"Cercavo di spezzare il pesante, muto, incantesimo di quella terra selvaggia che sembrava attirarlo al suo petto impietoso risvegliando dimenticati istinti brutali, ricordando mostruose e appagate passioni. Solo questo, ero convinto, l'aveva portato al limite della foresta, verso la boscaglia, verso il bagliore dei falò, il palpito dei tamburi, la cantilena di misteriosi incantesimi. Solo questo aveva allettato la sua anima senza legge oltre i confini delle legittime aspirazioni." Così, nel romanzo Cuore di Tenebra, Joseph Conrad descrive l'incontro tra Marlow, il narratore, con Kurtz, l'uomo che ha saputo evocare i demoni della foresta del Congo, risvegliando gli istinti brutali degli indigeni che lo adorano come se fosse una divinità nonostante lui li atterrisca, li sevizi e li torturi senza pietà. Loro lo amano e lui li odia alla follia, ma non riesce a staccarsene e il legame di potere incondizionato che si è instaurato tra Kurtz e gli indigeni nel folto della giungla assume sempre di più i caratteri dell'autodistruzione e del dissolvimento morale.
Chi è il Kurtz della guerra civile che ha dilaniato il Ruanda? Chi è colui che ha saputo evocare i demoni della giungla per scatenare un vortice di distruzione e di morte? Sono tanti, spesso sono giovani e fanno parte dell'establishment locale, perché sono istruiti e hanno avuto la possibilità di studiare all'estero, in Francia, in Canada o in Unione Sovietica. Uno di questi è italiano, anche se è nato in Belgio: si chiama George Ruggiu e lavora per una radio locale, la Radio Libera delle Mille Colline. Come altri presentatori e dj della Radio, quando scoppia la guerra incita all'odio e alla violenza contro l'etnia dei Tutsi, li chiama "scarafaggi" ed esorta le milizie Hutu a sterminarli senza pietà, perché le fosse "aspettano di essere riempite". Ruggiu si è dichiarato colpevole del reato di incitazione al genocidio e nel 2000 è stato condannato a 12 anni di carcere che lui ha scelto di scontare, guarda un po', in Italia. Nel 2009, però, le autorità giudiziarie del Belpaese hanno deciso di lasciarlo libero in anticipo sulla fine della pena, nonostante questo atto comporti una violazione dello statuto del Tribunale Internazionale per i Crimini nel Ruanda.
Ma la vera sorpresa, quando si scorrono gli atti dei processi, arriva constatando quanti religiosi sono stati coinvolti nei massacri. Si direbbe che il clima subtropicale abbia fatto esplodere i neuroni a tutti i prelati presenti in Ruanda dall'aprile al luglio del 1994. Un prete cattolico di nome Athanase Seromba prima invita circa duemila Tutsi a ripararsi nella sua chiesa per sfuggire alle milizie Hutu, poi sbarra il portone d'ingresso e indica al capo della milizia il punto esatto nelle mura che può essere sfondato più facilmente. I massacratori lanciano una ruspa a tutta velocità contro la parete, nella posizione precisa indicata dal prete, la abbattono, entrano nell'edificio e uccidono tutti i civili che vi sono rintanati. Seromba fugge dal Ruanda attraverso il Congo e si rifugia anche lui in Italia, in Toscana, presso la parrocchia dell'Immacolata di San Martino in Montughi, vicino a Firenze. Sotto le pressioni di Carla Del Ponte il prete viene estradato dall'Italia e processato ad Arusha, in Tanzania, dove ha sede il Tribunale Internazionale e dove Seromba viene condannato a 15 anni di carcere per genocidio e crimini contro l'umanità. Nel 2008, nel processo di appello, la condanna sarà commutata in ergastolo, che il prete sta scontando in un carcere del Benin.
Ancora preti: Wenceslas Munyeshyaka si renderà colpevole di consegnare ai massacratori Hutu centinaia di suoi parrocchiani che di lui si fidano ciecamente, conducendoli al macello come tanti agnellini belanti. Anch'egli è stato condannato in contumacia all'ergastolo dal Tribunale Militare Ruandese. Emmanuel Rukundo è stato condannato per genocidio e crimini contro l'umanità, dopo avere partecipato agli stupri di gruppo delle donne Tutsi che si erano rifugiate all'interno della sua chiesa.
E salendo ai piani alti la musica non cambia: Vincent Nsengiyumva, arcivescovo di Kigali, la capitale del paese, ha presieduto il Comitato Centrale del principale partito al governo (!) per 14 anni, prima che il Vaticano, nel 1990, lo richiamasse ufficialmente ad una maggiore disciplina. Appartenente all'etnia Hutu e amico personale del presidente Habyarimana, il cui omicidio scatenò la guerra civile, incolpò pubblicamente i Tutsi di avere scatenato il genocidio, che lui invece definì un "mezzo per garantire il governo democratico della maggioranza". All'età di 58 anni, Nsengiyuma venne ucciso, assieme ad altri due vescovi e a tredici preti, da alcuni ribelli Tutsi che lo credevano responsabile del massacro delle rispettive famiglie.
Un altro vescovo, Augustin Misago, venne arrestato nell'aprile del 1999 e liberato l'anno successivo da un tribunale ruandese che lo giudicò non colpevole. Misago tornò alla sua diocesi, ma qui tutti i preti di origine Tutsi preferìrono trasferirsi alla diocesi vicina per protesta nei suoi confronti. Tra l'altro, Misago è stato pubblicamente accusato di non aver aiutato un missionario inseguito e ucciso dalle milizie Hutu perché aveva prestato soccorso ad alcuni profughi.
