martedì 10 luglio 2012

Let me please introduce myself \4

Gli stabilimenti delle aziende tedesche nella Germania occupata dall'Armata Rossa vennero confiscati e nazionalizzati. La divisione delle due Germanie contribuì al relativo indebolimento del potenziale produttivo tedesco e favorì il tentativo, da parte dei governi vincitori della guerra, di metterne sotto controllo politico la produzione industriale. Naturalmente, tale controllo era possibile solamente attraverso una coalizione che mettesse insieme tutti i paesi vincitori, a prescindere dal reale contenuto politico dei loro regimi. Era la cosiddetta "coalizione antifascista" la quale, per oltre quaranta anni, cercò di controbilanciare il potere del capitalismo industriale e finanziario che aveva sostenuto il Nazionalsocialismo facendo leva sul fatto che ora una grossa fetta delle materie prime necessarie alla produzione e allo sviluppo economico dell'Occidente proveniva da paesi nei quali era lo Stato, e quindi il Partito Comunista, a detenerne il controllo. Questo vale sia per l'Unione Sovietica che per la stragrande maggioranza dei paesi del Terzo Mondo che, nel giro di pochi anni, si scrolleranno di dosso il dominio delle potenze coloniali e diverranno indipendenti.
L'occupazione tedesca, però, non aveva favorito solo la concentrazione delle aziende nei settori chimico-farmaceutico e siderurgico, ma aveva anche promosso nei posti chiave della pubblica amministrazione dei paesi occupati uomini graditi al regime nazista. Molto spesso si trattava di persone non iscritte al partito, o comunque non impegnate in politica, ma con una visione del mondo strettamente affine a quella promossa dai gerarchi del Terzo Reich. In alcuni post precedenti ho fatto riferimento a Kare Kristiansen, che negli anni ottanta, dal 1983 al 1986 per la precisione, ricoprì la carica di Ministro del Petrolio in Norvegia. Kristiansen era un cristiano conservatore, affiliato alla Chiesa Luterana Norvegese, che iniziò la sua carriera lavorativa nelle Ferrovie di Stato giusto un paio di mesi dopo che le truppe tedesche avevano occupato il paese. Come lui, tanti altri hanno fatto ingresso nei settori chiave dei trasporti, dell'industria, delle banche e della pubblica amministrazione proprio negli anni in cui l'Europa era sotto il dominio nazista. Una volta terminata la guerra questi uomini sono rimasti ai loro posti, sfuggendo a qualsiasi tipo di epurazione e, lentamente, hanno salito tutta la scala gerarchica fino ad arrivare, negli anni ottanta del secolo scorso, ai vertici dei loro settori di appartenenza. Questi personaggi sono stati i grandi protagonisti della svolta antisindacale promossa da Reagan e dalla Thatcher negli anni ottanta e in seguito, una volta crollato il comunismo in Russia e negli altri paesi dell'Europa dell'Est, hanno preso in mano le redini della riorganizzazione dell'economia internazionale, con la decisa intenzione di punire i paesi che per oltre quarant'anni avevano tenuto in scacco l'Occidente cristiano.
Sono sicuro, ad esempio, che i funzionari della Banca per la Ricostruzione Internazionale che nel 1988 definirono i criteri degli accordi di Basilea furono gli stessi che, entrati da giovani nell'istituto, si erano adoperati assieme all'allora governatore della Banca d'Inghilterra, Norman Montagu, e al presidente della Banca Centrale tedesca, Hjialmar Schacht, per riciclare il denaro depredato agli ebrei e alle popolazioni civili dei paesi conquistati, trasferendo sui conti correnti della Reichsbank le riserve auree della Cecoslovacchia.
Gli accordi di Basilea, come è noto, stabilirono criteri più restrittivi riguardo ai requisiti patrimoniali delle banche che intendevano operare sui mercati internazionali, imponendo di accantonare almeno l'8 per cento del capitale prestato, non investibile in nessun altra attività di qualsiasi tipo, al fine di garantire "solidità e fiducia nel sistema creditizio".
Questa decisione costituì una sentenza di morte per quei paesi, come la ex-Jugoslavia, che negli anni della Guerra Fredda avevano fortemente beneficiato dei prestiti concessi con generosità dalle banche tedesche e italiane grazie al ruolo politico svolto dal proprio governo, ma che ora non avevano alcuna possibilità di diminuire la propria massa debitoria se non concorrendo, con una cruenta guerra civile, alla riorganizzazione su scala mondiale delle aziende produttrici di armi, nelle quali proprio in quegli anni il Fondo Petrolifero Norvegese investì in maniera massiccia. Tutte le banche che si erano impegnate, per motivi politici, a prestare denaro al paese balcanico furono costrette, per rispettare le nuove regole imposte dalla BIS, a far rientrare i capitali prestati, pena l'esclusione dai mercati internazionali. Così, visto che la Jugoslavia non possedeva materie prime e la sua economia non sarebbe mai stata in grado di produrre beni a sufficienza per restituire le somme avute a prestito, il ruolo che le fu assegnato dalla comunità d'affari internazionale, erede del Nazionalsocialismo, fu quello di fungere da agnello sacrificale per la costruzione della nuova Europa. (continua)

