Venerdì sera avevo capito che la serata per i 110 anni della FIOM sarebbe stata trasmessa da Rai Tre. Così, quando non ho trovato le immagini della trasmissione sul mio televisore ho preferito dedicarmi all'opera di ritocco e di correzione del mio secondo romanzo, ormai ultimato (dovrebbe uscire dopo l'estate). Verso le 23 ho fatto una pausa con zapping televisivo e solo allora mi sono reso conto che la serata in onore della FIOM era andata in onda su Sky e non sulla Rai.
Visto il ritardo devo ammettere di essermi perso gli interventi dei vari Santoro, Travaglio, Benigni e Dandini. Ho fatto in tempo solo a vedere un operaio dei cantieri navali di Genova che parlava dal palco, incazzato nero per i noti problemi che riguardano Fincantieri, e il discorso conclusivo di Maurizio Landini, segretario FIOM. Proprio quest'ultimo mi ha impressionato per la lucidità e la passione, ma anche per la semplicità e l'intelligenza con la quale ha affrontato alcuni temi essenziali per la nostra società, primo fra tutti quello del rapporto lavoratore-azienda che qualcuno, oggi, vorrebbe ridurre ad una sorta di dipendenza totalizzante fino all'istupidimento.
Come disse una volta un mio amico durante un'assemblea studentesca, dopo avere ascoltato l'intervento di una delegazione di operai: "quando parlano loro è tutta un'altra roba!"
lunedì 20 giugno 2011
venerdì 17 giugno 2011
Votare è bello
Entrare nella cabina elettorale, con le schede in una mano e la matita nell'altra, per compiere il gesto significativo di esprimere le proprie preferenze è sempre un'esperienza piacevole. Nella mia vita non ho mai mancato un appuntamento elettorale fin dall'esordio, nell'ormai lontano 1987, in occasione del primo referendum sul nucleare, e con l'unica, trascurabile eccezione del ballottaggio del sindaco alle ultime elezioni comunali, visto che il risultato era più che scontato.
Certo, prima di noi c'è stato chi ha lottato e pagato duramente per ottenere un diritto che ci è stato trasmesso "senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali", come recita l'articolo 3 della Costituzione. Ma è la gratuità, il costo zero, il fatto che non ci venga chiesto nulla in cambio che rende il fatto di recarsi al seggio così affascinante. In una società dove l'ondata di privatizzazioni dei beni comuni degli ultimi anni ha fatto sì che anche il bisogno più elementare sia diventato oggetto di contrattazione e di negoziazione, è bellissimo constatare ancora una volta come votare, sebbene non costi niente, sia fonte di tanto, tanto piacere. Provare per credere.
Certo, prima di noi c'è stato chi ha lottato e pagato duramente per ottenere un diritto che ci è stato trasmesso "senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali", come recita l'articolo 3 della Costituzione. Ma è la gratuità, il costo zero, il fatto che non ci venga chiesto nulla in cambio che rende il fatto di recarsi al seggio così affascinante. In una società dove l'ondata di privatizzazioni dei beni comuni degli ultimi anni ha fatto sì che anche il bisogno più elementare sia diventato oggetto di contrattazione e di negoziazione, è bellissimo constatare ancora una volta come votare, sebbene non costi niente, sia fonte di tanto, tanto piacere. Provare per credere.
domenica 5 giugno 2011
L'ombra del destino
Bellissimo romanzo di spionaggio scritto a quattro mani da Daniele Cambiaso, insegnante con la passione del giallo e del thriller storico, e Ettore Maggi, tecnico di laboratorio per il gruppo Fincantieri, in odore di esubero fino a pochi giorni fa e ora, si spera, felicemente reintegrato al suo posto di lavoro.