Infine, ancora un vescovo è complice di uno dei peggiori massacri della guerra civile, quello della scuola tecnica di Murambi. I Tutsi della regione, infatti, si erano rifugiati nella chiesa locale, ma il vescovo, assieme al sindaco della città, li spinse in trappola convincendoli a trasferirsi nell'edificio che ospitava la scuola tecnica, con la promessa che sarebbero stati difesi da truppe francesi. Il 16 aprile del 1994, nella scuola avevano trovato rifugio ben 65.000 Tutsi. A quel punto fu tolta l'acqua e l'elettricità; i profughi, senza neppure il cibo per nutrirsi, si difesero disperatamente per alcuni giorni a colpi di pietre, prima di soccombere alle milizie Hutu, che ne massacrarono 45.000 senza che i soldati francesi si facessero vedere. I sopravvissuti cercarono di rifugiarsi in una chiesa nelle vicinanze, dove furono aggrediti e uccisi. In seguito i soldati francesi intervennero, ma per scavare un'enorme fossa comune e costruirci sopra un campo di pallavolo, al fine di occultare la presenza dei cadaveri. Oggi l'edificio scolastico è stato trasformato in un Museo del Genocidio che ospita i teschi e i corpi mummificati di alcune migliaia di vittime di quella strage. ( continua )
mercoledì 4 aprile 2012
mercoledì 28 marzo 2012
La caccia \1
"Nel silenzio del cortile, guardavo i teschi di queste persone, centinaia, sistemati ordinatamente su tavoli improvvisati, caldi nel sole del mezzogiorno. File di crani senza mandibole, teschi di adulti, teschi di bambini, teschi con denti mancanti, teschi con denti di latte, teschi intatti, teschi fracassati e sfondati dall'impatto di machete e bastoni. Li studiavo, e questi memento mori, questo penetrante richiamo alla mortalità di ognuno risvegliava in me una sorta di coraggio e determinazione. Non era una scena raccapricciante. Non era rivoltante, almeno non a livello consapevole. Era una scena che metteva tristezza. Alcune di quelle reliquie sembrava volessero parlare."
Così il magistrato Carla Del Ponte, nel suo libro La Caccia, edito da Feltrinelli, rievoca il sopralluogo alla chiesa di Ntarama, in Ruanda, dove, nel pomeriggio del 14 aprile 1994, i miliziani Hutu massacrarono a colpi di fucili, machete e mazze chiodate una folla composta di famiglie Tutsi che aveva cercato rifugio dentro la chiesa. Nel 1994 frequentavo la facoltà di Storia Contemporanea e il Ruanda non lo avevo mai sentito nominare, come la Bosnia peraltro. Ma queste due regioni, all'improvviso, balzarono agli onori della cronaca per gli orrori che quotidianamente i televisori riversavano all'interno delle nostre case quiete e confortevoli.
Il Ruanda ha una storia decisamente meno complessa della Bosnia: è uno stato immerso nel verde lussureggiante e un po' tetro che caratterizza le regioni dell'Africa Subsahariana, una zona cuscinetto tra la Tanzania e il Congo, istituita nel 1962, quando il Belgio decise di concedere l'indipendenza a questa regione, semi sconosciuta al resto del mondo e dilaniata dalle lotte tribali tra le due etnie che compongono la popolazione, i Tutsi e gli Hutu. Già l'anno successivo all'indipendenza le faide, gli scontri e le lotte tra i due gruppi etnici che si contendevano il potere minacciò di sprofondare il paese nella guerra civile.
A prima vista, il Ruanda non sembra possedere nulla che possa attrarre gli appetiti famelici delle potenze straniere: la massima celebrità locale sono i gorilla di montagna, resi famosi dalla naturalista americana Dian Fossey, la quale dedicò l'intera esistenza allo studio di questa specie e venne uccisa nel 1986 all'interno della baracca-abitazione nella quale risiedeva. Alcuni allora sospettarono che dietro l'omicidio ci fosse la mano del governo locale, intenzionato a rimuovere i vincoli ambientali che gravavano sul Parco del Virunga, al confine con il Congo, per sfruttare la presenza dei gorilla di montagna come attrattiva turistica di richiamo internazionale.
Francamente, la promozione dell'economia turistica non mi è mai sembrato un valido motivo per spingere un intero popolo a massacrarsi in una delle più cruente guerre civili che la storia abbia mai conosciuto: dal 6 aprile alla metà di luglio del 1994 vennero massacrate a colpi di machete e di bastoni chiodati tra le 800.000 e un milione di persone. Il mio pensiero, in tutti questi anni, è stato che il Ruanda possedesse un valore di qualche tipo, economico o strategico, talmente elevato da spingere le grandi potenze, Stati Uniti e Gran Bretagna in testa, a fomentare gli odi inter-etnici per spingerlo nel caos e favorire l'ascesa al potere di uomini più accondiscendenti ai loro progetti di coloro che erano stati al governo nei decenni successivi all'indipendenza del paese.
Mi sono sempre chiesto quale potesse essere questo interesse e quale legame ci fosse con l'altro genocidio in corso, quello bosniaco, perché la concomitanza temporale mi è sempre apparsa sospetta.
Il libro della Del Ponte chiarisce, indirettamente e tra le righe, tutti i perché di quelle due sanguinossime guerre civili che hanno funestato l'ultimo decennio del secolo scorso. E' una sorta di resoconto, lunghissimo e molto dettagliato, dell'attività svolta dal magistrato svizzero negli anni in cui ha presieduto i due Tribunali Speciali istituiti dalle Nazioni Unite per giudicare i crimini commessi in Jugoslavia e in Ruanda.
Mentre il Tribunale per la Jugoslavia ha registrato un relativo successo, incriminando 161 individui di tutte le fazioni per crimini di guerra, il Tribunale per il Ruanda non è riuscito a spezzare il muro di omertà eretto dai paesi del Consiglio di Sicurezza dell'Onu, soprattutto da Stati Uniti e Gran Bretagna, a difesa del governo ruandese uscito vincitore dalla guerra civile e dal suo principale puntello, il Fronte Patriottico Ruandese ( Fpr ). (continua)
Così il magistrato Carla Del Ponte, nel suo libro La Caccia, edito da Feltrinelli, rievoca il sopralluogo alla chiesa di Ntarama, in Ruanda, dove, nel pomeriggio del 14 aprile 1994, i miliziani Hutu massacrarono a colpi di fucili, machete e mazze chiodate una folla composta di famiglie Tutsi che aveva cercato rifugio dentro la chiesa. Nel 1994 frequentavo la facoltà di Storia Contemporanea e il Ruanda non lo avevo mai sentito nominare, come la Bosnia peraltro. Ma queste due regioni, all'improvviso, balzarono agli onori della cronaca per gli orrori che quotidianamente i televisori riversavano all'interno delle nostre case quiete e confortevoli.