mercoledì 4 luglio 2012

Let me please introduce myself \3

Il processo ai dirigenti dell'IG Farben iniziò nel dicembre 1947, assieme a quello ai dirigenti dei gruppi Flick e Krupp, specializzati nei settori minerario, siderurgico e degli armamenti. Tutti furono accusati di avere perpetrato crimini contro l'umanità, contribuendo non solo alla preparazione delle guerre di aggressione di Hitler, ma anche allo sfruttamento del lavoro forzato di milioni di prigionieri, provenienti soprattutto dai paesi dell'Europa dell'est, e al saccheggio e alla spoliazione dei beni della popolazione civile, beni confluiti in larga misura nelle casseforti della Banca per i Regolamenti Internazionali di Basilea.
La Banca per i Regolamenti Internazionali (Bank of International Settlements, BIS) aveva sostituito la commissione creata dai paesi vincitori della Prima Guerra Mondiale per risolvere il problema delle riparazioni di guerra dovute dalla Germania secondo il trattato di Versailles. Nel 1932 Inghilterra e Francia si erano dette disposte a rinunciare alle riparazioni purché gli Stati Uniti cancellassero i pesantissimi debiti che esse avevano dovuto contrarre per portare avanti lo sforzo bellico. Il congresso degli Stati Uniti votò contro a questa proposta, spingendo di fatto l'Europa e il mondo verso la Seconda Guerra Mondiale, visto che a questo punto l'unica possibilità per le nazioni europee di onorare i loro impegni sarebbe stato dare vita a una nuova guerra mondiale che rilanciasse su grande scala l'economia americana stimolandone la produzione bellica e riempisse le casse ormai vuote delle banche con i beni depredati alle popolazioni civili durante il conflitto.

