giovedì 18 ottobre 2012

I diritti umani nella seconda repubblica

Circa una settimana fa, il 10 ottobre, il Presidente della Serbia, Tomislav Nikolić, in carica solo da pochi mesi, è stato ricevuto al Quirinale dal suo omologo e nostro Presidente Giorgio Napolitano. Un servizio trasmesso dal Tg2 sull'incontro mostrava Nikolić affermare energicamente che "a Srebrenica non è avvenuto alcun genocidio" e Giorgio Napolitano, invece di zittirlo, si affannava invece a sottolineare con entusiasmo gli ottimi rapporti di amicizia esistenti tra Italia e Serbia. Il Presidente serbo rincarava la dose ironizzando su quegli italiani (cioé quasi tutti) che hanno contestato la decisione di Marchionne di portare gli stabilimenti in Serbia dopo aver preso vagonate di soldi dal governo italiano: se questo avviene è perché la Fiat trova nel nostro paese condizioni migliori per investire, ha spiegato Nikolić. Se le avesse trovate in Italia, avrebbe mantenuto gli stabilimenti in Italia (per inciso Nikolić la scorsa primavera ha presenziato a Ginevra all'inaugurazione della nuova Cinquecento, dietro invito di Marchionne).
Il servizio del Tg2 a questo punto mostrava agli esterrefatti ascoltatori, almeno io lo ero, un sempre più entusiasta Giorgio Napolitano auspicare caldamente l'ingresso della Serbia nell'Unione Europea, entità che ha appena ricevuto il Nobel per la Pace dai petrolieri e dagli armatori norvegesi.

Per quanto riguarda le condizioni di lavoro degli operai serbi che lavorano negli stabilimenti Fiat vi rimando a quest'articolo apparso sul giornale di Marco Travaglio. Per quanto riguarda invece l'incontro tra Napolitano e Nikolić, oltre alla pagina ufficiale del sito web del Quirinale con il video di parte della conferenza stampa, i principali quotidiani e agenzie di stampa online hanno riportato solo resoconti piuttosto stringati, nei quali sono state ignorate del tutto le dichiarazioni del Presidente serbo sull'eccidio di Srebrenica. 

L'impressione, molto inquietante, è che in questo paese esista una volontà omertosa, da parte di tutti i mezzi di informazione, di coprire le malefatte del Presidente della Repubblica, perché ormai esiste la consapevolezza che di quelle malefatte, negli anni novanta del secolo scorso, sono stati corresponsabili un numero altissimo di politici italiani, di destra e di sinistra, impegnati a riciclarsi o a rimanere a galla dopo il naufragio del comunismo e la riorganizzazione generale che ne è seguita. Oltretutto, Giorgio Napolitano è un politico scafatissimo ed è probabile che la sua strategia di dare un colpo al cerchio e uno alla botte gli abbia accattivato le simpatie di una schiera molto ampia di "stakeholders".
Ho spiegato, in altri articoli, per quale motivo il capitalismo internazionale voleva la distruzione della Jugoslavia, dopo averla sovvenzionata e nutrita per tutta la Guerra Fredda: quella guerra civile, tra le altre cose, ha dato la possibilità a molte aziende pubbliche, tra cui la nostra Finmeccanica, di ristrutturarsi investendo nella produzione di armamenti ad alto livello tecnologico.

Nel 2007 la Corte Internazionale di Giustizia dell'Onu ha prosciolto la Serbia dall'accusa di complicità nel genocidio avvenuto in Bosnia-Erzegovina dal 1992 al 1995, compresi gli eccidi di Srebrenica. Secondo il magistrato Carla Del Ponte, che è stato Procuratore Capo nel tribunale istituito dall'Onu per giudicare i crimini di guerra nella ex Jugoslavia, esistono centinaia di documenti, da lei visionati personalmente, che provano chiaramente il ruolo giocato dalla Serbia nella guerra in Bosnia: si tratta, in gran parte, di verbali di riunioni tra leader politici e militari jugoslavi in tempo di guerra, il Consiglio Supremo di Difesa.
Secondo il magistrato svizzero, i verbali del Consiglio Supremo di Difesa forniscono la prova inconfutabile che la Serbia ha diretto lo sforzo bellico delle truppe serbe in Bosnia-Herzegovina, spiegando fin nel dettaglio in che modo Belgrado finanziava e alimentava i serbi di Bosnia. I documenti dimostrano che le forze serbe hanno contribuito alla presa di Srebrenica e al massacro dei suoi abitanti. Esiste persino un video, disponibile su YouTube, che mostra i membri di un'unità paramilitare nota come gli Scorpioni, affiliata al ministero degli Interni serbo, mentre conducono sei giovani prigionieri su un'altura e li ammazzano due alla volta, sparandogli nella schiena. Il video è stato incluso anche nel documentario di Roberta Biagiarelli, "Souvenir Srebrenica", ed è stato proiettato nell'aula del Tribunale durante il processo a Milosevic.