Il Ruanda ha una storia decisamente meno complessa della Bosnia: è uno stato immerso nel verde lussureggiante e un po' tetro che caratterizza le regioni dell'Africa Subsahariana, una zona cuscinetto tra la Tanzania e il Congo, istituita nel 1962, quando il Belgio decise di concedere l'indipendenza a questa regione, semi sconosciuta al resto del mondo e dilaniata dalle lotte tribali tra le due etnie che compongono la popolazione, i Tutsi e gli Hutu. Già l'anno successivo all'indipendenza le faide, gli scontri e le lotte tra i due gruppi etnici che si contendevano il potere minacciò di sprofondare il paese nella guerra civile.
A prima vista, il Ruanda non sembra possedere nulla che possa attrarre gli appetiti famelici delle potenze straniere: la massima celebrità locale sono i gorilla di montagna, resi famosi dalla naturalista americana Dian Fossey, la quale dedicò l'intera esistenza allo studio di questa specie e venne uccisa nel 1986 all'interno della baracca-abitazione nella quale risiedeva. Alcuni allora sospettarono che dietro l'omicidio ci fosse la mano del governo locale, intenzionato a rimuovere i vincoli ambientali che gravavano sul Parco del Virunga, al confine con il Congo, per sfruttare la presenza dei gorilla di montagna come attrattiva turistica di richiamo internazionale.
Francamente, la promozione dell'economia turistica non mi è mai sembrato un valido motivo per spingere un intero popolo a massacrarsi in una delle più cruente guerre civili che la storia abbia mai conosciuto: dal 6 aprile alla metà di luglio del 1994 vennero massacrate a colpi di machete e di bastoni chiodati tra le 800.000 e un milione di persone. Il mio pensiero, in tutti questi anni, è stato che il Ruanda possedesse un valore di qualche tipo, economico o strategico, talmente elevato da spingere le grandi potenze, Stati Uniti e Gran Bretagna in testa, a fomentare gli odi inter-etnici per spingerlo nel caos e favorire l'ascesa al potere di uomini più accondiscendenti ai loro progetti di coloro che erano stati al governo nei decenni successivi all'indipendenza del paese.
Mi sono sempre chiesto quale potesse essere questo interesse e quale legame ci fosse con l'altro genocidio in corso, quello bosniaco, perché la concomitanza temporale mi è sempre apparsa sospetta.
Il libro della Del Ponte chiarisce, indirettamente e tra le righe, tutti i perché di quelle due sanguinossime guerre civili che hanno funestato l'ultimo decennio del secolo scorso. E' una sorta di resoconto, lunghissimo e molto dettagliato, dell'attività svolta dal magistrato svizzero negli anni in cui ha presieduto i due Tribunali Speciali istituiti dalle Nazioni Unite per giudicare i crimini commessi in Jugoslavia e in Ruanda.
Mentre il Tribunale per la Jugoslavia ha registrato un relativo successo, incriminando 161 individui di tutte le fazioni per crimini di guerra, il Tribunale per il Ruanda non è riuscito a spezzare il muro di omertà eretto dai paesi del Consiglio di Sicurezza dell'Onu, soprattutto da Stati Uniti e Gran Bretagna, a difesa del governo ruandese uscito vincitore dalla guerra civile e dal suo principale puntello, il Fronte Patriottico Ruandese ( Fpr ). (continua)
sabato 3 marzo 2012
La rinascita della biblioteca di Sarajevo
Nel 1529 Zumarraga, inquisitore spagnolo e primo vescovo di Città del Messico, in una terra ormai sottomessa con la violenza dai Conquistadores, fece prelevare tutti i manoscritti aztechi dalla biblioteca principale e li fece accatastare nella piazza del mercato. Secondo gli osservatori presenti, i libri così raccolti formavano una montagna che si innalzava fino "ad oscurare il cielo".
A un segno del vescovo, alcuni monaci si avvicinarono con delle fiaccole alla catasta di pergamene e, cantando inni religiosi, vi appiccarono il fuoco, mandando in fumo migliaia di pagine ornate di immagini policrome. Se il ruolo dei conquistadores nel Nuovo Mondo era stato quello di uccidere e depredare, il ruolo dei religiosi al loro seguito fu quello di cancellare ogni traccia della memoria dei popoli vinti, per impedire che un giorno questi, prendendo consapevolezza delle proprie origini e della propria storia, si sollevassero contro i vincitori.
Scommetto che l'ordine impartito dai generali serbi, il 25 agosto 1992, di bombardare la biblioteca di Sarajevo e di incendiarne il contenuto, quasi 100.000 libri, aveva lo stesso scopo: cancellare ogni traccia della storia e dell'identità di una regione, la Bosnia, nella quale cristiani, musulmani ed ebrei erano riusciti a convivere pacificamente per secoli, realizzando un equilibrio difficilissimo e sconosciuto a tutti i paesi dell'Occidente. Buona parte del patrimonio librario andò perduto in quel rogo, ma oggi un documentario realizzato dalla BBC svela che i manoscritti antichi, mai catalogati e neppure stampati, furono messi in salvo preventivamente dal direttore della biblioteca e dai suoi aiutanti, tra cui un custode congolese, e trascritti su microfilm.