Così come era avvenuto al termine della Prima Guerra Mondiale, quando le necessità della ricostruzione furono sostenute dalle imprese nazionali produttrici di armi, le uniche a disporre di grande liquidità, la Seconda Guerra Mondiale ebbe l'effetto di trasferire una massiccia quantità di denaro oltreoceano, grazie anche al fatto che le filiali europee delle banche americane, come la National Chase e la J.P.Morgan, offrirono agli ufficiali della Gestapo la possibilità di aprire conti correnti sui quali trasferire il denaro prelevato ai correntisti di origine ebraica, ai quali le stesse banche rifiutarono la possibilità di ritirare i loro beni, persino prima che le autorità occupanti emanassero un decreto in tal senso.
Adolf Hitler capì al volo che l'inflessibile avidità del capitalismo internazionale gli avrebbe offerto l'opportunità per dare libero sfogo al suo odio verso gli ebrei, i comunisti, i francesi e il resto del mondo, compresi gli italiani e, pur consapevole di avere pochissime possibilità concrete di vincere la guerra, vista la sproporzione delle forze in campo, vi si gettò a capofitto trascinando la Germania e il popolo tedesco in un'impresa autodistruttiva, della quale gli unici a beneficiare furono i tre grandi gruppi industriali finiti sotto processo a Norimberga. IG Farben, Flick e Krupp, infatti, ebbero l'opportunità di assorbire le migliori industrie dei paesi occupati dalle truppe del Reich e di concentrare nelle loro mani gran parte della produzione industriale europea. Dopo la guerra, molti dei loro dirigenti, pur essendo stati condannati per crimini contro l'umanità, vennero rimessi in libertà quasi subito e tornarono ai loro posti di comando. Le industrie conservarono  intatte le proprietà acquisite negli anni precedenti grazie alle leggi razziali, che costrinsero molti ebrei a svendere le loro attività per quattro soldi.
Karl Wuster, dirigente della Degesch, la ditta che produceva il veleno usato nelle camere a gas, divenne capo esecutivo del gruppo BASF. Fritz ter Meer, dirigente della Bayer e della IG Farben, condannato a Norimberga per genocidio e sfruttamento degli internati del campo di Auschwitz, venne rilasciato dopo soli quattro anni e tornò a presiedere il consiglio di amministrazione della Bayer.
Hans Globke, co-autore delle leggi razziali e zelante sostenitore della loro applicazione, prima in Germania e poi nelle terre occupate dalle armate del Reich, divenne uno dei più stretti collaboratori del cancelliere Adenauer, nell'immediato dopoguerra. Anche Walter Hallstein, avvocato e professore universitario, contribuì alla formazione delle leggi per "la protezione del sangue e dell'onore tedesco": dopo la fine della guerra venne messo, sempre da Adenauer, a capo della delegazione tedesca incaricata di negoziare il Piano Schuman e nel 1958 fu nominato primo presidente della Commissione della Comunità Economica Europea, oggi Commissione Europea, il braccio esecutivo dell'Unione Europea, ideata da lui stesso per governare l'Europa fuori da qualsiasi controllo popolare e democratico. (continua)
Walter Hallstein, primo presidente della Commissione Europea