La Serbia ha ottenuto dal Tribunale per la Jugoslavia che le sezioni più critiche di tali documenti venissero tenute segrete all'opinione pubblica, ma i giudici della Corte Internazionale avrebbero potuto prenderne visione ugualmente, se avessero voluto. Gli avvocati che presentavano il caso della Bosnia avevano chiesto alla Corte di imporre alla Serbia la consegna di una versione incensurata dei documenti, ma i giudici si sono rifiutati di farlo affermando che avevano già a disposizione "prove abbondanti".

La decisione di assolvere la Serbia, secondo Carla Del Ponte, è stata ispirata dalla volontà politica dell'allora amministrazione Bush di far entrare il paese balcanico nella Partnership for Peace, un programma di cooperazione militare fra gli stati europei che prelude all'ingresso nella NATO.

La benevolenza con la quale gli organismi internazionali hanno trattato la Serbia negli ultimi anni lascia sconcertati: secondo Osservatorio Balcani e Caucaso, dal 2000 al 2011 l’UE ha donato al paese del Presidente Nikolić oltre 4 miliardi di euro, prima davanti alla Germania con 700 milioni e agli USA con oltre 500 milioni. Per non parlare poi delle grandi aziende: a parte la Fiat di Marchionne, la U.S. Steel, colosso americano dell'acciaio con sede a Pittsburgh, nel 2003 comprò lo stabilimento di Smederevo e vi investì milioni di dollari per dare lavoro a 5.500 operai e trasformarlo nel maggiore esportatore del paese balcanico. Nel 2010 l'impianto incideva per circa il 10% sulle esportazioni serbe, con vendite all’estero per 27 milioni di euro, prima che la crisi economica costringesse gli americani a svenderlo al governo serbo per la cifra simbolica di un dollaro.

Visto tutto ciò, l'entusiasmo dimostrato da Napolitano per la visita di Nikolić mi lascia in balia del tetro presagio che il nostro paese stia per essere investito da una valanga di fango e di merda che farà impallidire il ricordo di Tangentopoli.