Come osserva giustamente Stefano Marino nell'introduzione, non è facile, al giorno d'oggi, trovare romanzi di spionaggio avvincenti e ben costruiti. Il genere ha avuto il suo momento di massimo successo durante la guerra fredda, ma dopo la caduta del muro di Berlino e l'avvicendamento dell'Islam al Comunismo nel ruolo di Grande Nemico dell'occidente, pare che l'inventiva sia crollata a zero. La maggior parte delle storie sono incentrate sul ruolo dei malefici arabi attentatori della quiete occidentale e dedicano pochissimo spazio alle vicende europee, per non dire a quelle italiane, degli ultimi vent'anni, che invece andrebbero scrutinate con molta attenzione.
Il romanzo inizia nel lontano 1979. Due amici, Giulio e Stefano, uno di destra e l'altro di sinistra, anche se non profondamente convinti delle rispettive passioni politiche, si trovano coinvolti in un'inchiesta di terrorismo condotta da un colonnello dei Carabinieri e da un funzionario di Polizia. I due, messi alle strette, vengono costretti ad arruolarsi, rispettivamente, nei Carabinieri e nella Polizia di Stato, e sedici anni dopo saranno entrambi impegnati in azioni sotto copertura che li condurranno inesorabilmente verso il vortice della guerra nei Balcani.
Tra ricatti a sfondo sessuale, servizi segreti deviati, avventure sentimentali e scontri a fuoco, L'Ombra del Destino è un romanzo avvincente, scritto benissimo, che mette di fronte il lettore a verità non banali e difficili da accettare. E' stupefacente come i due autori siano arrivati a conclusioni molto simili a quelle a cui sono arrivato io con il mio Il Contrabbandiere, pur vivendo in contesti molto diversi e partendo da vicende esistenziali dissimili. Evidentemente, quando si prova a scavare sotto la placida superficie delle cose, seppur utilizzando un genere di consumo come il thriller o la spy story, si arriva sempre a intravedere il nucleo torbido di verità posto al di sotto di essa.
Il romanzo è pubblicato da Rusconi in un'edizione molto bella e viene venduto ad un prezzo ridotto. Consigliatissimo.
Come osserva giustamente Stefano Marino nell'introduzione, non è facile, al giorno d'oggi, trovare romanzi di spionaggio avvincenti e ben costruiti. Il genere ha avuto il suo momento di massimo successo durante la guerra fredda, ma dopo la caduta del muro di Berlino e l'avvicendamento dell'Islam al Comunismo nel ruolo di Grande Nemico dell'occidente, pare che l'inventiva sia crollata a zero. La maggior parte delle storie sono incentrate sul ruolo dei malefici arabi attentatori della quiete occidentale e dedicano pochissimo spazio alle vicende europee, per non dire a quelle italiane, degli ultimi vent'anni, che invece andrebbero scrutinate con molta attenzione.
Il romanzo inizia nel lontano 1979. Due amici, Giulio e Stefano, uno di destra e l'altro di sinistra, anche se non profondamente convinti delle rispettive passioni politiche, si trovano coinvolti in un'inchiesta di terrorismo condotta da un colonnello dei Carabinieri e da un funzionario di Polizia. I due, messi alle strette, vengono costretti ad arruolarsi, rispettivamente, nei Carabinieri e nella Polizia di Stato, e sedici anni dopo saranno entrambi impegnati in azioni sotto copertura che li condurranno inesorabilmente verso il vortice della guerra nei Balcani.
Tra ricatti a sfondo sessuale, servizi segreti deviati, avventure sentimentali e scontri a fuoco, L'Ombra del Destino è un romanzo avvincente, scritto benissimo, che mette di fronte il lettore a verità non banali e difficili da accettare. E' stupefacente come i due autori siano arrivati a conclusioni molto simili a quelle a cui sono arrivato io con il mio Il Contrabbandiere, pur vivendo in contesti molto diversi e partendo da vicende esistenziali dissimili. Evidentemente, quando si prova a scavare sotto la placida superficie delle cose, seppur utilizzando un genere di consumo come il thriller o la spy story, si arriva sempre a intravedere il nucleo torbido di verità posto al di sotto di essa.