domenica 1 luglio 2012

Let me please introduce myself \2

Nel periodo 1933-45, il consiglio di amministrazione della BIS (Bank for International Settlements) comprendeva Walther Funk, un esponente del Partito Nazista che fu anche Ministro per gli Affari Economici dal 1937 al 1945, e Emil Puhl, un banchiere filo-nazista che, oltre a essere vicedirettore della Banca Centrale tedesca, fu anche direttore della stessa BIS durante la Seconda Guerra Mondiale e svolse un ruolo di primo piano nella gestione dell'enorme quantità di oro confiscato dai nazisti alle popolazioni civili nei paesi occupati. 
La Germania, già dal 1937, era rimasta a corto di valuta straniera e non era pertanto in grado di finanziare uno sforzo bellico che si preannunciava lungo e costoso. Così nacque l'idea di depredare i beni delle popolazioni di Austria, Cecoslovacchia e della città di Danzica, le tre zone occupate all'inizio del conflitto. Il totale raccolto solo nel biennio 37-39 fu di 71 milioni di dollari del tempo. Le acquisizioni furono mascherate dalla Banca Centrale tedesca all'opinione pubblica internazionale sottostimando le riserve auree in proprio possesso, grazia alla complicità dei funzionari della Banca d'Inghilterra.
Nel corso della Seconda Guerra Mondiale le razzie di oro continuarono su amplissima scala: si sa che il totale delle riserve auree espropriate ai governi europei ammontava, all'epoca, a 550 milioni di dollari, mentre non si conosce ancora la cifra dei beni espropriati ai privati, inclusi gli ebrei deportati nei campi di concentramento. Sia Walther Funk che Emil Puhl furono processati a Norimberga e condannati per crimini di guerra, così come Herman Schmitz, direttore del colosso chimico IG Farben, e il Barone von Schroeder, proprietario della J.H. Stein Bank, la banca che gestiva i depositi della Gestapo, la polizia politica di Hitler, i cui membri avevano accumulato ingenti fortune spogliando dei loro averi gli ebrei destinati ai campi di concentramento.
La IG Farben, al suo apogeo, fu la più grande industria chimica al mondo e la quarta in totale dietro General Motors, U.S. Steel e Standard Oil. I suoi dirigenti furono coinvolti nei crimini di guerra commessi dai nazisti durante la Seconda Guerra Mondiale. Pertanto, i suoi stabilimenti nei territori occupati dall'Armata Rossa vennero confiscati dal governo sovietico, mentre a Ovest gli Alleati ne sequestrarono tutte le proprietà nel 1945 e la liquidarono definitivamente nel 1952. La IG Farben deteneva il brevetto del famigerato pesticida Zyklon B., usato per sterminare gli ebrei nelle camere a gas. Nel 1941 i suoi dirigenti costruirono uno stabilimento nella cittadina polacca di Monowitz, vicino al campo di concentramento di Auschwitz, nel quale sfruttavano il lavoro degli internati nel campo. Per inciso, anche lo scrittore Primo Levi fu impiegato in quello stabilimento in qualità di chimico.
La IG Farben, da colosso mondiale qual era, deteneva pacchetti azionari delle principali aziende americane, tra le quali spiccano la Standard Oil di John Rockfeller, il colosso della chimica statunitense DuPont, la United States Industrial Alcohol Company e molte altre. Il governo americano, all'inizio della guerra, aprì un'indagine per chiarire il significato di queste partecipazioni azionarie, ma in seguito l'indagine fu fatta cadere per motivi politici: il governo aveva bisogno del sostegno delle stesse aziende per portare avanti lo sforzo bellico. (continua)

venerdì 29 giugno 2012

Let me please introduce myself \1

Norman Montagu, un uomo indubbiamente ricco, ma spesso fatto oggetto di critiche da parte dei suoi detrattori per gli atteggiamenti vistosi e cafoni, conseguenza del suo desiderio di proporsi in pubblico con un'immagine modellata su canoni pseudo-artistici. Fu governatore della Banca d'Inghilterra dal 1920 al 1944, indiscutibilmente il periodo più duro per l'economia inglese e per l'intera Europa. Proveniente da una famiglia di banchieri, già parente di un altro governatore della Banca d'Inghilterra,  Sir Mark Wilks Collet, Montagu studiò a Eton e a Cambridge prima di divenire dirigente della Banca nel 1907 e poi Governatore generale nel 1920.Amico intimo del presidente della Banca Centrale tedesca Hjalmar Schacht, al cui nipote fece da padrino, i due furono membri dell'Associazione Anglo-Tedesca. L'associazione, fondata nel 1935, quando Hitler era già divenuto cancelliere, aveva come obiettivo  dichiarato il consolidamento dei rapporti di amicizia tra Gran Bretagna e Germania, ma fu percepita dall'opinione pubblica internazionale come un'alleanza filo-nazista.I due banchieri furono anche membri del consiglio di amministrazione della Banca dei Regolamenti Internazionali (BIS), un'organizzazione creata nel 1930 e avente sede a Basilea, in Svizzera. La BIS è attualmente la più antica istituzione finanziaria internazionale: la sua nascita era prevista da uno dei punti del piano Young, elaborato dalle principali potenze economiche mondiali per tentare di risolvere l'annosa questione delle riparazioni di guerra che la Germania, uscita sconfitta dalla Prima Guerra Mondiale, doveva ancora versare ai paesi vincitori.Furono proprio Norman Montagu e Hjalmar Schacht i principali sostenitori della necessità di creare un organismo internazionale di questo tipo. Da notare che Schacht, in seguito, divenne ministro delle Finanze sotto il regime nazista.Lo storico David Blazer, rovistando negli archivi interni della Banca d'Inghilterra, ha accertato che Norman Montagu, nel marzo 1939, autorizzò il trasferimento delle riserve auree di proprietà del governo cecoslovacco verso un conto corrente intestato alla Banca Centrale tedesca, il tutto all'interno della BIS. Nel giro di dieci giorni l'oro, convertito in denaro, venne spostato su altri conti correnti. Nell'autunno del 1939, due mesi dopo lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, Montagu provò a ripetere il giochetto, autorizzando di nuovo il trasferimento di quantità di oro di proprietà della Cecoslovacchia ai nazisti. Questa volta, però, il governo britannico intervenne per bloccare l'iniziativa. (continua)