domenica 14 ottobre 2012

Gli assassini di Cristo - Ivo Tiberio Ginevra

Nell'immaginario comune di Scrafani, in Sicilia, accade che un gruppo di folli facciano irruzione nelle chiese e distruggano a colpi di mazza statue e simboli sacri.
Le indagini vengono affidate a due esponenti del locale commissariato, il commissario Mario Falzone e il vice-questore Pietro Bertolazzi, entrambi appena raggiunti da un ordine di trasferimento verso sedi remote a causa di dissapori e dissidi con i propri superiori. I due si gettano a capofitto nell'indagine nella speranza che la felice soluzione del caso possa attirar loro le simpatie dei vertici ecclesiastici e evitare così l'ingrato trasferimento lontano da Scrafani.
Uno dei due in particolare, il commissario Falzone, vive una situazione personale resa problematica dal recente divorzio, aggravata dalla difficoltà a versare alla moglie regolarmente  gli alimenti e dalla conseguente rappresaglia da parte di lei, che consiste nel rendere difficoltosi i rapporti dell'ex marito con i figli.
L'autore, Ivo Tiberio Ginevra, è un esperto ornitologo che nel tempo libero coltiva la passione dei romanzi gialli. Tra l'altro, una delle peculiarità de "Gli assassini di Cristo" è proprio quella di derivare i nomi dei luoghi e dei protagonisti dal mondo degli uccelli. In fondo al libro l'autore ha aggiunto un piccolo dizionario che spiega l'origine dei nomi utilizzati, con tanto di etimologia ornitologica.
"Gli assassini di Cristo" è un thriller molto particolare, dall'andatura lenta e intensa allo stesso tempo, dovuta al rapporto serrato e nevrastenico che intercorre tra i due protagonisti, entrambi impegnati in una corsa contro il tempo per evitare il trasferimento. Le vicende personali di Mario Falzone e Pietro Bertolazzi, però, non prendono mai il sopravvento sulla trama del romanzo: la ricerca della verità e la tensione investigativa rimangono sempre a dettare ritmi e tempi della narrazione. L'ironia, le battute amare e gli scherzi da caserma tra i due colleghi non oscurano mai il senso principale della loro azione che è quello di trovare la verità, obiettivo che, nonostante alcuni momenti di surrealismo tipicamente pirandelliano, rimane comunque al centro dei loro pensieri come qualcosa di precisamente individuabile e definibile: la possibilità di una lotta vittoriosa contro l'ingiusto da parte del giusto è sempre al centro delle motivazioni del commissario Falzone, che non a caso rifiuta più volta l'offerta di aiuto da parte di un amico primario per evitare il tanto temuto trasferimento, fiducioso com'è nel trionfo finale della sua opera.
Conciliare il ritmo di dialoghi brillanti e densi d'ironia con la tensione narrativa è un'operazione non banale, nella quale alcuni autori, anche molto celebrati, finiscono spesso per perdersi, provocando una sfilacciatura del racconto che porta il lettore a perdere di vista la ragione principale delle azioni dei protagonisti e a sprofondare, di conseguenza, in una sensazione di irritante noia. Ivo Tiberio Ginevra, al contrario, riesce a rappresentare i sentimenti personali dei due poliziotti del commissariato di Scrafani senza mai scadere nel trito e nel banale.
"Gli assassini di Cristo" è un romanzo ben costruito, con una trama avvincente e una soluzione finale non scontata, anche se, per essere compreso e apprezzato fino in fondo, vista la complessità dei temi trattati, richiede, a mio avviso, una seconda lettura.