Il romanzo è pubblicato da Rusconi in un'edizione molto bella e viene venduto ad un prezzo ridotto. Consigliatissimo.
mercoledì 1 giugno 2011
L'ultimo garzone di bottega
"Ci sono verità che vengono fuori subito, verità che si conoscono dopo 50 anni e verità che non si sapranno mai". Questa frase non è stata pronunciata da qualche anziano seduto su una panchina nella piazza di Corleone, ma da un placido signore svizzero-tedesco, zurighese doc, che ha ritenuto di commentare così la lettura del mio romanzo, non senza prima avermi messo doverosamente in guardia sul fatto che a scrivere certe cose si rischia di finire in galera.
In galera, per ora, pare che ci finirà l'ultimo grande latitante responsabile di crimini di guerra nella ex-Jugoslavia, Ratko Mladic, ex comandante dell'esercito serbo di Bosnia responsabile dello sterminio di otto o diecimila (si ignora il numero esatto) cittadini musulmani della città di Srebrenica, oltre che di una serie inenarrabile di porcherie commesse nel corso della guerra civile che ha devastato i Balcani, negli anni novanta del secolo scorso.
In galera, per ora, pare che ci finirà l'ultimo grande latitante responsabile di crimini di guerra nella ex-Jugoslavia, Ratko Mladic, ex comandante dell'esercito serbo di Bosnia responsabile dello sterminio di otto o diecimila (si ignora il numero esatto) cittadini musulmani della città di Srebrenica, oltre che di una serie inenarrabile di porcherie commesse nel corso della guerra civile che ha devastato i Balcani, negli anni novanta del secolo scorso.
Ho preferito rappresentare Mladic con una foto che lo ritrae all'apice della carriera, quando, nei ritagli di tempo lasciati liberi dalla sua attività di aguzzino e massacratore, discorreva con molta scioltezza della conduzione delle operazioni militari in Bosnia assieme ai rappresentanti della stampa internazionale. Oggi Mladic è molto cambiato (foto in basso a destra), ha quasi settant'anni e pare affetto da qualche malattia che non lo lascerà vivere a lungo, così almeno sostengono i suoi medici. Le autorità serbe, prima di consegnarlo alla giustizia internazionale, hanno ritenuto giusto lasciargli godere gli ultimi anni di vita in buona salute e aspettare che fosse ormai agli sgoccioli, forse per compensarlo dei servigi resi alla patria.
Ora le stesse autorità si aspettano di venire ricompensate a loro volta dalle istituzioni internazionali per lo sforzo compiuto e in effetti, lasciare per oltre dieci anni un criminale di guerra libero di vagare in un paese tutt'altro che immenso come la Serbia è impresa che merita indubbiamente una ricompensa, tanto più che la latitanza di Mladic ha rallentato ulteriormente lo svolgimento dei processi per i crimini di guerra nei Balcani, mantenendo sollevata sopra le teste dei sopravvissuti ai massacri la spada di Damocle di una possibile (ancorché assurda) assoluzione dei loro aguzzini, caso mai venisse loro la voglia di collaborare con quanti hanno intenzione di scoperchiare il pentolone delle complicità occidentali.
Ora le stesse autorità si aspettano di venire ricompensate a loro volta dalle istituzioni internazionali per lo sforzo compiuto e in effetti, lasciare per oltre dieci anni un criminale di guerra libero di vagare in un paese tutt'altro che immenso come la Serbia è impresa che merita indubbiamente una ricompensa, tanto più che la latitanza di Mladic ha rallentato ulteriormente lo svolgimento dei processi per i crimini di guerra nei Balcani, mantenendo sollevata sopra le teste dei sopravvissuti ai massacri la spada di Damocle di una possibile (ancorché assurda) assoluzione dei loro aguzzini, caso mai venisse loro la voglia di collaborare con quanti hanno intenzione di scoperchiare il pentolone delle complicità occidentali.
giovedì 26 maggio 2011
Lomellina in Giallo
Questo fine settimana, a partire dall'inaugurazione di venerdì sera alle 19.30, si terrà a Pieve del Cairo, in provincia di Pavia, la rassegna del giallo e del noir Lomellina in Giallo. All'interno del castello di Pieve del Cairo avranno luogo incontri, presentazioni e conferenze. Ci sarà spazio anche per gli stand della piccola editoria che potranno esporre i loro prodotti sotto i portici del centro storico.