venerdì 22 giugno 2012

Felice di non esserci entrato

Una decina di anni fa ebbi la disgraziata idea di aderire ai DS, che all'epoca era un partito a gestione familiare i cui capi, tutti ex-Pci o comunque figli di vecchi militanti del Partito Comunista, sembravano ossessionati dal calo inesorabile dei consensi in quella che, a torto o a ragione, è considerata la regione simbolo della storia della sinistra: l'Emilia Romagna.
Già all'epoca era evidente come la soluzione al problema del calo storico di consensi sarebbe stata la fusione-incorporamento degli ex democristiani della Margherita, ansiosi di poter mettere le mani sulle tante poltrone che il governo di una delle regioni più ricche e più produttive d'Italia offre a chi ne dirige le sorti pubbliche.
Quando avvenne la fusione tra DS e Margherita io mi rifiutai di entrare nella nuova formazione; in realtà mi ero già pentito di avere aderito ai DS, un partito con tante brave persone tra gli iscritti, ma dove spesso chi accettava di assumersi delle responsabilità lo faceva più per poterne trarre vantaggi concreti che per contribuire in maniera disinteressata all'amministrazione della cosa pubblica. Appena si accorsero che non avevo intenzione di proseguire il mio percorso politico, qualche capetto locale tentò dapprima di lusingarmi facendo balenare i tanti vantaggi che anch'io avrei potuto ricevere se mi fossi impegnato nella costruzione della nuova formazione.  Dopo avere visto che proprio non volevo saperne di mescolarmi con gli ex della Margherita (che anche gli ex-DS disprezzavano, detto per inteso) i suddetti capetti passarono velocemente dalla carota al bastone, maneggiato con metodi molto poco democratici: un giorno gli operai del comune asfaltarono il marciapiede davanti a casa mia qualche centimetro più in alto del dovuto, così che ogni volta che pioveva si formavano delle pozzanghere e l'acqua allagava il giardino (e questa è la cosa meno pesante che ho dovuto subire, immaginate il resto).
Oggi, nel vedere il tetro spettacolo di un partito che appoggia zelantemente un governo di persone che, senza essere state elette, stanno disfacendo l'esistenza di milioni di persone per compiacere i grandi interessi della finanza internazionale alla quale molti di essi, lo dico per analogia con la situazione locale, immagino essere legati anche sul piano professionale, mi domando che senso abbia avuto mettere quell'aggettivo, "democratico", nel nome, quando l'effetto certo della presenza di Mario Monti al governo sarà quella di disfare quel poco di democrazia rimasta in questo paese, sempre più irrimediabilmente oberato dai debiti e ormai privo della propria autosufficienza in campo economico e politico.
Prima o poi questa fase politica finirà e allora qualcuno dovrà scrivere la storia di come un gruppo di politici quarantenni, cresciuti e formatisi alla scuola del più grande partito comunista dell'Occidente, colti di sorpresa, all'apice della loro carriera, dal crollo dei regimi comunisti dell'Europa dell'Est, siano riusciti a riciclarsi presso il grande capitale internazionale e a farsi accogliere a braccia aperte dentro l'Internazionale Socialista, accreditandosi come degli autentici riformisti. Prima o poi qualcuno la dovrà scrivere questa storia, e vi garantisco che ci sarà poco da ridere.