sabato 22 settembre 2012

Come sopravvivere al lavoro ed essere felici

Ho pescato per caso questo libro in un autogrill, diretto verso un fine settimana di relax in riva al mare, sperando di garantirmi alcune ore di piacevole lettura sdraiato sotto l'ombrellone. Ho dovuto constatare, con sorpresa, che "101 modi per liberarti dagli stronzi e trovare soddisfazione sul lavoro" non è solamente piacevole, ma tratta in maniera approfondita ed esauriente le difficoltà che insorgono in un ambiente lavorativo a intrattenere rapporti umani, ogniqualvolta si affaccia all'orizzonte qualcuno che ha la ferma intenzione di avvelenarli con il proprio comportamento di stampo teppistico.
Luca Stanchieri è uno psicologo che svolge da vent'anni attività di consulente e formatore verso aziende e organizzazioni in generale, sia del settore pubblico che di quello privato. In questo volume, edito da Newton Compton, ha raccolto 101 casi di disagio lavorativo tratti dalla sua esperienza personale, maturata a contatto con un'ampia gamma di professioni (dai medici agli insegnanti, dagli agenti di commercio agli informatici, dagli imprenditori agli infermieri, fino ai telefonisti, ai consulenti della formazione e persino ai disoccupati) e di ambienti di lavoro (ospedali, scuole, aeroporti, beauty farm, agenzie immobiliari etc...).
Il filo conduttore dei casi narrati è come fare fronte al deterioramento dei rapporti umani quando siamo costretti a convivere per diverse ore al giorno con persone che non abbiamo scelto: "Il capo stronzo rende la vita impossibile, il cliente stronzo ti rovina la giornata, il collega stronzo ti irrita;[...] Supponenza, diffidenza, controllo, aggressività, invasività, presunzione, arroganza e, perché no, idiozia: la stronzaggine è un fenomeno relazionale che sembra avere il proprio luogo di elezione nel posto di lavoro. Questo libro si pone l'obiettivo di riconoscere e riassumere gli atteggiamenti e i comportamenti tipici di questa categoria e offrire mezzi di tutela e difesa."
Un manuale di autodifesa da coloro che tentano di avvelenarci la vita mentre svolgiamo l'attività essenziale per vivere, introducendo stress, tensione e aggressività al solo scopo di rompere l'armonia delle relazioni, rendendo immensamente frustrante lo svolgimento delle mansioni che ci consentono di guadagnarci il necessario.
Lo Stronzo Infinito, o SI, si può annidare ovunque: può essere un collega, un manager o un consulente esterno, oppure qualcuno capace di proporsi in maniera accattivante per conquistare la nostra simpatia e la nostra fiducia, ma con l'intenzione, sempre e comunque, di "intervenire nelle relazioni sociali in modo da creare profondo malessere e insoddisfazione alle proprie vittime."  Spesso riuscendoci, purtroppo, perché il lavoratore coscienzioso che pensa solo a svolgere al meglio il proprio lavoro per trarne la maggior soddisfazione possibile, oltre che lo stipendio, una volta che viene "toccato" dalla bacchetta magica (in senso inverso) dell'SI finisce inevitabilmente per cadere nella sua spirale di negatività, guastandosi così l'esistenza.
Ci sono naturalmente alcuni accorgimenti per evitare le trappole tese da coloro che spesso riversano nell'ambiente di lavoro il bagaglio di fallimenti e delusioni della propria vita privata, la cui personalità è segnata spesso da carenze sul piano psicologico e affettivo. Il libro ne è pieno e anche se parecchi di questi accorgimenti sembrano solo dettati dal buon senso (tentare di dare un senso positivo alle attività che si svolgono, coalizzarsi con gli altri colleghi per fare fronte al "nemico" comune etc...) chi ha sperimentato il disagio generato da un SI sa bene quanto sia difficile applicarli e quanta fatica costi sottrarsi allo stress indotto da questo genere di persone, che ci costringono a sottrarre energie che dedicheremmo volentieri al lavoro e alla vita organizzativa.
L'importante è non farsi prendere dal pessimismo, cercare di cogliere comunque le opportunità che ci si presentano e non cedere alla tentazione di scontrarci apertamente con l'SI di turno, perché anche mandandolo a quel paese come si merita finiremmo per liberare una carica di energia negativa che si spanderà per tutto l'ambiente, peggiorando la situazione (in certi casi è comunque inevitabile farlo).
Il lavoro è una necessità e svolgerlo al meglio può comportare delle gratificazioni molto piacevoli, purché ci si sforzi di mantenerlo inquadrato in un contesto nel quale esso rappresenta solo una delle componenti che contribuiscono alla nostra felicità generale. Ciò che non si deve fare è trasformarlo in una sorta di religione, nella quale gli adepti sono dei fanatici aspiranti al martirio che rinunciano alla propria vita privata non perché siano più bravi e volenterosi degli altri ma perché, semplicemente, sono incapaci di coltivare affetti, passioni e rispetto per se stessi. Chi rinuncia alla propria vita per il lavoro lo fa solo perché la vita privata è troppo avara di soddisfazioni per dedicarvisi e tenta di affogare l'infelicità annullandosi nello stress lavorativo.