I manoscritti si trovavano all'ultimo piano dell'edificio, quello più esposto al tiro dell'artiglieria serba. Così, appena iniziarono i bombardamenti, il direttore decise di trasportarli nel sotterraneo della vicina scuola di teologia. Assieme ai suo collaboratori, fu costretto ad attraversare di corsa strade e ponti per sfuggire al tiro dei cecchini appostati sui palazzi o sulle colline che circondano la città, reggendo scatoloni zeppi dei preziosi incunaboli. Il documentario della BBC rende omaggio allo straordinario coraggio dimostrato dal personale bibliotecario, uomini e donne che, nel corso della guerra, hanno rischiato la vita ogni giorno per recarsi regolarmente al lavoro, spinti solo dall' amore per i libri.
La biblioteca fu fondata nel 1521, pochi anni prima del rogo dei manoscritti aztechi, dal governatore Gazi Husrev, il quale voleva fare di Sarajevo il centro culturale dell'impero Ottomano e a questo scopo fondò molte istituzioni per approfondire lo studio delle arti e delle scienze islamiche: oltre alla biblioteca, anche la scuola di teologia, la madrassa Kursumli.
L'intera collezione di manoscritti consiste di 10.067 pezzi, alcuni risalenti a oltre 900 anni fa: molti sono stati composti in arabo, a Baghdad; in seguito sono stati riscritti dai cittadini turchi che abitavano nelle repubbliche caucasiche e infine sono stati acquistati da cittadini bosniaci che, nei secoli, ne hanno fatto dono alla biblioteca. Gli incunaboli rappresentano uno straordinario patrimonio di bellezza e un'insostituibile testimonianza della tradizione di diversità multietnica e multi culturale della città.
Ora che l'eredità scritta della storia di Sarajevo è finalmente stata restituita ai suoi abitanti c'è la speranza che la popolazione scampata al genocidio posso restaurare, assieme all'edificio distrutto dalle fiamme, anche quello straordinario clima di convivenza multireligiosa che alcuni, anche nelle "tolleranti" democrazie occidentali, avrebbero preferito venisse distrutto per sempre, per nascondere al mondo la realtà dell'esistenza di un Islam europeo, laico e tollerante, in grado di fare da ponte tra l'Europa e il mondo arabo, rendendo così inutile l'opera dei predicatori da strapazzo e dei crociati da operetta che abbiamo visto proliferare sugli schermi televisivi negli ultimi anni. La passione per i libri e l'amore per la cultura dimostrata dagli impiegati della biblioteca di Sarajevo ha reso sterili i loro desideri e di questo possiamo solo gioire.
Il documentario della BBC
A un segno del vescovo, alcuni monaci si avvicinarono con delle fiaccole alla catasta di pergamene e, cantando inni religiosi, vi appiccarono il fuoco, mandando in fumo migliaia di pagine ornate di immagini policrome. Se il ruolo dei conquistadores nel Nuovo Mondo era stato quello di uccidere e depredare, il ruolo dei religiosi al loro seguito fu quello di cancellare ogni traccia della memoria dei popoli vinti, per impedire che un giorno questi, prendendo consapevolezza delle proprie origini e della propria storia, si sollevassero contro i vincitori.
Scommetto che l'ordine impartito dai generali serbi, il 25 agosto 1992, di bombardare la biblioteca di Sarajevo e di incendiarne il contenuto, quasi 100.000 libri, aveva lo stesso scopo: cancellare ogni traccia della storia e dell'identità di una regione, la Bosnia, nella quale cristiani, musulmani ed ebrei erano riusciti a convivere pacificamente per secoli, realizzando un equilibrio difficilissimo e sconosciuto a tutti i paesi dell'Occidente. Buona parte del patrimonio librario andò perduto in quel rogo, ma oggi un documentario realizzato dalla BBC svela che i manoscritti antichi, mai catalogati e neppure stampati, furono messi in salvo preventivamente dal direttore della biblioteca e dai suoi aiutanti, tra cui un custode congolese, e trascritti su microfilm.
I manoscritti si trovavano all'ultimo piano dell'edificio, quello più esposto al tiro dell'artiglieria serba. Così, appena iniziarono i bombardamenti, il direttore decise di trasportarli nel sotterraneo della vicina scuola di teologia. Assieme ai suo collaboratori, fu costretto ad attraversare di corsa strade e ponti per sfuggire al tiro dei cecchini appostati sui palazzi o sulle colline che circondano la città, reggendo scatoloni zeppi dei preziosi incunaboli. Il documentario della BBC rende omaggio allo straordinario coraggio dimostrato dal personale bibliotecario, uomini e donne che, nel corso della guerra, hanno rischiato la vita ogni giorno per recarsi regolarmente al lavoro, spinti solo dall' amore per i libri.
La biblioteca fu fondata nel 1521, pochi anni prima del rogo dei manoscritti aztechi, dal governatore Gazi Husrev, il quale voleva fare di Sarajevo il centro culturale dell'impero Ottomano e a questo scopo fondò molte istituzioni per approfondire lo studio delle arti e delle scienze islamiche: oltre alla biblioteca, anche la scuola di teologia, la madrassa Kursumli.
L'intera collezione di manoscritti consiste di 10.067 pezzi, alcuni risalenti a oltre 900 anni fa: molti sono stati composti in arabo, a Baghdad; in seguito sono stati riscritti dai cittadini turchi che abitavano nelle repubbliche caucasiche e infine sono stati acquistati da cittadini bosniaci che, nei secoli, ne hanno fatto dono alla biblioteca. Gli incunaboli rappresentano uno straordinario patrimonio di bellezza e un'insostituibile testimonianza della tradizione di diversità multietnica e multi culturale della città.
Ora che l'eredità scritta della storia di Sarajevo è finalmente stata restituita ai suoi abitanti c'è la speranza che la popolazione scampata al genocidio posso restaurare, assieme all'edificio distrutto dalle fiamme, anche quello straordinario clima di convivenza multireligiosa che alcuni, anche nelle "tolleranti" democrazie occidentali, avrebbero preferito venisse distrutto per sempre, per nascondere al mondo la realtà dell'esistenza di un Islam europeo, laico e tollerante, in grado di fare da ponte tra l'Europa e il mondo arabo, rendendo così inutile l'opera dei predicatori da strapazzo e dei crociati da operetta che abbiamo visto proliferare sugli schermi televisivi negli ultimi anni. La passione per i libri e l'amore per la cultura dimostrata dagli impiegati della biblioteca di Sarajevo ha reso sterili i loro desideri e di questo possiamo solo gioire.
