ds all'epoca dei fatti e ora nel Partito Democratico, convince la giunta comunale a stanziare 40.000 euro in favore degli otto ragazzi per aiutarli a sostenere le spese legali. La cifra poi si riduce a 20.000 perché quattro degli otto rifiutano il sostegno economico del comune: si tratta comunque di soldi pubblici, dei contribuenti, il cui utilizzo è inquinato dal sospetto che il sindaco sia lo zio di uno degli aggressori, la cui madre di cognome fa, per l'appunto, Carai.
Ai ragazzi viene offerto di tutto, lavoro, solidarietà e sostegno economico, alla vittima nulla: il sindaco arriva a dichiarare in pubblico che "solo i romeni possono stuprare" e siccome i ragazzi sono italiani, sono innocenti per forza. La vicenda poco alla volta assume rilevanza nazionale e i vertici dei Ds si sentono finalmente in dovere di intervenire: Piero Fassino invita Salvatore Carai a non candidarsi al congresso fondativo del nuovo partito, ma lui non molla e resta al suo posto, forte del sostegno dei suoi concittadini, ed oggi, finito il mandato da sindaco, siede fieramente nel consiglio provinciale, nel gruppo del Partito Democratico. In difesa di A.M. si muovono anche le donne del partito, principalmente Anna Finocchiaro, che viene subito bollata da Carai come "talebana del c.".
L'Udi (Unione Donne Italiane) chiede le dimissioni del sindaco e alcune donne del Pd di Lecco, nel novembre del 2010, inviano una lettera a Pierluigi Bersani chiedendogli di espellere Carai dal partito.
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| Salvatore Carai, ex sindaco Pd di Montalto di Castro |
Nel novembre del 2009 arriva l'ennesima mazzata: il tribunale dei minori di Roma sospende il processo ai violentatori per affidarli in custodia ai servizi sociali del comune di Montalto di Castro. Un periodo di 24 mesi al termine del quale, se non ci saranno rilievi negativi da parte delle assistenti sociali del comune, il reato potrà considerarsi estinto e i ragazzi ufficialmente riabilitati. L'unica soddisfazione riservata ad A.M. è che gli otto ragazzi, per poter ottenere l'affido, hanno dovuto confessare il reato: pertanto è stato messo a verbale che il rapporto avuto con la ragazza quindicenne nella pineta non è stato consenziente, contrariamente a quanto loro avevano voluto far credere, con l'appoggio dei loro compaesani.
Però l'amarezza è grande:“Vogliono continuare a rovinarmi la vita? Io non avevo neanche capito, l’altro giorno: credevo che la messa in prova fosse finita, non che dovesse ancora cominciare. Invece quest’inferno va avanti, e durerà ancora a lungo. Sono stravolta, distrutta. Ogni volta che c’è il processo sto peggio: non mangio, non dormo e quando m’addormento ho gli incubi. Non voglio più andare neanche dallo psicologo, a cosa serve ripetere sempre le stesse cose?”.
A.M. schiuma dalla rabbia:“Non credo nel loro pentimento. Non mi sono arrivate né lettere né parole di scuse, niente. Hanno anche cercato di spingere un ragazzo a dire che ero consenziente. Mi chiedo a cosa possa servire metterli alla prova adesso, dopo così tanto tempo. Per me quest’attesa è un logorio quotidiano, non so come farò ad aspettare tanto”.
Nel 2012, però, uno degli otto aggressori finisce nuovamente sotto processo per stalking, così la Cassazione annulla la decisione del Tribunale dei minori e costringe i giudici a riprendere il processo. Il pubblico ministero, al termine della requisitoria, chiede che vengano condannati tutti a quattro anni di reclusione, ma la sentenza definitiva emessa lo scorso 26 marzo, dopo 6 anni dallo stupro, pur giudicando colpevoli gli imputati non li condanna neppure a scontare un giorno di carcere, preferendo affidarli a un programma di recupero, al termine del quale il reato sarà definitivamente estinto e non lascerà quindi alcuna traccia nella vita degli otto giovani.
Ad A.M, invece, resterà solo la soddisfazione di intentare una causa civile per danni agli otto aggressori, che comunque sono stati riconosciuti colpevoli. Sempre ammesso che riesca a trovare il coraggio per sfidare ancora una volta in un'aula di tribunale gli sguardi di scherno e i sorrisi beffardi di coloro che hanno potuto abusare di lei e della sua ingenuità, e sono riusciti a farla franca. Ingiustizia è fatta, ancora una volta nei confronti di una donna.
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