venerdì 10 agosto 2012

La gatteria di piazza delle erbe

Nell'Antico Egitto i gatti erano considerati animali sacri, con proprietà e caratteristiche che li  rendevano del tutto simili alle divinità mitologiche. Se ne veniva ucciso uno, anche accidentalmente, il responsabile doveva essere punito con la morte. In caso di incendio, il gatto doveva essere messo in salvo prima di ogni membro della famiglia e degli oggetti che si trovavano nella casa. Quando un gatto moriva, per le persone ad esso legate cominciava un lungo periodo di lutto e siccome gli Egizi credevano che anche per i felini esistesse l'aldilà, li mummificavano e li seppellivano con tanto di funerale, assieme al cibo necessario a sopravvivere alla traversata verso il mondo dei morti.
Per gli antichi Egizi il gatto era associato, tra l'altro, al culto di Iside, la dea che aveva il proprio regno nella notte, che è il tempo del riposo per gli esseri umani e dell'azione per gli animali, quando la natura si anima di presenze e di movimenti misteriosi e segreti, legati al culto della fertilità e della dea madre. Con l'avvento del cristianesimo, però, le cose cambiarono: i culti pagani vennero cancellati o addirittura estirpati, nei casi in cui non fu possibile assimilarli. Molti antichi dei divennero demoni, creature maligne da combattere, Iside per prima. E il gatto nero, suo tradizionale alleato notturno, seguì lo stesso destino, diventando nell'immaginario popolare un essere maligno e pericoloso, addirittura menagramo, fino a essere bruciato assieme alle streghe, nel Medio Evo.
Beatrice Nefertiti, lo si intuisce anche dal nome d'arte, condivide per i gatti la stessa passione spinta fino all'adorazione sacrale che era propria degli Antichi Egizi. Per esaltare le qualità dei felini ha scritto un libro di racconti intitolato "La gatteria di Piazza delle Erbe", edito da Anguana Edizioni, che narra le vicende di due comunità di gatti: un gruppo di "regolari", cioè risiedenti presso famiglie, che si ritrovano però nella piazza, all'ombra dei tigli o sotto i banchi del mercato di frutta e verdura, e un secondo gruppo di randagi che hanno eletto a loro rifugio un giardino chiuso al pubblico nei pressi del palazzo della Prefettura. Tra tutti i felini, di varia indole, lignaggio e provenienza, spicca Merlino, il gatto samurai, che un giorno fa la conoscenza di una signora triste e dimessa, sposata ad un marito altrettanto triste e dimesso. Incuriosito dalla pietosa condizione dei due umani, Merlino cerca di capire che cosa li abbia ridotti in quella condizione e sente così pronunciare per la prima volta la parola "lavoro". Così una mattina Merlino segue la poveretta e scopre il luogo nel quale trascorre le sue giornate: un palazzo dove "nei secoli, tante persone sono state prigioniere, hanno subito torture, sono morte". Insomma un luogo di pena e di dolore per la nostra sventurata che viene vessata in continuazione dai suoi superiori che la vogliono costringere ad andarsene, cosa che lei non può fare perché le hanno spostato a tradimento in avanti l'età della pensione e se molla quel lavoro, muore di fame. Il gatto samurai parla della triste sorte della loro amica agli altri gatti e tutti insieme decidono di aiutarla, ordendo raffinate trame per punire i suoi aguzzini. Ne nascono una serie di avventure rocambolesche nel corso delle quali i generosi gatti di Piazza delle Erbe riescono a infliggere una serie di clamorosi rovesci agli umani che lavorano nel "palazzaccio", liberando finalmente la loro amica umana dall'oppressione e dandole così soddisfazione delle tante umiliazioni subite.
La Gatteria di Piazza delle Erbe è un'opera tenera e dolce, piena di ironia e di affetto per il mondo dei felini, un mondo trattato a volte con disprezzo da esseri umani che hanno perso il senso e la considerazione per i valori fondamentali dell'esistenza, afflitti e ingrigiti come sono da una realtà lavorativa piatta e disumanizzante, nella quale credono di trovare la loro realizzazione e che, al contrario, finisce solo per spossessarli dei loro istinti vitali. Così, a volte è bello chiudere gli occhi e credere di esser parte di una comunità di gatti che crede ancora nella fiducia e nell'affetto per gli altri, con la convinzione che insieme si possa affrontare qualsiasi pericolo, superare ogni ostacolo e che sia possibile condividere sentimenti di fratellanza e di solidarietà senza timore di essere traditi o pugnalati alle spalle. 