Il documentario della BBC
sabato 11 febbraio 2012
I ragazzi del '77
Quest'iniziativa editoriale, a cura di Enrico Scuro, Marzia Bisognin e Paolo Ricci, meriterebbe più di un post. Forse non basterebbe l'intero blog per rendere conto della carica di creatività, passione, nostalgia e romanticismo contenute nelle pagine di un libro che alcuni "reduci" hanno realizzato partendo dall'idea di radunare su Facebook, attorno alla miriade di fotografie scattate da Enrico Scuro, il più ampio numero possibile di protagonisti di quella stagione di passioni politiche, e non solo.
Va detto inoltre che solo per spiegare cos'è stato il movimento del '77 ci vorrebbe un intero blog e che ne servirebbe un altro per spiegare come e perché è finito. Quando frequentavo la facoltà di Lettere, all'inizio degli anni novanta del secolo scorso, trascorrevo intere giornate in biblioteca a sfogliare le pagine de Il Manifesto del biennio 1977-78 e non riuscivo a credere che, in un paese come l'Italia, solo pochi anni prima, ci fossero manifestazioni di piazza con centinaia di migliaia di ragazzi e ragazze che prendevano di mira i palazzi del potere, metaforicamente e no, mettendone alla berlina gli aspetti autoritari grazie a slogan ironici e dissacranti, propagati da giornali autogestiti e radio libere che utilizzavano sperimentazioni linguistiche innovative e destrutturanti.
Il libro fotografico curato da Enrico Scuro documenta splendidamente tutto questo e anche altro: i viaggi in India e Nepal, i raduni giovanili in giro per l'Italia, l'improvvisazione teatrale utilizzata per fare controinformazione, il femminismo, le comuni e la liberazione sessuale, in una dimensione nella quale ogni singolo episodio della vita quotidiana assumeva un significato collettivo. E poi ancora l'inevitabile epilogo ( per un paese come l'Italia ) della repressione poliziesca, con le cariche della Celere, l'assassinio di Francesco Lorusso e le autoblindo della Polizia che rompono le barricate erette in via Zamboni in mezzo al fumo dei lacrimogeni e delle molotov. Per finire con il mega convegno contro la repressione che si tenne il settembre successivo proprio a Bologna ( "la città più democratica d'Italia", secondo la definizione dell'allora sindaco Renato Zangheri ) e che vide la partecipazione di Dario Fo.
Con più di 1200 foto, corredate da migliaia di commenti, riflessioni e ricordi, I Ragazzi del ‘77 è una testimonianza viva e pulsante di quella singolare esperienza, emozionante e colma di felicità, grazie anche alla scelta degli autori di concentrare l'attenzione sugli anni nei quali il movimento riuscì ad esprimere la sua creatività contestatrice in maniera gioiosa e quasi spensierata, nonostante l'impegno politico, e di ignorare deliberatamente la triste coda di violenza ed autodistruzione che, nel crinale di svolta che traghettò l'Italia dagli anni settanta agli anni ottanta, fece a pezzi quell'universo giovanile e lo avvolse in un manto cupo e doloroso.
Da ciò, credo, deriva il fascino e la magia che si respira sfogliando le pagine di questo libro.
Va detto inoltre che solo per spiegare cos'è stato il movimento del '77 ci vorrebbe un intero blog e che ne servirebbe un altro per spiegare come e perché è finito. Quando frequentavo la facoltà di Lettere, all'inizio degli anni novanta del secolo scorso, trascorrevo intere giornate in biblioteca a sfogliare le pagine de Il Manifesto del biennio 1977-78 e non riuscivo a credere che, in un paese come l'Italia, solo pochi anni prima, ci fossero manifestazioni di piazza con centinaia di migliaia di ragazzi e ragazze che prendevano di mira i palazzi del potere, metaforicamente e no, mettendone alla berlina gli aspetti autoritari grazie a slogan ironici e dissacranti, propagati da giornali autogestiti e radio libere che utilizzavano sperimentazioni linguistiche innovative e destrutturanti.
Il libro fotografico curato da Enrico Scuro documenta splendidamente tutto questo e anche altro: i viaggi in India e Nepal, i raduni giovanili in giro per l'Italia, l'improvvisazione teatrale utilizzata per fare controinformazione, il femminismo, le comuni e la liberazione sessuale, in una dimensione nella quale ogni singolo episodio della vita quotidiana assumeva un significato collettivo. E poi ancora l'inevitabile epilogo ( per un paese come l'Italia ) della repressione poliziesca, con le cariche della Celere, l'assassinio di Francesco Lorusso e le autoblindo della Polizia che rompono le barricate erette in via Zamboni in mezzo al fumo dei lacrimogeni e delle molotov. Per finire con il mega convegno contro la repressione che si tenne il settembre successivo proprio a Bologna ( "la città più democratica d'Italia", secondo la definizione dell'allora sindaco Renato Zangheri ) e che vide la partecipazione di Dario Fo.
Con più di 1200 foto, corredate da migliaia di commenti, riflessioni e ricordi, I Ragazzi del ‘77 è una testimonianza viva e pulsante di quella singolare esperienza, emozionante e colma di felicità, grazie anche alla scelta degli autori di concentrare l'attenzione sugli anni nei quali il movimento riuscì ad esprimere la sua creatività contestatrice in maniera gioiosa e quasi spensierata, nonostante l'impegno politico, e di ignorare deliberatamente la triste coda di violenza ed autodistruzione che, nel crinale di svolta che traghettò l'Italia dagli anni settanta agli anni ottanta, fece a pezzi quell'universo giovanile e lo avvolse in un manto cupo e doloroso.