martedì 19 giugno 2012

Il sangue è randagio - James Ellroy

La parola esatta è: estenuante. 859 pagine per descrivere il tramonto della reggenza Hoover alla guida dell' FBI e la fine di COINTELPRO, il programma centralizzato di infiltrazione che per oltre 15 anni operò al fine di screditare e reprimere i movimenti per i diritti civili.
Il terzo volume della trilogia di Ellroy dedicato alla storia americana contemporanea ricostruisce le vicende che vanno dal 1968 al 1972, dall'elezione di Richard Nixon alla presidenza degli Stati Uniti fino alla morte di Hoover, con la conseguente distruzione di tutti i dossier del suo archivio privato, relativi a quasi cinquant'anni di vicende pubbliche.
L'8 marzo 1971 un commando del CITIZEN'S COMMISSION TO INVESTIGATE THE FBI fa irruzione nottetempo nella sede di Media, in Pensilvanya e porta via una quantità considerevole di documenti riservati che svelano l'esistenza di un progetto mirato a "smascherare, disgregare, sviare, screditare, o diversamente neutralizzare" i gruppi politici dissidenti negli Stati Uniti.  Il COINTELPRO, per l'appunto. Tra gli appartenenti al commando figura anche Karen Sifakis, una docente universitaria di origine greca che ha intrecciato una relazione extra-coniugale con un agente dell'FBI, Dwight Holly. La Sifakis mette Holly in contatto con un'attivista rivoluzionaria di colore disposta a svolgere lavoro di infiltrazione e in cambio, riceverà dallo stesso Holly la pianta dell'edificio di Media, assieme a importanti informazioni sul sistema di allarme e sul servizio di sorveglianza.
Il libro ha un antefatto: una rapina commessa a Los Angeles nel 1964 ai danni di un furgone portavalori, conclusa con l'uccisione delle guardie di scorta e dei banditi da parte del loro capo, desideroso di cancellare ogni traccia dell'identità dei complici. La ricerca della verità sulla rapina diviene una vera e propria ossessione per un poliziotto della Polizia di Los Angeles di nome Scotty Bennet e per uno scalcinato investigatore privato di nome Donald Crutchfield, che si guadagna da vivere sorvegliando le scappatelle extra coniugali di qualche marito troppo arrapato, soddisfando così anche le sue tendenze voyeuristiche. Crutchfield verrà coinvolto poco alla volta in un gioco più pesante di lui, ma riuscirà comunque a sopravvivere e a portare avanti la sua ostinata ricerca della verità, dopo essersi recato più volte a Cuba per partecipare a incursioni contro i militari che sorvegliano le coste, o ad Haiti per sfruttare la manodopera locale nella costruzione di grandi alberghi, lasciandosi trascinare nel gorgo della sperimentazione allucinogena di erbe medicali dal potere magico e arrivando a sviluppare lui stesso sorprendenti capacità di chimico.
In mezzo a questa umanità corrotta e degradata spicca, imponente, la figura di Marshall Bowen, un nero omosessuale in forza alla Polizia di Los Angeles, che accetta di infiltrare alcuni gruppi politici neri per screditarli, come parte del programma COINTELPRO. Le pagine del suo diario, come quelle della Sifakis, riportate integralmente per lunghi tratti, costituiscono una delle migliori sequenze del libro, assieme alle ormai celeberrime trascrizioni delle conversazioni tra Hoover e i suoi sottoposti, in particolare l'agente Dwight Holly.
Bowen abitava nello stesso quartiere nero in cui è avvenuta la rapina nel 1964 e anche lui ne è ossessionato perché ha visto in faccia l'unico bandito che è riuscito a scappare, sopravvissuto al tentativo di eliminazione da parte del suo capo. Bowen lo rintraccia ad Haiti, ma ormai per lui è troppo tardi: durante una delle peregrinazioni solitarie nell'isola caraibica verrà ucciso da alcuni banditi in un tentativo di rapina.
Il libro è una girandola infernale e sterminata di sicari e affaristi senza scrupoli, boss della mafia, agenti dei servizi segreti americani che sembrano rimpiangere di non poter vivere sotto una delle tante dittature sudamericane, avventuriere coraggiose e spietate che hanno deciso di mettere la propria vita al servizio della Grande Causa della Rivoluzione Mondiale e, sopra tutti, l'immancabile figura di "Dracula" Howard Hughes, il magnate dell'aeronautica che, terrorizzato all'idea di ammalarsi, vive in completo isolamento tramando piani per favorire l'ascesa politica di Nixon e screditare il suo avversario democratico alle elezioni presidenziali del 1968, Hubert Humphrey.
Ma le vere protagoniste di questo capitolo di storia sono le donne: bianche, nere, sindacaliste, terroriste, oppure borghesi annoiate e frustrate dalla loro esistenza mediocre e pronte a intrecciare relazioni con agenti dell' FBI per spingerli sulla via del pentimento e della redenzione, redenzione che si paga a caro prezzo perché un agente dei servizi segreti non può cambiare il proprio destino se non con la sua stessa vita. Un libro, quindi, che si chiude con una nota di speranza, al contrario dei due precedenti: esiste la possibilità di spezzare le proprie catene, sia individuali che collettive, perché il sangue è randagio e per quanto disperate siano le condizioni di vita, esiste la certezza che non saranno sempre i soliti a subire indefinitamente violenze e soprusi.