martedì 10 luglio 2012

Let me please introduce myself \4

Gli stabilimenti delle aziende tedesche nella Germania occupata dall'Armata Rossa vennero confiscati e nazionalizzati. La divisione delle due Germanie contribuì al relativo indebolimento del potenziale produttivo tedesco e favorì il tentativo, da parte dei governi vincitori della guerra, di metterne sotto controllo politico la produzione industriale. Naturalmente, tale controllo era possibile solamente attraverso una coalizione che mettesse insieme tutti i paesi vincitori, a prescindere dal reale contenuto politico dei loro regimi. Era la cosiddetta "coalizione antifascista" la quale, per oltre quaranta anni, cercò di controbilanciare il potere del capitalismo industriale e finanziario che aveva sostenuto il Nazionalsocialismo facendo leva sul fatto che ora una grossa fetta delle materie prime necessarie alla produzione e allo sviluppo economico dell'Occidente proveniva da paesi nei quali era lo Stato, e quindi il Partito Comunista, a detenerne il controllo. Questo vale sia per l'Unione Sovietica che per la stragrande maggioranza dei paesi del Terzo Mondo che, nel giro di pochi anni, si scrolleranno di dosso il dominio delle potenze coloniali e diverranno indipendenti.
L'occupazione tedesca, però, non aveva favorito solo la concentrazione delle aziende nei settori chimico-farmaceutico e siderurgico, ma aveva anche promosso nei posti chiave della pubblica amministrazione dei paesi occupati uomini graditi al regime nazista. Molto spesso si trattava di persone non iscritte al partito, o comunque non impegnate in politica, ma con una visione del mondo strettamente affine a quella promossa dai gerarchi del Terzo Reich. In alcuni post precedenti ho fatto riferimento a Kare Kristiansen, che negli anni ottanta, dal 1983 al 1986 per la precisione, ricoprì la carica di Ministro del Petrolio in Norvegia. Kristiansen era un cristiano conservatore, affiliato alla Chiesa Luterana Norvegese, che iniziò la sua carriera lavorativa nelle Ferrovie di Stato giusto un paio di mesi dopo che le truppe tedesche avevano occupato il paese. Come lui, tanti altri hanno fatto ingresso nei settori chiave dei trasporti, dell'industria, delle banche e della pubblica amministrazione proprio negli anni in cui l'Europa era sotto il dominio nazista. Una volta terminata la guerra questi uomini sono rimasti ai loro posti, sfuggendo a qualsiasi tipo di epurazione e, lentamente, hanno salito tutta la scala gerarchica fino ad arrivare, negli anni ottanta del secolo scorso, ai vertici dei loro settori di appartenenza. Questi personaggi sono stati i grandi protagonisti della svolta antisindacale promossa da Reagan e dalla Thatcher negli anni ottanta e in seguito, una volta crollato il comunismo in Russia e negli altri paesi dell'Europa dell'Est, hanno preso in mano le redini della riorganizzazione dell'economia internazionale, con la decisa intenzione di punire i paesi che per oltre quarant'anni avevano tenuto in scacco l'Occidente cristiano.
Sono sicuro, ad esempio, che i funzionari della Banca per la Ricostruzione Internazionale che nel 1988 definirono i criteri degli accordi di Basilea furono gli stessi che, entrati da giovani nell'istituto, si erano adoperati assieme all'allora governatore della Banca d'Inghilterra, Norman Montagu, e al presidente della Banca Centrale tedesca, Hjialmar Schacht, per riciclare il denaro depredato agli ebrei e alle popolazioni civili dei paesi conquistati, trasferendo sui conti correnti della Reichsbank le riserve auree della Cecoslovacchia.
Gli accordi di Basilea, come è noto, stabilirono criteri più restrittivi riguardo ai requisiti patrimoniali delle banche che intendevano operare sui mercati internazionali, imponendo di accantonare almeno l'8 per cento del capitale prestato, non investibile in nessun altra attività di qualsiasi tipo, al fine di garantire "solidità e fiducia nel sistema creditizio".
Questa decisione costituì una sentenza di morte per quei paesi, come la ex-Jugoslavia, che negli anni della Guerra Fredda avevano fortemente beneficiato dei prestiti concessi con generosità dalle banche tedesche e italiane grazie al ruolo politico svolto dal proprio governo, ma che ora non avevano alcuna possibilità di diminuire la propria massa debitoria se non concorrendo, con una cruenta guerra civile, alla riorganizzazione su scala mondiale delle aziende produttrici di armi, nelle quali proprio in quegli anni il Fondo Petrolifero Norvegese investì in maniera massiccia. Tutte le banche che si erano impegnate, per motivi politici, a prestare denaro al paese balcanico furono costrette, per rispettare le nuove regole imposte dalla BIS, a far rientrare i capitali prestati, pena l'esclusione dai mercati internazionali. Così, visto che la Jugoslavia non possedeva materie prime e la sua economia non sarebbe mai stata in grado di produrre beni a sufficienza per restituire le somme avute a prestito, il ruolo che le fu assegnato dalla comunità d'affari internazionale, erede del Nazionalsocialismo, fu quello di fungere da agnello sacrificale per la costruzione della nuova Europa. (continua)