Da ciò, credo, deriva il fascino e la magia che si respira sfogliando le pagine di questo libro.
domenica 5 febbraio 2012
Bello cambiare
Ricapitoliamo: Mario Monti, ex Rettore della Bocconi, prima di accettare l'incarico da Presidente del Consiglio (e probabilmente in cambio di esso) ha ricevuto la nomina da senatore a vita, nomina che gli garantisce, appunto a vita, un lauto stipendio senza neppure l'obbligo di sbattersi più di tanto per guadagnarselo.
Oltretutto, pare che il prestigioso Ateneo milanese di cui Monti è presidente dal 2005 non versi al Comune di Milano l'Ici per alcuni immobili di sua proprietà e che il contenzioso, che nel 2008 ammontava a 104.000 euro, oggi sia salito a quasi 600.000 euro.
Elsa Fornero, pasdaran della flessibilità lavorativa, oltre a essere docente universitario (un posto più che fisso, letteralmente inchiodato al pavimento), ha garantito alla figlia, anch'essa docente universitario nello stesso Ateneo nella quale insegnano il padre (Mario Deaglio, economista ed editorialista della Stampa) e la madre neoministro dalla lacrimuccia facile, un secondo impiego da ricercatrice presso una fondazione che si occupa di genetica, genomica e proteomica umana. La fondazione, che si chiama HuGeF, è un’istituzione creata e finanziata dalla Compagnia di San Paolo, lo stesso ente del quale il ministro Fornero è stato vicepresidente dal 2008 al 2010.
Michael Martone, vice ministro dall'aria sbarazzina, ammiccante e furbastra, classe 1974, nonostante la giovane età è già ordinario di Diritto del Lavoro all'Università di Teramo, è docente incaricato alla Luiss di Roma, ha creato un proprio studio legale ed è stato consulente dell'ex ministro Brunetta. Un secchione, direte voi (e dice anche lui per spiegare i suoi successi in campo professionale). Secchione forse sì, ma anche molto raccomandato: nel 2003 viene consacrato docente da una commissione presieduta dal professore con il quale Martone si era laureato. Su otto concorrenti in gara, sei si ritirano e Martone si ritrova come unica avversaria una ricercatrice con molta più esperienza e più anzianità di servizio di lui, tanto è vero che la commissione le attribuisce il punteggio più alto e il vice-ministro si ritrova secondo in graduatoria. Il problema è che all'epoca Martone aveva presentato una sola pubblicazione, e neppure di qualità eccelsa. Eppure alla fine la scelta cadrà proprio su di lui, bruciando così la brillante candidata sua concorrente. La storia è stata pubblicata, con tanto di nomi e cognomi, su Il Fatto Quotidiano.
E per non farci mancare nulla, a quest'elenco di furbate aggiungiamo pure il segretario Carlo Malinconico, di nome e di fatto, costretto alle dimissioni perché si era fatto pagare le vacanze, "a sua insaputa", da alcuni esponenti della cricca Balducci.
Che dire? Nello squallore di queste storie non si riconosce alcuna novità rispetto ai precedenti governi, di destra e di sinistra, che ci siamo dovuti sorbire negli ultimi vent'anni. L'unica vera differenza è che questa volta i politici-codardi che non hanno avuto il coraggio di assumersi la responsabilità diretta delle misure inique che il governo Monti sta rifilando al paese fanno la passerella in tutte le trasmissioni televisive per cercare di convincerci che questi ministri hanno risollevato l'immagine e il prestigio dell'Italia in Europa e nel mondo. Ecco, questa mi sembra veramente una clamorosa presa per il culo: chi ci sta fregando per conservare inalterati i propri privilegi anche nel collasso generale del sistema vuole farci credere di stare lavorando per il nostro bene. Cioè non si accontentano più di fregarci, questa volta pretendono pure che siamo felici. E dalla Francia ci è appena giunta la notizia che Mario Monti è stato eletto Uomo Europeo dell'Anno da una rivista annuale chiamata Trombinoscope. Co.co.co.: consapevoli, cornuti e contenti, comme on dit.
Oltretutto, pare che il prestigioso Ateneo milanese di cui Monti è presidente dal 2005 non versi al Comune di Milano l'Ici per alcuni immobili di sua proprietà e che il contenzioso, che nel 2008 ammontava a 104.000 euro, oggi sia salito a quasi 600.000 euro.
Elsa Fornero, pasdaran della flessibilità lavorativa, oltre a essere docente universitario (un posto più che fisso, letteralmente inchiodato al pavimento), ha garantito alla figlia, anch'essa docente universitario nello stesso Ateneo nella quale insegnano il padre (Mario Deaglio, economista ed editorialista della Stampa) e la madre neoministro dalla lacrimuccia facile, un secondo impiego da ricercatrice presso una fondazione che si occupa di genetica, genomica e proteomica umana. La fondazione, che si chiama HuGeF, è un’istituzione creata e finanziata dalla Compagnia di San Paolo, lo stesso ente del quale il ministro Fornero è stato vicepresidente dal 2008 al 2010.
Michael Martone, vice ministro dall'aria sbarazzina, ammiccante e furbastra, classe 1974, nonostante la giovane età è già ordinario di Diritto del Lavoro all'Università di Teramo, è docente incaricato alla Luiss di Roma, ha creato un proprio studio legale ed è stato consulente dell'ex ministro Brunetta. Un secchione, direte voi (e dice anche lui per spiegare i suoi successi in campo professionale). Secchione forse sì, ma anche molto raccomandato: nel 2003 viene consacrato docente da una commissione presieduta dal professore con il quale Martone si era laureato. Su otto concorrenti in gara, sei si ritirano e Martone si ritrova come unica avversaria una ricercatrice con molta più esperienza e più anzianità di servizio di lui, tanto è vero che la commissione le attribuisce il punteggio più alto e il vice-ministro si ritrova secondo in graduatoria. Il problema è che all'epoca Martone aveva presentato una sola pubblicazione, e neppure di qualità eccelsa. Eppure alla fine la scelta cadrà proprio su di lui, bruciando così la brillante candidata sua concorrente. La storia è stata pubblicata, con tanto di nomi e cognomi, su Il Fatto Quotidiano.