Sabato pomeriggio alle 18.30 è previsto un aperitivo con l'autore, che nella fattispecie sarei io, invitato dall'organizzazione del festival a presentare il mio romanzo, Il Contrabbandiere.
Si chiude domenica sera con la Cena con Delitto a base di risotti e piatti tipici.
Vi aspetto numerosi a Pieve del Cairo!
Sabato pomeriggio alle 18.30 è previsto un aperitivo con l'autore, che nella fattispecie sarei io, invitato dall'organizzazione del festival a presentare il mio romanzo, Il Contrabbandiere.
Si chiude domenica sera con la Cena con Delitto a base di risotti e piatti tipici.
Vi aspetto numerosi a Pieve del Cairo!
venerdì 20 maggio 2011
Sul confine orientale
Domani, sabato 21 maggio, alle 17.30, presenterò il mio romanzo alla libreria Borsatti di Trieste, in via Ponchielli 3. E' un'occasione che per me ha un significato particolare perché Il Contrabbandiere, nonostante sia ambientato sulla riviera romagnola, è largamente ispirato alla vicende del cosiddetto fascismo di confine, che si sviluppò nella Venezia Giulia subito dopo la Prima Guerra Mondiale e che fu l'espressione più virulenta e fanatica del movimento fascista.
Il fascismo di confine, infatti, si poneva come estremo baluardo dell'italianità minacciata dalla presenza degli slavi, accorsi in massa prima della guerra nella regione per lavorare nelle attività che si erano sviluppate attorno al porto di Trieste.
L'odio verso gli sloveni raggiunse il suo culmine con il rogo dell'Hotel Balkan, il 13 luglio del 1920. Il Narodmi Dom, che in sloveno significa Casa del Popolo, era la sede dell'organizzazione degli sloveni triestini. Il 13 luglio, nel corso di una manifestazione nazionalista nel centro della città, venne accoltellato un ragazzo di Fiume che lavorava come cuoco in un albergo. La responsabilità dell'accaduto fu immediatamente attribuita ad un gruppo di sloveni. Le squadre di azione fascista, capitanate da Francesco Giunta, si diressero verso l'Hotel Balkan e vi appiccarono il fuoco usando delle latte di benzina portate per l'occasione, a prova del fatto che l'aggressione era stata premeditata.
Nel rogo perì il custode dell'edificio che per cercare di salvarsi si gettò da una finestra assieme alla figlia, rimasta gravemente ferita in seguito alla caduta. L'incidente segnò l'inizio di una durissima campagna persecutoria che, sotto il regime fascista, si tramutò nel tentativo di "snazionalizzare" le popolazioni di lingua slava presenti sul territorio italiano, rimuovendo il personale sloveno e croato dalla pubblica amministrazione, vietando l'insegnamento delle lingue slave nella scuola e italianizzando i cognomi delle persone e i nomi delle località. In seguito al concordato fra Stato Italiano e Chiesa Cattolica anche il clero subirà lo stesso processo, con l'allontamento dei vescovi di Gorizia e di Trieste, difensori del diritto delle comunità slovene e croate di celebrare i sacramenti nella loro lingua materna.
La persecuzione, rendendo valida l'equazione italiano=fascista, finì per spingere la maggioranza della popolazione slava a simpatizzare con il nascente movimento comunista guidato da Tito e ad entrare nelle file della Resistenza durante la Seconda Guerra Mondiale.