mercoledì 4 luglio 2012

Let me please introduce myself \3

Il processo ai dirigenti dell'IG Farben iniziò nel dicembre 1947, assieme a quello ai dirigenti dei gruppi Flick e Krupp, specializzati nei settori minerario, siderurgico e degli armamenti. Tutti furono accusati di avere perpetrato crimini contro l'umanità, contribuendo non solo alla preparazione delle guerre di aggressione di Hitler, ma anche allo sfruttamento del lavoro forzato di milioni di prigionieri, provenienti soprattutto dai paesi dell'Europa dell'est, e al saccheggio e alla spoliazione dei beni della popolazione civile, beni confluiti in larga misura nelle casseforti della Banca per i Regolamenti Internazionali di Basilea.
La Banca per i Regolamenti Internazionali (Bank of International Settlements, BIS) aveva sostituito la commissione creata dai paesi vincitori della Prima Guerra Mondiale per risolvere il problema delle riparazioni di guerra dovute dalla Germania secondo il trattato di Versailles. Nel 1932 Inghilterra e Francia si erano dette disposte a rinunciare alle riparazioni purché gli Stati Uniti cancellassero i pesantissimi debiti che esse avevano dovuto contrarre per portare avanti lo sforzo bellico. Il congresso degli Stati Uniti votò contro a questa proposta, spingendo di fatto l'Europa e il mondo verso la Seconda Guerra Mondiale, visto che a questo punto l'unica possibilità per le nazioni europee di onorare i loro impegni sarebbe stato dare vita a una nuova guerra mondiale che rilanciasse su grande scala l'economia americana stimolandone la produzione bellica e riempisse le casse ormai vuote delle banche con i beni depredati alle popolazioni civili durante il conflitto.

Così come era avvenuto al termine della Prima Guerra Mondiale, quando le necessità della ricostruzione furono sostenute dalle imprese nazionali produttrici di armi, le uniche a disporre di grande liquidità, la Seconda Guerra Mondiale ebbe l'effetto di trasferire una massiccia quantità di denaro oltreoceano, grazie anche al fatto che le filiali europee delle banche americane, come la National Chase e la J.P.Morgan, offrirono agli ufficiali della Gestapo la possibilità di aprire conti correnti sui quali trasferire il denaro prelevato ai correntisti di origine ebraica, ai quali le stesse banche rifiutarono la possibilità di ritirare i loro beni, persino prima che le autorità occupanti emanassero un decreto in tal senso.
Adolf Hitler capì al volo che l'inflessibile avidità del capitalismo internazionale gli avrebbe offerto l'opportunità per dare libero sfogo al suo odio verso gli ebrei, i comunisti, i francesi e il resto del mondo, compresi gli italiani e, pur consapevole di avere pochissime possibilità concrete di vincere la guerra, vista la sproporzione delle forze in campo, vi si gettò a capofitto trascinando la Germania e il popolo tedesco in un'impresa autodistruttiva, della quale gli unici a beneficiare furono i tre grandi gruppi industriali finiti sotto processo a Norimberga. IG Farben, Flick e Krupp, infatti, ebbero l'opportunità di assorbire le migliori industrie dei paesi occupati dalle truppe del Reich e di concentrare nelle loro mani gran parte della produzione industriale europea. Dopo la guerra, molti dei loro dirigenti, pur essendo stati condannati per crimini contro l'umanità, vennero rimessi in libertà quasi subito e tornarono ai loro posti di comando. Le industrie conservarono  intatte le proprietà acquisite negli anni precedenti grazie alle leggi razziali, che costrinsero molti ebrei a svendere le loro attività per quattro soldi.
Karl Wuster, dirigente della Degesch, la ditta che produceva il veleno usato nelle camere a gas, divenne capo esecutivo del gruppo BASF. Fritz ter Meer, dirigente della Bayer e della IG Farben, condannato a Norimberga per genocidio e sfruttamento degli internati del campo di Auschwitz, venne rilasciato dopo soli quattro anni e tornò a presiedere il consiglio di amministrazione della Bayer.
Hans Globke, co-autore delle leggi razziali e zelante sostenitore della loro applicazione, prima in Germania e poi nelle terre occupate dalle armate del Reich, divenne uno dei più stretti collaboratori del cancelliere Adenauer, nell'immediato dopoguerra. Anche Walter Hallstein, avvocato e professore universitario, contribuì alla formazione delle leggi per "la protezione del sangue e dell'onore tedesco": dopo la fine della guerra venne messo, sempre da Adenauer, a capo della delegazione tedesca incaricata di negoziare il Piano Schuman e nel 1958 fu nominato primo presidente della Commissione della Comunità Economica Europea, oggi Commissione Europea, il braccio esecutivo dell'Unione Europea, ideata da lui stesso per governare l'Europa fuori da qualsiasi controllo popolare e democratico. (continua)
Walter Hallstein, primo presidente della Commissione Europea