E per non farci mancare nulla, a quest'elenco di furbate aggiungiamo pure il segretario Carlo Malinconico, di nome e di fatto, costretto alle dimissioni perché si era fatto pagare le vacanze, "a sua insaputa", da alcuni esponenti della cricca Balducci.
Che dire? Nello squallore di queste storie non si riconosce alcuna novità rispetto ai precedenti governi, di destra e di sinistra, che ci siamo dovuti sorbire negli ultimi vent'anni. L'unica vera differenza è che questa volta i politici-codardi che non hanno avuto il coraggio di assumersi la responsabilità diretta delle misure inique che il governo Monti sta rifilando al paese fanno la passerella in tutte le trasmissioni televisive per cercare di convincerci che questi ministri hanno risollevato l'immagine e il prestigio dell'Italia in Europa e nel mondo. Ecco, questa mi sembra veramente una clamorosa presa per il culo: chi ci sta fregando per conservare inalterati i propri privilegi anche nel collasso generale del sistema vuole farci credere di stare lavorando per il nostro bene. Cioè non si accontentano più di fregarci, questa volta pretendono pure che siamo felici. E dalla Francia ci è appena giunta la notizia che Mario Monti è stato eletto Uomo Europeo dell'Anno da una rivista annuale chiamata Trombinoscope. Co.co.co.: consapevoli, cornuti e contenti, comme on dit.
sabato 28 gennaio 2012
Il giorno della memoria
"considerate se questo è un uomo,
che lavora nel fango,
che non conosce pace,
che lotta per mezzo pane,
che muore per un sì o per un no."
che lavora nel fango,
che non conosce pace,
che lotta per mezzo pane,
che muore per un sì o per un no."
Così Primo Levi descrisse la sua esperienza nel campo di concentramento di Auschwitz, tra i pochi miracolosamente sopravvissuti alla volontà di sterminio delle SS fino all'arrivo delle truppe dell'Armata Rossa. Primo Levi si suicidò nel 1987, dopo che, divenuto comunista, aveva trascorso l'intera esistenza cercando di tenere vivo nei suoi simili il ricordo degli orrori che aveva vissuto in prima persona. Un suo amico, lo storico Nicola Tranfaglia, commentandone il suicidio disse che lo scrittore era caduto in uno stato di profonda depressione, dovuto all'impressione che ricavava ogni volta che si recava in una scuola per parlare della sua esperienza, cioè che agli studenti non importasse nulla di un passato tanto remoto, così come della realtà dei campi di concentramento.
Ieri, in mezzo al fiume di parole spese per celebrare il giorno della memoria, molto di rado mi è sembrato di aver sentito pronunciare il nome di Primo Levi in uno dei tanti servizi televisivi dedicati alla ricorrenza, o di averlo letto sulle pagine degli utenti di Facebook oppure su uno dei tanti blog che animano la rete.
Quando Levi si suicidò gettandosi dalla tromba delle scale nella casa di Torino in cui abitava io frequentavo la quinta liceo e mi stavo preparando svogliatamente alla maturità. All'epoca non lo avevo mai letto ( il mio nutrimento culturale era composto di elementi molto dozzinali, musica rock e romanzi di Stephen King ), ma mi colpì il fatto che una persona che era sopravvissuta all'inferno dei campi di concentramento nazisti decidesse di mettere fine prematuramente alla propria vita. Pensavo, a torto, che chi esce vivo da qualcosa come Auschwitz fosse temprato ad affrontare qualsiasi avversità.
Ieri, in mezzo al fiume di parole spese per celebrare il giorno della memoria, molto di rado mi è sembrato di aver sentito pronunciare il nome di Primo Levi in uno dei tanti servizi televisivi dedicati alla ricorrenza, o di averlo letto sulle pagine degli utenti di Facebook oppure su uno dei tanti blog che animano la rete.
Quando Levi si suicidò gettandosi dalla tromba delle scale nella casa di Torino in cui abitava io frequentavo la quinta liceo e mi stavo preparando svogliatamente alla maturità. All'epoca non lo avevo mai letto ( il mio nutrimento culturale era composto di elementi molto dozzinali, musica rock e romanzi di Stephen King ), ma mi colpì il fatto che una persona che era sopravvissuta all'inferno dei campi di concentramento nazisti decidesse di mettere fine prematuramente alla propria vita. Pensavo, a torto, che chi esce vivo da qualcosa come Auschwitz fosse temprato ad affrontare qualsiasi avversità.
"voi che vivete sicuri
nelle vostre tiepide case,
voi che trovate tornando a sera
il cibo caldo e i visi amici"
nelle vostre tiepide case,
voi che trovate tornando a sera
il cibo caldo e i visi amici"
Primo Levi sapeva che i regimi comunisti dell'Europa dell'Est stavano per finire e che il loro crollo si sarebbe portato dietro, oltre alle macerie di enormi apparati burocratici, anche il sogno di creare un'umanità diversa da quella che aveva prodotto Auschwitz. Sapeva che le persone che amano vivere sicure nelle proprie case, al riparo e al caldo, avrebbero ancora una volta permesso la ripetizione degli orrori che lui aveva vissuto oltre quarant'anni prima. Levi aveva capito tutto ciò e non ha resistito all'idea che la storia riscuotesse nuovamente da milioni di persone innocenti un pedaggio di dolore, di sofferenze e di sangue elevatissimo. Aveva capito tutto ciò e non ha resistito. Per questo si è tolto la vita.
sabato 21 gennaio 2012
Nera Los Angeles
Un viaggio dentro l'oscurità di Hollywood: questo è Nera Los Angeles, opera prima e per ora unica della giornalista di origine canadese Helen Knode. Pubblicato nel 2003, il romanzo narra la storia di Ann Whitehead, una critica cinematografica sempre più stanca del proprio lavoro e della rivista per cui scrive, il Los Angeles Millennium, poiché il direttore, dopo gli inizi arrembanti e anti conformisti in difesa della salvaguardia dei livelli artistici della produzione cinematografica, ha deciso di conformarsi agli standard più gretti di Hollywood.