La vicenda era talmente affascinante che non ho resistito alla tentazione di scriverci su un romanzo, anche se, non conoscendo la città di Trieste, sono stato costretto ad ambientarlo in Romagna, territorio con cui ho più dimestichezza, viste le origini.
Il fascismo di confine, infatti, si poneva come estremo baluardo dell'italianità minacciata dalla presenza degli slavi, accorsi in massa prima della guerra nella regione per lavorare nelle attività che si erano sviluppate attorno al porto di Trieste.
L'odio verso gli sloveni raggiunse il suo culmine con il rogo dell'Hotel Balkan, il 13 luglio del 1920. Il Narodmi Dom, che in sloveno significa Casa del Popolo, era la sede dell'organizzazione degli sloveni triestini. Il 13 luglio, nel corso di una manifestazione nazionalista nel centro della città, venne accoltellato un ragazzo di Fiume che lavorava come cuoco in un albergo. La responsabilità dell'accaduto fu immediatamente attribuita ad un gruppo di sloveni. Le squadre di azione fascista, capitanate da Francesco Giunta, si diressero verso l'Hotel Balkan e vi appiccarono il fuoco usando delle latte di benzina portate per l'occasione, a prova del fatto che l'aggressione era stata premeditata.
Nel rogo perì il custode dell'edificio che per cercare di salvarsi si gettò da una finestra assieme alla figlia, rimasta gravemente ferita in seguito alla caduta. L'incidente segnò l'inizio di una durissima campagna persecutoria che, sotto il regime fascista, si tramutò nel tentativo di "snazionalizzare" le popolazioni di lingua slava presenti sul territorio italiano, rimuovendo il personale sloveno e croato dalla pubblica amministrazione, vietando l'insegnamento delle lingue slave nella scuola e italianizzando i cognomi delle persone e i nomi delle località. In seguito al concordato fra Stato Italiano e Chiesa Cattolica anche il clero subirà lo stesso processo, con l'allontamento dei vescovi di Gorizia e di Trieste, difensori del diritto delle comunità slovene e croate di celebrare i sacramenti nella loro lingua materna.
La persecuzione, rendendo valida l'equazione italiano=fascista, finì per spingere la maggioranza della popolazione slava a simpatizzare con il nascente movimento comunista guidato da Tito e ad entrare nelle file della Resistenza durante la Seconda Guerra Mondiale.
La vicenda era talmente affascinante che non ho resistito alla tentazione di scriverci su un romanzo, anche se, non conoscendo la città di Trieste, sono stato costretto ad ambientarlo in Romagna, territorio con cui ho più dimestichezza, viste le origini.
venerdì 6 maggio 2011
Il Mammut della storia
Nell'introduzione l'autore dice di avere iniziato a scrivere il libro nel novembre 1986, quando, a dire il vero, la classe operaia era ancora viva e vegeta, ripiegata sì sotto il peso delle sconfitte degli anni ottanta (la marcia dei quarantamila alla Fiat e la sconfitta nel referendum sulla cassa integrazione), ma in un contesto economico e sociale segnato da una relativa stabilità, nel quale le conquiste sindacali degli anni precedenti non erano state ancora smantellate.
Poi, però, è riuscito a farlo pubblicare solo nel 1994, quando, dopo la smobilitazione dei regimi comunisti dell'Europa dell'Est, la classe operaia era ormai sul punto di venire ingoiata dalla riorganizzazione economico organizzativa del nostro sistema industriale.
Il Mammut è, per l'appunto, il simbolo di questa classe ormai estinta. Estinta non tanto numericamente, e forse neppure nella capacità combattiva, quanto sul piano della propria coscienza di classe, cioè della consapevolezza di rappresentare qualcosa di speciale e di unico rispetto al resto della società.
Tutto ciò viene descritto molte bene nelle pagine di questo romanzo che racconta le vicende delle lotte operaie alla Fulgorcavi di Borgo Piave, in provincia di Latina, azienda presso la quale l'autore ha lavorato per trent'anni e nella quale si è impegnato a lungo, dentro, fuori e contro il sindacato.