domenica 1 luglio 2012

Let me please introduce myself \2

Nel periodo 1933-45, il consiglio di amministrazione della BIS (Bank for International Settlements) comprendeva Walther Funk, un esponente del Partito Nazista che fu anche Ministro per gli Affari Economici dal 1937 al 1945, e Emil Puhl, un banchiere filo-nazista che, oltre a essere vicedirettore della Banca Centrale tedesca, fu anche direttore della stessa BIS durante la Seconda Guerra Mondiale e svolse un ruolo di primo piano nella gestione dell'enorme quantità di oro confiscato dai nazisti alle popolazioni civili nei paesi occupati. 
La Germania, già dal 1937, era rimasta a corto di valuta straniera e non era pertanto in grado di finanziare uno sforzo bellico che si preannunciava lungo e costoso. Così nacque l'idea di depredare i beni delle popolazioni di Austria, Cecoslovacchia e della città di Danzica, le tre zone occupate all'inizio del conflitto. Il totale raccolto solo nel biennio 37-39 fu di 71 milioni di dollari del tempo. Le acquisizioni furono mascherate dalla Banca Centrale tedesca all'opinione pubblica internazionale sottostimando le riserve auree in proprio possesso, grazia alla complicità dei funzionari della Banca d'Inghilterra.
Nel corso della Seconda Guerra Mondiale le razzie di oro continuarono su amplissima scala: si sa che il totale delle riserve auree espropriate ai governi europei ammontava, all'epoca, a 550 milioni di dollari, mentre non si conosce ancora la cifra dei beni espropriati ai privati, inclusi gli ebrei deportati nei campi di concentramento. Sia Walther Funk che Emil Puhl furono processati a Norimberga e condannati per crimini di guerra, così come Herman Schmitz, direttore del colosso chimico IG Farben, e il Barone von Schroeder, proprietario della J.H. Stein Bank, la banca che gestiva i depositi della Gestapo, la polizia politica di Hitler, i cui membri avevano accumulato ingenti fortune spogliando dei loro averi gli ebrei destinati ai campi di concentramento.
La IG Farben, al suo apogeo, fu la più grande industria chimica al mondo e la quarta in totale dietro General Motors, U.S. Steel e Standard Oil. I suoi dirigenti furono coinvolti nei crimini di guerra commessi dai nazisti durante la Seconda Guerra Mondiale. Pertanto, i suoi stabilimenti nei territori occupati dall'Armata Rossa vennero confiscati dal governo sovietico, mentre a Ovest gli Alleati ne sequestrarono tutte le proprietà nel 1945 e la liquidarono definitivamente nel 1952. La IG Farben deteneva il brevetto del famigerato pesticida Zyklon B., usato per sterminare gli ebrei nelle camere a gas. Nel 1941 i suoi dirigenti costruirono uno stabilimento nella cittadina polacca di Monowitz, vicino al campo di concentramento di Auschwitz, nel quale sfruttavano il lavoro degli internati nel campo. Per inciso, anche lo scrittore Primo Levi fu impiegato in quello stabilimento in qualità di chimico.
La IG Farben, da colosso mondiale qual era, deteneva pacchetti azionari delle principali aziende americane, tra le quali spiccano la Standard Oil di John Rockfeller, il colosso della chimica statunitense DuPont, la United States Industrial Alcohol Company e molte altre. Il governo americano, all'inizio della guerra, aprì un'indagine per chiarire il significato di queste partecipazioni azionarie, ma in seguito l'indagine fu fatta cadere per motivi politici: il governo aveva bisogno del sostegno delle stesse aziende per portare avanti lo sforzo bellico. (continua)