mercoledì 13 giugno 2012

Simmetria ingannevole

Narciso emerge dall'ombra, completamente preso dalla visione apparsa nello specchio d'acqua sottostante. Il resto della scena è avvolto dall'oscurità, spicca solo il volto del ragazzo, pieno di meraviglia e di desiderio davanti alla forma che gli appare come in un sogno. La strordinaria invenzione della doppia figura, a mo' di carta da gioco, conferisce un movimento verticale a tutto il dipinto, il cui fulcro è il ginocchio del giovane che, pienamente illuminato, fa emergere la specularità circolare dell'intera rappresentazione.
L'opera di Caravaggio, al quale è stata attribuita dopo numerose dispute, è uno splendido esempio di come l'arte possa rappresentare, in una sola immagine, l'eterno conflitto tra visione ideale e complessità della realtà.
Narciso è un personaggio della mitologia greca che, reso superbo e insensibile dalla sua bellezza, disprezza e respinge ogni persona che lo ama, compreso il dio Eros. Il più tenace tra i suoi spasimanti è un giovane di nome Aminia, al quale Narciso dona una spada perché si uccida e metta fine così ai suoi tormenti amorosi. Aminia, disperato per essere stato respinto tanto duramente, si uccide invocando gli dei perché lo vendichino.
La vendetta giunge quando Narciso vede la sua immagine riflessa in una fonte d'acqua. Dopo essersi perdutamente innamorato di se stesso, viene colto dalla disperazione, consapevole che non potrà mai appagare il suo amore. E' così che, in una sorta di simmetria circolare, si uccide con la stessa spada che ha donato ad Aminia.
In conclusione, se la vita del narcisista è dominata dal principio di piacere, l'effetto conclusivo della sua continua ricerca di bisogni inappagabili ne è il completo rovesciamento: la realizzazione dell'istinto di morte. L'autodistruzione è effetto dell'egocentrismo e della mancanza di consapevolezza che ne consegue, che produce azioni in contrasto con la propria natura e con i veri valori dell'esistenza umana. Il carattere narcisistico è rinchiuso in una dimensione circolare che lo spinge a ricercare disperatamente il consenso altrui attraverso miti esteriori e superficiali quali la ricchezza, il successo e il prestigio. L'incapacità di uscire da questa gabbia può segnare tragicamente il suo destino come, forse, è accaduto a Caravaggio.