E' una grande saga fatta di scontri, amori, amicizie, speranze e ideali che al giorno d'oggi sembrano folli, ma che in certi anni sono state il pane quotidiano di un'intera generazione. Altri scrittori, in passato, ne hanno parlato con toni decisamente più crudi ed eversivi di quelli utilizzati da Pennacchi (il primo che mi viene in mente ora è Nanni Balestrini).
La forza dello scrittore di Latina, però, è proprio quella di proporre una versione "per famiglie" della conflittualità operaia: ci sono gli scioperi improvvisati, a gatto selvaggio, con i conseguenti cortei interni, ma senza parlare dei capireparto fatti oggetto del lancio di bulloni da parte degli scioperanti; ci sono gli operai che lavorano senza garanzie e senza protezioni, ma che alla fine riescono sempre a cavarsela con qualche graffio e poco altro; ci sono i blocchi stradali e gli scontri di piazza che finiscono a scazzottate dal sapore western e via di questo passo.
Molta saggezza e poca rabbia, come riconosce anche Pennacchi nell'introduzione. La fabbrica è una grande famiglia e un'insostituibile palestra di vita: si lavora, si lotta, si scherza, si ride, si studia, si fa sesso (anche tra uomini). Mammut è lotta di classe ricoperta da un velo di buonismo veltroniano, un resoconto intriso di nostalgia e di rimpianto degli anni ruggenti e del tempo che fu. Un'opera letteraria che appassiona, diverte e commuove.
Poi, però, è riuscito a farlo pubblicare solo nel 1994, quando, dopo la smobilitazione dei regimi comunisti dell'Europa dell'Est, la classe operaia era ormai sul punto di venire ingoiata dalla riorganizzazione economico organizzativa del nostro sistema industriale.
Il Mammut è, per l'appunto, il simbolo di questa classe ormai estinta. Estinta non tanto numericamente, e forse neppure nella capacità combattiva, quanto sul piano della propria coscienza di classe, cioè della consapevolezza di rappresentare qualcosa di speciale e di unico rispetto al resto della società.
Tutto ciò viene descritto molte bene nelle pagine di questo romanzo che racconta le vicende delle lotte operaie alla Fulgorcavi di Borgo Piave, in provincia di Latina, azienda presso la quale l'autore ha lavorato per trent'anni e nella quale si è impegnato a lungo, dentro, fuori e contro il sindacato.
E' una grande saga fatta di scontri, amori, amicizie, speranze e ideali che al giorno d'oggi sembrano folli, ma che in certi anni sono state il pane quotidiano di un'intera generazione. Altri scrittori, in passato, ne hanno parlato con toni decisamente più crudi ed eversivi di quelli utilizzati da Pennacchi (il primo che mi viene in mente ora è Nanni Balestrini).
La forza dello scrittore di Latina, però, è proprio quella di proporre una versione "per famiglie" della conflittualità operaia: ci sono gli scioperi improvvisati, a gatto selvaggio, con i conseguenti cortei interni, ma senza parlare dei capireparto fatti oggetto del lancio di bulloni da parte degli scioperanti; ci sono gli operai che lavorano senza garanzie e senza protezioni, ma che alla fine riescono sempre a cavarsela con qualche graffio e poco altro; ci sono i blocchi stradali e gli scontri di piazza che finiscono a scazzottate dal sapore western e via di questo passo.
Molta saggezza e poca rabbia, come riconosce anche Pennacchi nell'introduzione. La fabbrica è una grande famiglia e un'insostituibile palestra di vita: si lavora, si lotta, si scherza, si ride, si studia, si fa sesso (anche tra uomini). Mammut è lotta di classe ricoperta da un velo di buonismo veltroniano, un resoconto intriso di nostalgia e di rimpianto degli anni ruggenti e del tempo che fu. Un'opera letteraria che appassiona, diverte e commuove.
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