Una mattina, al risveglio da un party nella villa in cui risiede come custode, la Whitehead trova una donna morta in una vasca da bagno: il suo nome è Greta Stenholm, una giovane studentessa che aspira a fare strada nel mondo del cinema scrivendo sceneggiature. Invece di avvertire subito la polizia, Ann Whitehead non resiste alla tentazione di scrutare negli abiti della morta per cercare degli indizi che la possano mettere sulla strada dell'assassino. E' l'inizio di un viaggio tentacolare quanto pericoloso negli inferi della Mecca del Cinema, fino all'esplorazione di un passato remoto le cui conseguenze si fanno ancora sentire al principio del terzo millennio ( la vicenda ha luogo nei giorni immediatamente precedenti l'11 settembre 2001 ). Ann Whitehead troverà come compagno di strada un comprensivo detective della polizia di Los Angeles, Douglas Lockwood, rimasto coinvolto suo malgrado nel declino morale della divisione in cui opera e che, nonostante il fiume di fango che i giornali, compreso il Millennium, gli rovesciano addosso, avrà la forza di portare avanti l'indagine fino alla conclusione.
La Whitehead, che nel frattempo è entrata in rotta con il suo direttore, acerrimo nemico del detective Lockwood, scoprirà che Greta Stenholm aveva scritto una sceneggiatura nella quale svelava il segreto di un omicidio avvenuto quasi sessant'anni prima e rimasto sempre insoluto. La Stenholm era riuscita a vendere il copione ad una grande casa produttrice, ma in giro non se trova più una copia, neppure pagando e la Whitehead intuisce che può essere stata proprio la rivelazione di quel segreto a costarle la vita.
Il romanzo è talmente bello e ben costruito da togliere il fiato e il fatto che, a ben 9 anni di distanza, Helen Knode non ne abbia ancora scritto un altro induce a pensare che non si tratti interamente di farina del suo sacco. La dedica all'ex marito James Ellroy, da cui la Knode si è separata proprio nel 2003, lascia supporre che la perfetta composizione del romanzo, per non parlare della brillante scrittura, sia proprio frutto della revisione editoriale dell'ex marito, che in questo modo deve avere assolto ad una parte dei suoi obblighi post divorzio, oltre a essersi garantito il silenzio della ex moglie sulle frequenti scappatelle extra coniugali che il Reverendo Ellroy, affiliato alla Chiesa Luterana e repubblicano militante, non si è mai negato. Così come non si è mai lasciato sfuggire l'occasione per fare le pulci ai comportamenti disinvolti dei presidenti appartenenti al Partito Democratico, da John Kennedy a Bill Clinton.
In ogni caso il libro è davvero magnifico e posso tranquillamente affermare che se un giorno mi capiterà di tenere un corso di scrittura creativa, Nera Los Angeles sarà uno dei romanzi che porterò ad esempio come modello di perfetta costruzione e svolgimento della trama di un brillante thriller.
Una mattina, al risveglio da un party nella villa in cui risiede come custode, la Whitehead trova una donna morta in una vasca da bagno: il suo nome è Greta Stenholm, una giovane studentessa che aspira a fare strada nel mondo del cinema scrivendo sceneggiature. Invece di avvertire subito la polizia, Ann Whitehead non resiste alla tentazione di scrutare negli abiti della morta per cercare degli indizi che la possano mettere sulla strada dell'assassino. E' l'inizio di un viaggio tentacolare quanto pericoloso negli inferi della Mecca del Cinema, fino all'esplorazione di un passato remoto le cui conseguenze si fanno ancora sentire al principio del terzo millennio ( la vicenda ha luogo nei giorni immediatamente precedenti l'11 settembre 2001 ). Ann Whitehead troverà come compagno di strada un comprensivo detective della polizia di Los Angeles, Douglas Lockwood, rimasto coinvolto suo malgrado nel declino morale della divisione in cui opera e che, nonostante il fiume di fango che i giornali, compreso il Millennium, gli rovesciano addosso, avrà la forza di portare avanti l'indagine fino alla conclusione.
La Whitehead, che nel frattempo è entrata in rotta con il suo direttore, acerrimo nemico del detective Lockwood, scoprirà che Greta Stenholm aveva scritto una sceneggiatura nella quale svelava il segreto di un omicidio avvenuto quasi sessant'anni prima e rimasto sempre insoluto. La Stenholm era riuscita a vendere il copione ad una grande casa produttrice, ma in giro non se trova più una copia, neppure pagando e la Whitehead intuisce che può essere stata proprio la rivelazione di quel segreto a costarle la vita.
Il romanzo è talmente bello e ben costruito da togliere il fiato e il fatto che, a ben 9 anni di distanza, Helen Knode non ne abbia ancora scritto un altro induce a pensare che non si tratti interamente di farina del suo sacco. La dedica all'ex marito James Ellroy, da cui la Knode si è separata proprio nel 2003, lascia supporre che la perfetta composizione del romanzo, per non parlare della brillante scrittura, sia proprio frutto della revisione editoriale dell'ex marito, che in questo modo deve avere assolto ad una parte dei suoi obblighi post divorzio, oltre a essersi garantito il silenzio della ex moglie sulle frequenti scappatelle extra coniugali che il Reverendo Ellroy, affiliato alla Chiesa Luterana e repubblicano militante, non si è mai negato. Così come non si è mai lasciato sfuggire l'occasione per fare le pulci ai comportamenti disinvolti dei presidenti appartenenti al Partito Democratico, da John Kennedy a Bill Clinton.
In ogni caso il libro è davvero magnifico e posso tranquillamente affermare che se un giorno mi capiterà di tenere un corso di scrittura creativa, Nera Los Angeles sarà uno dei romanzi che porterò ad esempio come modello di perfetta costruzione e svolgimento della trama di un brillante thriller.
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